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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi tag: cose di dentro

Un giorno dopo l’altro

08 domenica Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Stamattina picchiando il filtro della caffettiera
contro il bordo della pattumiera
per fare andare giù il caffè vecchio
mi è venuto in mente mio padre
che picchiava la pipa sul portacenere
per fare andare giù il tabacco vecchio.

Adesso in una finestra di fronte
s’è accesa la luce gialla della stanza
dietro una tendina con disegno floreale
e due ante che disegnano una croce
mentre fuori è ancora quasi buio e piove:
poi una donna ha aperto i vetri
e scostato la tenda e s’è visto
un armadio e dell’altra mobilia.

Comincia un giorno
con lavori, scuole, riunioni, visite mediche,
code negli uffici, pulizie, malattie,
pensieri, speranze e disperazioni.
Vorrei essere un terremoto
che scuote tutto questo, o un vento
che lo agita o un sole che lo scalda
o una pioggia che lo bagna – sono
uno fra gli altri che esce di casa
per fare delle cose.


Scritta nel 2014.

Natale 2001

08 domenica Nov 2015

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cose di dentro, entro incerti limiti, la parola rinvenuta

Un sole freddo brilla sul terrazzo:
traversando i vetri fa vedere che sono
pieni di piccole macchie di polvere.
Pende la sera precoce d’inverno
come un tendone da chiudere, ora
che finisce una recita imperfetta
e la rimpiangeremo nella notte
dove ci sembra che ululi il vuoto
ma è solo il nostro orecchio che c’inganna
perché il vuoto non ulula, il vuoto non è.

Ci dà più pace un addensarsi
di nubi grigie piuttosto che questa
bellissima giornata di dicembre:
il raggio d’oro ci traversa e noi,
– noi che siamo di un’altra materia
più vile e viva, Dio, più vile e viva! –
la cosa che vediamo illuminata
è il nostro sfarci, il nostro andare in nulla.


Da Entro incerti limiti, Edizioni Joker, 2002; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

Il terracantieremotocarroluce

08 domenica Nov 2015

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cose di dentro, infanzia, una città

No, vede, in questa sera diversa, ulteriore,
lo sento, sa, come è inutile raccontare:
eppure non c’è altro da fare,
devo scrivere il tema, professoressa:
sono rimasto un momento questo pomeriggio
mezzo assopito sul letto e ho sognato di essere
nella strada su cui fuggiva il motocarro
arrugginito e a destra c’era la voragine
del cantiere e a sinistra l’asfalto, e in mezzo
un ciglio rado d’erba, qualche fiore minimo
e l’odore che lasciava il motocarro
aspro, di ferro e carburante bruciato
e l’erba, e tutto insieme
era da esplorare e respirare
(non c’era differenza fra esplorare e respirare):
anche allora la sera cominciava dalla terra
scoperta della buca che si faceva umida
e scura e rasa dalla luce scarsa
sulle scabrosità che si alzavano come pustole:
tutto era insieme, non è che fosse
umida e poi scura e poi rasa dalla luce,
era qualcosa che è questo insieme indivisibile,
professoressa, è per questo che nei temi
non uso gli aggettivi, lei mi rimprovera,
ma gli aggettivi sono talmente generici:
umida e scura e rasa ma veramente
non era nessuna di queste cose, no,
era quello che sentivo nella bocca passando,
so benissimo com’era:
tornavo a casa agitato e i miei «cosa hai fatto?»
e io «niente» e passavo per un bambino scorbutico
ma non era per cattiveria era perché
non c’erano le parole per dirlo
e non ci sono neanche adesso, signora,
e soprattutto gli aggettivi no,
gli aggettivi sono troppo fuorvianti,
terra umida lei chissà cosa pensa:
magari i campi ubertosi o l’irrigazione:
no vede quella terra era dura compatta,
come dire, l’umido ce lo metteva la sera
con lo scuro o forse, sa, ce lo mettevo io,
perché altri testimoni avrebbero riferito
diversamente, avrebbero detto
«guarda che bella sera d’estate c’è venuta»
oppure «che quartiere di merda con tutti i lavori di scavo»,
ma quel ciglio con poca erba e qualche minimo fiore
fra quell’asfalto sgranato, sa, quello grezzo
e la terra, aveva un odore che i fiori
erano la stessa cosa del motocarro,
petali di benzina, erba arrugginita,
ma non lo dico in senso negativo:
vede com’è difficile professoressa,
era meraviglioso che tutto stesse insieme,
le giuro era un profumo meraviglioso
quello che filava dietro il motocarro,
qualche radice che spuntava dal taglio
dello scavo del cantiere e il calore
del giorno restava, ma era freddo e la luce
c’era ma diventava scura, vede quanti aggettivi
non funzionano, anche gli altri dettagli,
rumori di ruote e di campane
e più in là l’orizzonte era tutto macchiato
di fumo dei camion, lei non ha idea
di quanto sia bello quell’arancio pallido col nero
del fumo e la terra che sosteneva il motocarro
e me, le mie scarpe, tutto aveva un odore congruente:
ma vede che mi disperdo, sarà contenta che ho usato
più aggettivi però io no, sa, a ogni respiro
mi sembrava di avere già perso il filo
come se un attimo prima ci fosse qualcosa
a cui non ero stato attento abbastanza, ma almeno
restava quella luce-odore-scuro chiaro,
vede, io sapevo perfettamente che cosa teneva uniti
l’erba e il motocarro e la fila delle case
con lo scavo del cantiere e il fumo dei camion:
guardi che respiravo benissimo, non creda,
poi dopo a casa certe volte mi prendeva la paura
di morire ma questo è già un altro discorso:
avevo sette anni e sapevo com’era
il terracantieremotocarroluce,
era un paradiso perduto mi creda,
queste erano le mie passeggiate verso sera
quando avevo sette anni le prime volte che mi lasciavano
andare in giro da solo:
strisciavo il dito su certi muri che sembravano grattugie
per farmi sanguinare, per lasciarci del mio:
perché volevo essere terracantieremotocarroluce
e invece ne venivo allontanato,
pian piano ne venivo allontanato
e sono qui, adesso, però nell’angolo del terrazzo
dico adesso 45 anni dopo in un altra città
c’è una pianta in un vaso e il muro scrostato
con la luce radente della sera fa un poco di odore
simile, un poco simile, sa, dicono l’infanzia,
cosa vuole mai, io la cerco in un angolo umido:
quell’odore, sa, che tutto sta insieme,
il motocarro, il cantiere, l’erba scarsa, la radice
tagliata, io non posso sapere se lei sa,
respiro uguale, guardi respiro bene,
poi a casa certe volte mi prende la paura
di morire, vede che non cambia niente
a sette anni o adesso è lo stesso
o no, non è lo stesso ma vede non c’è una parola
che prenda insieme quello che si sente,
sono solo pezzetti e non è mica detto
che messi in fila dicano la cosa,
le parole sono tutte così generiche:
io non saprò mai dirle, signora professoressa,
com’è il terracantieremotocarroluce
e come posso ritrovarlo stasera sul terrazzo:
figuriamoci se posso dirle che cos’è l’infanzia,
figuriamoci se posso dirle che cosa è adesso.


Da Una città, Edizioni Manifattura Torino Poesia, 2010.

Il viaggiatore puntuale

08 domenica Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, la parola rinvenuta, viaggio

                                        (in un viaggio a Mallare)

La modella che fa da salvaschermo
al calcolatore e l’altra modella
del calendario sul muro vicino
nella stanza di Cesare ricordano
(a me ricordano) la fidanzata
degli anni prima: le sembianze di Erica.
Mentre la foto di Erica vestita
e un poco sussiegosa sul ripiano
dello scaffale me la fa pensare
nuda, ma nuda molto, spalancata.

La casa diroccata di Giovanna
o Maddalena dove sono nati
o cinque o sei o sette o chissà quanti
figli di gente di passaggio siamo
riusciti a ritrovarla sopra Bormida.

Mac gioca bene a scacchi e la chitarra
passa di mano in mano. Le canzoni
sono di questi e d’altri tempi. C’è
una sola ragazza, come spesso accade
in certe sere adesso come allora.

C’è un viaggiatore che scende dal treno
ad Altare, un solo viaggiatore
dal solo treno che ferma, e sono io.
Il giorno dopo sullo stesso treno
risalgo solo io. Io proseguo.
Non so per dove, ma proseguo sempre.

Vado da solo nella notte e a casa
non c’è Antonella né Rosa né Giulia
né Federica né un’altra ragazza
ad aspettarmi. Non sono un uomo facile
da aspettare – e questo nonostante
io sia sempre puntuale. Della casa
di Maddalena o Giovanna sul monte
restano poche pietre. Il cacciatore
ci chiede con sospetto se per caso
siamo di quella gente. «No», risponde
Cesare, e nego anch’io, ma è una bugia.

È una bugia: io sono della gente
che non ha gente, io sono della casa
che non ha casa. Anche un mucchio di pietre
tra faggeta e castagni non è che una soglia
da oltrepassare. Io proseguo sempre.

Il viaggiatore non apre le porte
per entrare ma per passare oltre.

È buono il desco della casa a Mallare
con gli agnolotti e l’uva e il gorgonzola.
È buono il braccio di Antonella il sabato
stringendoci nei portici a Torino.
È buono il gioco di Cristina al parco
fra l’altalena e il castello di legno.

A me ha rubato il cuore quell’immensa
vita che c’è là fuori. Io proseguo
il viaggio. A ogni partenza c’è un rimorso
o un desiderio vago di tepore.
Devo partire perché il mio mestiere
è proseguire. Ma con tutto ciò
in ogni amore io arrivo puntuale.

Porto con me ripartendo da Mallare
due sacchi di castagne che abbiamo raccolto
in tre valli diverse – ma non si distinguono.
Porto parole e musica d’amici
e i discorsi di Cesare e la voce
anche della barista che versa una spuma
d’arancia ad Altare, e tante cose, troppe
per disegnare una vita. Ma vivo
lasciando che il disegno si disegni
da solo e – come si usa nelle fiabe –
ci entro dentro e passo oltre. Tu
puoi seguirmi se vuoi. La solitudine
non è un vezzo d’artista – è soltanto
una cosa che accade. Non è che
io la voglia o ci tenga.
Io sono puntuale.


Da La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

Dopo lo scavo

08 domenica Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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a fior di sangue, cose di dentro, la parola rinvenuta, poesie del Novecento

Dopo questo odore intenso, le mani
immerse nella terra, le unghie
piene di terra (come una miscela
di cose ricomposte, conoscibili,
quasi, in forma di storia), per levarmi
i capelli dagli occhi uso il dorso
delle dita e l’odore si allarga
nell’aria, prende moto, si rigonfia
di uno scendere d’acqua non sensibile
dal cielo: il mio gesto è breve per
la sera che viene sbiadita e attutisce
il fuoco del tramonto con il fumo
della suburbe. Non c’è nessuna lingua
nemmeno all’orlo del cerchio, non c’è
nessuno sfogo, né uno sfiatatoio
che suggerisca altro spazio al di fuori.
Eppure l’arco del braccio dirada
le capsule del buio, sfilaccia
la patina viscosa di qualche tentacolo.
(Non è una soluzione. Non risana
né libera. Soltanto differisce,
ritarda, prende tempo come se
potesse davvero accadere qualcosa).


Da A fior di sangue, in Quaderni Paralleli di Nuova Poesia I, Guido Miano Editore, 1995; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

Se tu sapessi

08 domenica Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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allo sbocco del vortice, amore vissuto, cose di dentro, la parola rinvenuta, poesie del Novecento

Se tu sapessi quanto cielo premo
nell’anima e che tiepido alitare
di lombrichi di terra e di radici
e quale acqua mi zampilla dentro
e come tremo al minimo variare
di un vento o di un sussurro allo svoltare
di un giorno e quale azzurro
si mescola ai miei rossi nelle vene
di grigio e come sudano gli asfalti
se accarezzo la notte, capiresti
che io sono un sentiero fra erbe alte
dove tu puoi passare e non fermarti.


Da Allo sbocco del vortice, Edizioni Joker, 1996; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

L’autobus

07 sabato Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, la parola rinvenuta, poesie del Novecento, tenui chiose al tempo

Questo mio cuore è un autobus pieno
di persone e pensieri. Alle fermate
qualcuno sale e mai nessuno scende.

Il giudice sentenzia: «Tu non sai
amare. Tu soltanto osservi e taci
e custodisci, nel tuo cuore, spettri».

Li porterò con me fino alla fine:
porterò con me tutti al capolinea.
Allora, forse, ci dichiareremo.


Da Tenui chiose al tempo, Edizioni Amadeus, 1992; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

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