I bambini feriti

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Non vi avvicinate. I bambini feriti
stanno chiusi, piegati, non ci sono per nessuno
e non si raccontano. Li raccontano altri
per approssimazioni, è meglio non sentire.
Stanno chiusi, piegati, senza sapere sanno
che nessuno può dire né guarire
né risarcire né restituire
né consolare. Chi li tocca ripunge
le ferite. Non vi avvicinate.

Può accadere che due bambini feriti
si accorgano fra loro, per essersi guardati
senza parole. È un rischio. Lo corrono
talvolta, prima rapidi, guardinghi
pronti alla fuga. Ogni taglio è diverso:
genera lingue sue mutevoli. Senza
sapere sanno che non si può capire.
Inventano un gioco che li renda complici
e se va bene, in tregua, si sorridono.

Passano gli anni, se passano: cancrena
o cicatrice, dissanguano o rifanno
vene nuove, una pelle compatibile
con l’esistenza o no. Chi muore, muore.
Chi vive ha voglia di guardare avanti
in quel tratto di strada che percorrere
sembra ora si possa, con parti salvate.

Ricorda a strappi le mutilazioni
e il sanguinare. Se prova a raccontare
ciò che adesso gli pare di vedere
più chiaro, ode in sé un uomo parlare
per approssimazioni, è meglio non sentire.

Non vi avvicinate. Il bambino ferito
non alza il capo, non apre le mani:
nell’uomo adulto che è sopravvissuto
sta in un piccolo spazio, silenzioso.
Se ne avverti il respiro, non fare rumore:
ha pianto a lungo, lascialo dormire.

[tutto questo, sono approssimazioni
insoddisfacenti, per tirare avanti]


Scritta nel 2022.

Notturno sul Po a San Mauro

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Sotto la chioma dei rami di un tiglio
osservo nella corrente i fantasmi
di luce rovesciata dalle case
dell’altra sponda. Inquadro con le dita
porzioni della scena, cerco fughe
limitate, per sogni non dispersi.

Rinuncio. Ciò che manca, dove manca?
Che cosa è qui? Sento il suono di scia
d’un uccello staccarsi dall’acqua.
Ci sono uccelli acquatici notturni?
Non vedo molto: il fiume, le frange
dei rami colmi di fiori odorosi.

Serve altro? Dove posso trovarti?
Questa lanterna magica dei sensi
è la vita, è l’amore? Dietro i vetri
colorati c’è luce? Com’è fatta?
Si vede senza occhi, senza lenti?

Vorrei morire, non morire, stare
sospeso, forse arrivi col tuo passo
di trampoliera magra, dalla riva
mi prendi in giro, mi dici: ma dai!


Scritta nel 2022.

Disadorno

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È disadorno questo mondo senza te:
scarnificato, mostra uno scheletro
di tubi in lane di vetro, in cascami
marciti: a cosa servono, dissetano
o scaldano dei mostri? Qui è tutto
disordinato e guasto, la terra
scompare in pozze di sgretolata plastica
informe, indistruttibile, l’odore
delle pareti verdi degli ospizi
reca sfascio di vecchi, dolore
muto: la morte ha già portato via
ogni tregua di gioco, ogni parola
d’illusione o conforto, è disadorno
questo corteo di visi gonfi, tondi
terribili sorrisi scimuniti
a dondolare in vanità sui carri
senza nome delle tanatoforie
che rollano nei solchi del liquame:
dimmi tu, tu che sei andata via,
c’è erba ancora là sotto? Benché
lordata preme, avviluppa, stringe
la sozza bestia, la ricoprirà
di nuova primavera, asciugherà
le putride macerie, trasformando
questa nera palude in un giardino
mirabile di steli, sulla cima
dei quali possa fiorire il disegno
dei tuoi capelli adorni, rischiarati
dalla luce che nessun buio toglie?


Scritta nel 2022.

La domanda

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Guardo i tuoi denti bianchi in un sorriso
con in braccio il bambino di un’amica
a Mondovì, anche gli occhi sorridono
nella fotina al volo del telefono.

Agosto del ’18, ci eravamo
da poco conosciuti ma già lunga
era l’intimità, la confidenza.

So quanto stupida è questa domanda
eterna, universale:
ma ogni volta che brucia si rifà:
perché vince il male?


Scritta nel 2022.

Gelatina

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Anche le rocce si spaccano, ma
la vita è gelatina, delicata:
più è complessa, più è delicata.

Così come le macchine: un motore
elettrico si guasta più facilmente
che un martello o un pestello.

Più sei vivo – l’anima aperta in tutte
le sue lamelle – più sei delicato.
Chi è meno vivo – l’anima chiusa
come un sasso – è meno delicato.

Forse. Non si può giudicare. Lo pensavo
oggi parlando di cose importanti
con un’amica. Anche comunicare
se è più vivo è più fragile. Forse.

Che poi, fragile, delicato, sono parole
che non dicono bene. Ultimamente
mi scontro con mancanze di parole
e non è per sconfinamenti nell’ineffabile
sublime, no, è qualcosa più vicino.

Ora passo alla prosa. È scorretto? Sul mio foglio faccio come mi pare. Dico: in fondo il lessico è solo uno dei lessici possibili. Te ne accorgi confrontando lingue diverse. Non tutte distinguono le stesse cose, c’è chi scava più qui e chi più là. La collettività si mette d’accordo a maggioranza: a che cosa dare nome, che confini dare al nome. Di base, almeno. Poi, variano sfumature. Ci sono parole più dettagliate per le cose ritenute più importanti, probabilmente.

Ho sempre usato pochissimi aggettivi, me lo dicevano già i professori alle medie.
Avrò avuto le mie buone ragioni.
Ci litigo: fragile, delicato…

Una continuità con sezioni arbitrarie. L’arcobaleno non ha sette colori, ma si è deciso a maggioranza per quei sette. Si sono attaccate sette parole di colore sull’arcobaleno. Un altro sguardo ne può trovare solo cinque, oppure trentaquattro. Così, per dire.

Il ventaglio che contiene fragile e delicato ha tantissimi altri spicchi inosservati, innominati. Non sono sfumature di fragile e delicato. È altro, benché stia grosso modo sullo stesso ventaglio, ventaglio dove mi accontento delle parole che trovo, però non vanno bene.

E bravo poetuzzo, che genialata dare, della tua incapacità, la colpa al dizionario!

Sì, infatti, lasciamo stare. Ora provo a concludere la poesia. Dov’ero rimasto?
Ah sì, che anche comunicare
se è più vivo è più fragile. Forse.

Ma penso che valga la pena rischiare.


Scritta nel 2022.

Il vento nero

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Il vento nero
non dipende da me, non lo posso
evitare né causare.

Non viene dal pensiero: io posso pensare
a te intensamente, ricordare, persino
immaginarti, sognare – e non succede.

Di colpo succede, in qualsiasi momento:
parte forse da un minimo variare
di qualcosa di piccolo, si scatena, porta via
tutto da dentro.

Mi ritrovo – è difficile spiegare –
con la gabbia toracica vuota:
le costole come resti del fasciame
di una nave distrutta
dall’uragano.

Nessun organo più, né cuore né altro:
spazio deserto, mancanza
assoluta, mancanza di te
nel più intimo luogo, nel sacro del corpo
dove eri venuta ad abitare.

La pressione fa implodere in quel nulla
lo spirito, l’anima, il mondo, non so:
è solo buio, non esisto, cado
nel vento nero.

Il vento nero
finito il suo mestiere
si allenta, si calma, con spasimi ritorna
la pulsazione, il peso delle viscere
consueto: è il corpo di un vecchio che si mette
a sedere, si alza, compie azioni nel giorno
e pensa, sogna, spera di trovarti
per indulgenti varchi, si concede
la domanda del folle: dove sei?


Scritta nel 2022.

Fioca luce

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la poesia dove scrivi della vita
che Mai dovrà varcare quella soglia
dove si scorge una fioca luce calda…
Impostore!

l’hai illustrata con una foto allo specchio
a lume di candela, nella casa
di corso Belgio, è una bella foto:
la fioca luce calda rischiara
il tuo volto duplicato nello specchio, in cui
è duplicata anche la fiammella:
eravamo insieme, ti ho aiutata
a scattare la foto, a elaborarla:
oh, l’idea ce l’aveva data l’Enel
non ti aveva ancora allacciato la corrente:
per questo, non per romanticismo
stavamo a lume di candela:

erano le ultime sere prima del tuo chiuderti
in una solitudine lunghissima
e poi

(sono stato l’impostore, la soglia, lo specchio
o molto meno, nulla? di certo
non capivo mai niente, me lo dicevi tu)


Scritta nel 2022.

Dasein

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Una doccia, la roba in lavatrice, la guardo
girare nell’oblò, ricordo una volta
che t’eri incantata tu a guardarla, adesso
la lavatrice è qui, gira ancora, tu no.

Ho messo, nel risciacquo, del bicarbonato.
Volevi panni lindi, senza odori.
Perché io scrivo queste stupidaggini?
Non so. C’è vuoto. L’essere non è.


Scritta nel 2022.

Già maggio

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Già maggio. Un’inflessione della voce
o i semplici rilievi di un palazzo
su un angolo, percorso dal tuo passo
lieve, deciso. Le luci. La brezza
dal fiume alla tua gonna, un gesto, un cenno
del capo, aprirsi gli occhi. Ogni sorriso
costava tanto e lo valeva tutto
il prezzo da pagare. S’è dissolto
non lo spazio né il tempo, ma qualcosa
che a tempo e spazio teneva la mano.


Scritta nel 2022.

Nello schianto

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Non posso darmi pace. La bambina
siamo riusciti, qualche volta, a curarla
e qualche volta tu sei giunta a credere
(in brevi lampi) che io potessi amarti
dunque che tu potessi essere amata.

Poi no, prevalevano voragini
incolmabili, e stare abbracciati
era come sul sedile di un’auto
senza guida, lanciata verso un muro.

E quando irrompevano i tuoi mostri
come combatterli? Non avevano artigli
né zanne né fauci né rostri
ma le tue labbra pallide, le mani delicate.

Mi hai fatto scendere, tutti hai fatto scendere,
sei rimasta da sola nello schianto.


Scritta nel 2022.

Dissipazione

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Sei partita. Mi osservo decadere:
è più lungo il mio soggiorno. Non dico
manchi bellezza in quest’isola sferica
che tra altre sfere rotola nel vuoto.

Non manca: ma ogni incanto è assottigliato
in esile pellicola, non basta
ad avvolgere il grumo del dolore
questo miraggio d’acque, di riflessi.

Un sopore, o sensazioni forti
primarie, erotiche, vulve allargate
come vele, un rivolo di sperma
fra un seno e un ombelico, può sospenderlo.

O una rabbia, un sanguinare. Rivendica
la carne il suo dominio, il cordone
che nutre e tiene in schiavitù il pensiero:
vola in astratti cieli! – finché pulso.

“Ogni incanto”, “miraggio d’acque” – smettila!
Le tue finzioni cessano al cessare
della trachea, del fegato. L’eterno
è silenzioso, umile, nascosto.

Sei partita. Mi osservo decadere.
Qualche cosa, nel tempo, devo fare:
rivederti salire fra i rami degli alberi,
allungare radici in speranze di falde.


Scritta nel 2022.

Nessuna parola

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la sofferenza dà l’insofferenza
ci si arrabatta, manca l’essenziale

faccio errori scrivendo sui tasti
la mano è annoiata dalla mente
è stanca di seguirla in parole
che per quanto si regoli la lente
rimangono sfocate

alla Biennale del 2019
may you live in interesting times
mi pareva un buon augurio, invece
mi hanno spiegato i dotti
che è un malaugurio cinese
perché pare sia meglio la noia

e sono arrivati gli interesting times
questi anni Venti sono una catastrofe
e per beffa sul danno c’è la noia
repetita necant

mi sento addosso tutte le sciocchezze
che hanno detto e che ho detto
volano come detriti di una bomba

nessuna parola si salva
nessuna parola ci salva


Scritta nel 2022.

Serale

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Il rimpianto della tua filigrana
mi fa apparire l’arte grossolana:
la nostalgia di te così fina
– porcellana, fragranza mattutina.

Perché ti sei perseguitata tanto?

Alla finestra ho lasciato che la notte
venisse: come sono fuggitivi
– eterni – i colori del crepuscolo!

Ho nella testa voci stereofoniche
da punti nuovi, scrivendo imbroglio i tasti.
Una bambina tra un orecchio e la nuca
poco fa mi gridava, in sussurri, qualcosa.

Negli occhi ho una culla vuota, un banco
di scuola vuoto, un orto vuoto, un prato
vuoto, vedo il tratto lacerato
in ogni traccia di tempo e di spazio
anche dove non sono mai stato.

Mi butto sul letto. La casa è cambiata
ma il letto è quello dove t’ho abbracciata:
nelle mia braccia ti sei rannicchiata
allora – ora ti cerco ed è impossibile.

Come nessuno ci siamo parlati
e un poco so, un poco so con paura
perché ti sei perseguitata tanto.
“Se sai ma non è tuo, potrai averne cura”
mi dicevi con ultime, nitide, parole.

Non nitide le mie. È grossolana
la mia mente colpita, la tua filigrana
è meglio se la lascio raccontare
all’ingemmata erba, al bosco, al mare.


Scritta nel 2022.

Il mondo è piccolo

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Nel cortile dell’asilo una nuova maestra
mi viene incontro: “Ma… ti conosco?”
mi chiede, si chiede. Per facilitarla
abbasso un momento la effe effe pi due:
“Sì, sei Carlo… Scrivi le poesie…”

Lo confesso. Intanto è accorso
il nipotino e spiego: “Inoltre sono
il nonno di questo”. Poi senza
arrampicarmi su ipotesi improbabili:
“E tu…?” “La mansarda! Sono venuta
ad aiutare mia sorella a fare le pulizie
nella mansarda che stavi preparando
per la tua compagna”.

Ricordo in un lampo. La mansarda.
Che stavo preparando. Certo, la volevo
perfetta: fare io le pulizie non poteva
bastare, lo sapevo. Ingaggiai
la pulitrice. Che stavo preparando
per la mia compagna. Compagna.
Senza accorgermi, pentendomi già
mentre lo dico, le sussurro: “È morta”.
“Lo so”. Lo sa. È contenta però
di rivedermi. Dice poche altre cose
fra cui “il mondo è piccolo”.

Mentre di colpo ci rivedo seduti
(faceva caldo) sulle scale fuori
dalla mansarda, di sera, a parlare
come fanno i ragazzi negli androni
io non lo so se sia piccolo il mondo:
in un empito acuto di rimpianto
ho una visione: abbiamo camminato
così tanto, in un tempo così breve.


Scritta nel 2022.