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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

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BRERF

23 venerdì Gen 2026

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros, relazioni

non dovrebbe esserci niente di male
nel chiedere un pompino a un’amica
chiedere non è peccato, si diceva

il femminismo dovrebbe concordare su questo
ma forse esistono femministe BRERF (*)
che invece condannano

si dirà che bisogna capire se è il caso
con indagine attenzione empatia
nella bella empatìa, ìa ìa ò

ma alla fine le cose, dirsele
è una buona soluzione, piaccia o no
siamo fatti di linguaggio

lo devo ammettere persino io
che non amo poi tanto il linguaggio
anzi talvolta ne dichiaro l’inesistenza

su un altro piano, c’è chi gioisce
o quantomeno è indifferente
davanti alle cose più atroci

gente che muore di freddo qui
gente che muore di guerra là
qualcuno ucciso perché non s’è fermato

con sufficiente prontezza o s’è trovato
indebitamente in un luogo privato
pam pam fanno ben se l’è cercato

ma anche chi lotta contro tutto ciò
chi lotta contro tutta quella crudeltà
askatasuna vuol dire libertà

ma di chiedere un pompino non so
abbiamo delle impronte difficili
radicate molto dentro

io un cunnilinto a un’amica
anche una che non m’attraesse
particolarmente, lo farei

così per farle piacere, per tirarle
su il morale, e poi probabilmente
alla fine mi piacerebbe comunque

perché è un piacere il dare piacere
se proprio non c’è qualcosa contro
di fastidio o repulsione

ma forse c’è più spesso di quanto non si creda
fastidio o repulsione, ci può essere persino
della semplice presenza di qualcuno

però un’amica, un amico, non so
almeno nel chiedere non dovrebbe
esserci niente di male, poi chissà

se no alla fine antagonisti o borghesi
si è dentro le stesse pastoie/paranoie
per chi ci prendi non siamo mica troie

ma appunto, non so, non so com’è
questo che ho scritto è forse stupido
ma non ironico, io dico sul serio

come per tante altre cose, dico sul serio
e finirà che mi rinchiuderanno
ma sono vecchio, ormai forse la scampo

(*) Blowjob Request Excluding Radical Feminist

Correr-se als pits

05 domenica Gen 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros

Ha le tette tinte con dieci mani di sperma
la puta catalana del Raval: la prestazione
più economica è questa, sborrare
fra le poppe, lui masturbandosi senza
toccare lei, solamente spruzzando:
poi esce dal separé ed entra un altro
e benché costi poco è conveniente
per la guarra perché ciascuno dura
pochissimi minuti. In certi pomeriggi
qualche ragazza si dedica a questo
specialisticamente: ne passa
dieci di fila, senza lavarsi, soltanto
spalmando un poco lo sperma: da qui
la situazione che ho scritto al primo verso.

E queste poppe laccate dal seme
di dieci uomini a strati mi pare
un’immagine di grande potenza
erotica, la ragazza dovrebbe
(a volte lo fa) posare per foto
sorridendo sovrana e sontuosa:
rallegrata del frutto nel suo seno
raccolto, coltivato, guadagnato.


Scritta il 5 gennaio 2025.

La puttanella di Monte Mario

31 sabato Ago 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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bellezza, eros, scenari

La puttanella
di Monte Mario
quando c’è un uomo
apre il sipario.

Questi quattro quinari di poesia non eccelsa
ma, va detto, tecnicamente perfetti
erano la didascalia di una fotografia in bianco e nero
su un giornaletto porno degli anni Settanta.

Non era nemmeno una foto di grande formato
occupava solo un quarto della pagina
il paginone era riservato alle prime dive emergenti.

L’anonima puttanella di cui poco sappiamo
forse Monte Mario era solo per la rima
dischiude appunto la rima
vulvare, usando l’indice e il medio
della mano destra mentre sta accovacciata
a gambe aperte
nuda tranne le calze e il reggicalze
che erano (sono) una sorta di livrea.

La metafora del sipario è calzante
(nelle riviste porno lavorarono autori valenti):
la ragazza apre i labbri della vulva
come lembi d’una cortina di broccato
aprendo un ampio boccascena che fugge
in quinte umide ombrose
verso il nocciolo profondo dell’intreccio
d’ogni umano teatro.

È un gesto che sempre m’ha eccitato e commosso
(eccitazione e commozione si assomigliano, sono
vibrazioni ribelli del corpo e dell’anima).

Non so se Neruda ce l’avesse in mente scrivendo
«te pareces al mundo en tu actitud de entrega»:
io lo interpreto così, la poesia appartiene a chi legge:
veo entrega (y mundo) en ese coño abierto.

È un gesto sacro, solenne, non volgare:
il volgo ad altro è votato, non lo pratica.

Quell’apertura di sipario invita
a entrare in scena, soltanto in fantasia
come nel caso della foto porno
in bianco e nero, oppure per davvero
in amicizia o amore o in altri casi
versando un obolo, nulla di male:
spesso si paga il prete per la messa.

Al teatro Alcyone, sempre anni Settanta
un operaio che lo frequentava
ed era valente fresatore e semiologo
mi spiegò che delle otto, nove, dieci stripteaseuse
che si succedevano sul palco, quelle che
si aprivano il gioiello con le dita
le ritrovavi nell’attiguo bar
pronte a salire in camera, era un segno.
Non ho verificato la sua tesi.
La realtà è assai più complicata
– l’idea era comunque suggestiva.

La puttanella di Monte Mario
immortalata ad aprire il sipario
avrà avuto dieci anni più di me
quindi adesso, se in vita, è un’ottantenne.

Vorrei dirle che m’ero innamorato
che il giornaletto a lungo ho conservato
poi, lo sappiamo, quasi tutto va perduto.

E l’autore dei quattro quinari?
Io con versi non credo migliori
quel gesto l’ho cantato, per esempio
in un libro dell’ottantotto
che adesso, con i potenti mezzi
della modernità
metto la foto della pagina qua.

E nella realtà? Qualche compagna
e qualche amica e amore me l’hanno concesso
dal vivo e da vicino il gesto bello
– è un gesto solenne e commovente davvero:
non c’è nessuna ironia nel mio dire:
se per vostra convenzione la dovete inventare
fate almeno il favore
di non attribuirmela.

E qualche modella, delle dieci o dodici
che nella vita mi sono concesso, perlopiù
modelle “da fotoamatori”, qualcuna
aveva come tutto portfolio
un selfie nello specchio, una si meravigliò
che volessi fare delle foto, insomma
simpatiche ragazze, guadagnavano
qualche soldo così, non osai
(timido) chiedere l’apertura del sipario:
un paio lo fecero spontaneamente
e fecero bene.

La puttanella
di Monte Mario
quando c’è un uomo
apre il sipario.

Andrebbe messo in qualche antologia.
Ci sono antologie di tutti i tipi.
Ritrovare l’originale non dovrebbe
essere impossibile ma è difficile:
è roba di prima dei motori di ricerca.


Scritta il 31 agosto 2024.


Nuda sulla pianta

20 mercoledì Gen 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore vissuto, eros, relazioni

nuda sulla pianta
dice una canzonetta del ’72
e tu davvero nuda sull’albero
mi sorridevi

io da sotto un po’ in ansia
(a cinque o sei metri di altezza
i tuoi piedi nudi sui rami)
ti scattavo qualche foto

altro che canzonette
eri davvero nuda
eri davvero sull’albero
soprattutto eri contenta

sorridevi davvero contenta
era la primavera del ’19
audacemente nuda
al parco della Mandria

nuda i piedi le mani
le gambe il seno la fica
nuda tutta adagiata
nei gomiti dell’albero

è quasi un anno adesso
che non ti vedo più
guardo le foto
dove nuda sorridi

magra consolazione
le foto ci uniscono
non esisterebbero
se non le avessi scattate io a te

la domanda è
perché tu non puoi vivere sugli alberi?
tu stai così bene nei boschi
così a tuo agio

è una domanda poetica
è una domanda trabocchetto
che può intralciare
tanto lo sappiamo che non puoi

e giù dagli alberi
i problemi – come stai?
ti sei incamminata
per una vivibile vita?

ardo dal desiderio
di rivederti eppure forse
hai fatto bene a troncare
io sono uno che ti può intralciare

io che una vita vivibile
la cerco con chi capita
parlo a vanvera
di tutto m’innamoro e disamoro


Scritta nel 2021.

L’ultimo amore

01 giovedì Ott 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, eros, scenari

Bella ma conflittuale
l’ultima volta, destinata temo
a rimanere eternamente tale.

Oh, una fortuna, da innamorati
(qualunque cosa questo voglia dire)
a io sessantasei, ventotto lei
anni, mi si può invidiare, ma
sono più complicati
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
gli amori, tutti gli amori vissuti.

Ora è un anno abbondante che non scopo:
non succedeva da prima della prima
volta, a ventun anni, non precoce.

Tutt’altro che calante è il desiderio
ma non vedo all’orizzonte
possibilità. Ora l’unica donna
a toccarmi è la fisioterapista
per un dolore alla spalla destra.

Beh, normale! Sono vecchio. Potrei
dilapidare un poco di pensione
con una buona solida puttana,
non ci ho trovato mai nulla di male:
sono più complicate
(sono in fondo indescrivibili, sempre)
le relazioni umane, tutto vale.

Oh, sarebbe romantico pure
se rimanesse in assoluto l’ultima
quella di cui così assolutamente
due anni e mezzo fa
con la sapienza d’un adolescente
mi sono innamorato. Ma
tutt’altro che calante è il desiderio.

Quant’è bbello l’ultim’ammore,
ma si spera in un chiù bbell’ancora.
Te o nessuna mai più
Gianni Morandi cantava dal grammofono:
avremmo limonato con chiunque.

Da vecchi tutto diventa ridicolo,
bisogna fingere d’essere saggi,
fare gesti col braccio e con la testa
larghi, solenni, dir così e cosà.

O anche niente. Mah.


Scritta nel 2020.

Pubi

21 lunedì Set 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, eros, scenari

M’attrassero, m’attraggono pubi di donna
incolti o depilati, più spesso
bene acconciati, come prati di giardini
disegnati in triangoli o strisce, l’erba
più alta o meno alta, regolata
o non regolata, folta o rada, rimossa
intorno al solco: il solco fa da stelo
alla corolla a ventaglio del pelo
o prosegue la striscia: il sentiero
erboso affonda dopo un ciuffo rosa
in una gora lucida odorosa, o invece
niente di questo, soltanto una brughiera
lasciata a sé, col rivolo che scorre
al di sotto della vegetazione
spontanea. Tutte queste varianti
sono buone. M’attrassero, m’attraggono
quelle arature umide, più umide
se le dita d’un sogno nelle specie
delle maldestre mie, vi richiamano
falde d’acque profonde. È sogno
la carne e non è sogno, è terra
celestialmente marcita ed è aria:
nei rari viaggi in cascina bambino
il fieno sì, per i tuffi, ma più
m’eccitava lo strame macerato
levato col tridente dalle stalle.
Dio mio, dio mio, com’è tutto bello
e finisce! Conservo il ricordo
d’occhi fuggenti, schiene magre, colli
che ho massaggiato, seni, fianchi, natiche
e inquietanti illeggibili respiri
(mi senti, amore? ti sento? ci siamo
in quest’incanto o miraggio di fiumi?)
e pubi che una sorte favorevole
concesse, con stupore, alle mie mani
e alla mia lingua e all’insicuro pene.
Poi pure queste nubi di memoria
si sfanno, come in cielo disinvolte
si fanno e sfanno, nel vento, le nubi.


Scritta nel 2020.

Le abiure

17 venerdì Mag 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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bellezza, eros, libertà

Ora che un sito benemerito antico
di foto molto erotiche ed esplicite
ha fatto una versione castigata
per Instagram, dove le modelle
sono coperte quanto basta a placare
le regole del social, ma l’idea
è una vetrina da cui rimandare
all’erotico del sito originale,
ho scritto per chiedere
che rimettessero in tale vetrina
una modella bellissima
pubblicata una dozzina di anni fa:
detesto che si perdano le tracce
delle cose più splendide del mondo.

Mi hanno risposto con solerte gentilezza
(i siti porno sono umani e gentili
assai più che gli enti pubblici
o le compagnie telefoniche o i notai)
che di norma non ripubblicano
foto così antiche, perché le modelle
generalmente si sono ritirate
e hanno famiglia. Capisco.

Ma che tristezza questo rinnegare
l’eroico erotico passato, rientrare
nel rango della buona moglie e madre
come nell’Ottocento! Sono poche
quelle che non si piegano all’abiura
della vissuta libertà sessuale:
che non chinano il capo sotto il giogo
del ritorno nei ranghi di un sociale
bigotto, ottuso, privo di colore.

Quella vissuta libertà sessuale
preziosa, femminile, concedeva
di avere uomini per qualsivoglia
motivo: amore, simpatia, denaro,
gioco, avventura, sfida, godimento:
e di mostrarsi nude in ogni modo:
dal vivo, in foto, in video, in riva al mare
o in locali notturni: solo nude
o praticanti sesso come attrici
in cinema e teatro, immortalate
in documenti da tenere con studio
di conservazione, come beni
culturali, che non vadano dispersi.

Quella vissuta libertà sessuale
è un valore che andrebbe difeso
per tutta la vita, raccontando fiere
i molti amanti ai figli, mostrando
con orgoglio ai nipoti le foto
a cosce aperte della gioventù:
e continuando a essere libere,
in ogni età e condizione, di fare
sesso con chi ti pare, nel segreto
di una camera o davanti a fotocamera
indifferentemente: come vuoi.

Alcune, lodevoli, perseguono
una vita così, di coerenza
luminosa, di sfida ai bacchettoni
che vorrebbero il mondo tutto nero.

Ma per la maggior parte c’è l’abiura,
finisce l’ora d’aria, si ritorna
nella cella che da tre millenni
è allestita alle donne. Tristezza.


Scritta nel 2019.

Srotolare

17 giovedì Gen 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, eros, scenari

nella camera a ore
per acconciarsi in stile lingerie
srotola una calza autoreggente
su una gamba, lentamente

dopo sette minuti
srotola sul cazzo del cliente
un preservativo, la puttana
e s’accovaccia guidandolo a entrare

il trigesimoquinto del Paradiso
il centesimoprimo del poema
è scritto dentro una rima vulvare
frequentatissima, eppure

a l’alta fantasia manca la possa
– intuisco il perché, ma trattandosi
d’un perché non verbale
non lo posso srotolare


Scritta nel 2019.

Poi tornano i ronzii

05 mercoledì Set 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, eros

Mentre il tuo corpo delicato è nudo
accanto al mio
scruto con ansia le ombre e le luci
nell’arco dei tuoi occhi
e torno agli occhi anche mentre t’esploro
con la lingua le piccole tette
l’ombelico, la fica.

È necessario che il tuo sguardo s’illumini
per un salvacondotto all’esile bellezza
di tutta te – è necessario per me,
d’altri adesso non c’importa.

Non riesco a perdermi intero nell’odore
della tua pelle – tu mi chiedi se lo sento –
sei come un prato morbidissimo ma
da premere in cauta accortezza, benché
non esista distendersi sull’erba
senza schiacciare dei fiori nascosti.

Poi, mentre mi succhi il cazzo
delicatamente
ti metti obliqua
ti sposti in modo
che io possa vedere
– hai capito che mi piace guardare –
e addirittura
con una mano butti indietro i capelli
come fanno le attrici del porno
perché lo spettatore
possa seguire il muoversi del viso
in un ritmo armonioso
dalla punta alle palle
– è sublime il tuo gesto
d’attenzione, d’amore.

Ancora nudi restiamo abbracciati
sui cuscini, ti sfioro l’orecchio
con il naso, mi ascolti il cuore «è vero,
batte veloce» sussurri, ci assopiamo
in quieta ebbrezza fra sonno e pensiero
e per un lungo momento restiamo
insieme forse nel chiaro interstizio
dove tutto combacia, dove tutto
è ciò che è senza conflitto e abbiamo
valore noi per ogni spazio e tempo,
è ignota l’ansia e non c’è mai bisogno
di sensi, pentimenti, spiegazioni.

Poi tornano i ronzii – così è la vita.


Scritta nel 2018.

L’incarnarsi del sogno della carne

07 martedì Ago 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, eros, scenari

L’incarnarsi del sogno della carne
è lento, ansioso: ruotavano in sfere
celesti le fiche sfondate, apertissime
che m’eccitavano bambino, giovane:
vulve aperte come grotte di sibille
accoglievano il mio fantasticare
come le lune gli ippogrifi: in paradisi
ritmati e lucenti versavo il mio sperma:
ma toccavo soltanto me stesso
– e pure questo con lo sguardo altrove.

È lento, problematico il discendere
di qualche troia beatrice dal sommo
del mio poema, il pulsante svelarsi
del mio problema, dell’ingovernabile
calda complessità dell’imperfetto
groviglio d’anime in corpi esitanti
o perentori di donne, lo scompiglio
di tutto ciò che ero: il disturbo
che la gran macchina relazionale
fa irrompere nell’alta fantasia
che perde possa, sospinta ad ignoti
inferni seducenti – inadeguata.

E forse cerco ancora la sublime
puttana che ha le cosce come portici
d’una piazza pisciosa, maestosa,
percorsa da viandanti trasognati:
la mia Musa bambina. Ma ho imparato
(almeno un poco) a smarrire la via
nelle stazioni dove adulte donne
camminano nervose e risolute
a binari che sanno, verso viaggi
terrestri, poco aromatici ma
concreti di stazioni, di giornate.

L’incarnarsi del sogno della carne
è perdita, è la vita, è qualchecosa
che non arriverò a sapere dire.

 

coport


Scritta nel 2018.

Un garbo libero

11 mercoledì Lug 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, eros, infanzia, riflessioni, scenari

Ti muovi sul letto delicata come
l’ingegno di zampe d’una cavalletta,
le mutandine blu sullo spigolo del fianco
son taglio d’ombra in un vicolo di sole:
risalti tutta sul bianco del lenzuolo,
appoggi il capo ai cinque asciugamani
appena lavati, piegati, che ti ho dato
perché non ho un cuscino, questa casa
è come è: «Sono buoni, profumati»
– dici e continui: «Mia madre non m’ha
abbracciata mai, nemmeno da bambina,
e la tua?» Guardo i cerchi di colore nell’iride
dei tuoi occhi: «Nemmeno la mia».
Fai un gesto del capo come un pesce
che affiora, hai le labbra sottili:
«Siamo a letto insieme». Ne convengo:
«Di fatto, sì». «Vorresti fare sesso?»
mi domandi allargando le palpebre.
«È una domanda difficile» – provo
a svicolare, ma tu sei perentoria:
«È difficile però non mi hai risposto».
«Mi mancano dei passi ad arrivarci».
«Allora questa notte non si può».
Sei bellissima, stesa su un fianco,
una spallina del reggiseno scivolata
sul braccio, l’ombelico, i capelli
d’un biondo ventilato di cortili.
«No» – ti confermo. «Cosa pensi?» – chiedi
cogliendo astuta un mio silenzio. «Niente».
«Impossibile» – ridi. «Va bene, pensavo
al tuo corpo mirabile e al mio
che troppo stona accanto». Mi fai
una smorfia: «Sono tutt’altro che perfetta».
«La perfezione è astratta, tu sei viva».
Mediti un attimo: «Sono a letto con te
e non sono a disagio». «Ne sono contento»
ti rispondo tenendoti la mano. Tu guardi
la finestra: «È già la luce del mattino?»
«Non so, forse è la luna che si scopre
da nuvole» (l’usignolo, l’allodola
mi viene in mente ma tengo per me
in quanto totalmente fuori luogo).
«Dormiamo un paio d’ore». Ti rannicchi
di spalle, il tuo collo fragrante a portata
della mia bocca. Non lo bacio ma lo venero
come dono prezioso. Mancano dei passi,
le madri non abbracciarono eppure
siamo bravi lo stesso, possiamo stare qua
sull’orlo che sappiamo: né fuggire
né approfittare: con un garbo libero
inedito, nuovo, rivoluzionario
medicare d’amore la fragilità.


Scritta nel 2018.

Nightclub

18 venerdì Mag 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros, scenari

La ragazza sul palco spalanca le cosce
ad angolo piatto a formare un segmento
di retta che per punto medio ha la fica
e i ginocchi agli estremi. Una striscia di pelo
sta come una penna al di sopra del solco
glabro roseo. Appoggia le dita
sui grandi labbri e con mossa studiata
li tira aprendo il sipario su un varco
profondo e ombroso, poi tira di più
e il varco si rivela una voragine
a forma di losanga. È il compimento
d’uno striptease armonioso: danzando
la ragazza ha lasciato cadere una vestaglia
rossa, è scesa in sala a farsi togliere
da un uomo il reggiseno, è risalita
sinuosamente sul palco ad agitare
le grosse poppe con le grosse areole
brune sporgenti, è ridiscesa in sala
lasciando a un altro uomo il perizoma
e nuda tranne le calze e il reggicalze
e le scarpette a spillo è risalita
per il finale panoramico. Replica
le mosse sullo spigolo del palco
in tre punti diversi: vuole offrire
a molti spettatori la visione
ravvicinata della fica slargata.

Poi fa un inchino e sparisce fra gli applausi
dietro la quinta del piccolo teatro,
ma dopo due minuti ricompare
da un’altra porta, ha la vestaglia rossa,
va al banco del bar, due uomini l’abbordano,
parla e ride, con uno riscompare
nella porta, una porta che va
a camerini e camere, mentre
sul palco già appare un’altra ragazza.

Mi spiega un avventore: «Queste troie
fanno ognuna cinque numeri per notte
sul palco e cinque volte vanno in camera
se trovano chi paga. Io preferisco
stare a guardare, non ho soldi da spendere
e poi chiedono troppo, sono tutte
vacche sventrate, alla fine». Distratto
annuisco: «Sì, anch’io guardo soltanto».
Ma non ho voglia di conversazione,
lo pianto in asso, m’avvicino al bancone
per un cocktail analcolico e comunque
con la ragazza della vestaglia rossa
qualcosa ci farei, pare graziosa.

[lettura a voce qui]


Scritta nel 2018.

La puttana

14 mercoledì Mar 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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eros

Ha indosso soltanto tre cose:
calze, reggicalze e vestaglietta
(a parte i tacchi a spillo)
la giovane squillo:
«Non voglio farti fretta,
ma fra mezz’ora aspetto
un altro» – dice e lascia
cadere la vestaglietta.
Pago, mi spoglio,
andiamo sul letto
e me lo prende in bocca
per due minuti. «Voglio
guardarti bene» – dico
e lei si distende
a cosce aperte:
ha un bel viso e le tette
abbondanti compatte
con areola scura.
La fessura slargata
è depilata
di sotto, ma sopra
ha un folto pelo nero.
«Sei bella davvero».
Mi chino, le lecco
la fica che ovviamente
sa del lubrificante
di condom numerosi.
La giro a pecorina:
fra i glutei occhieggia
del culo il buchetto.
La rimetto supina
e fascio il mio cazzo
col preservativo
che mi porge: la scopo
in posizione classica.
Ma prima di venire
da lei mi sfilo
e mi sfilo
il guanto: mi sposto
più avanti e le innaffio
di sperma le poppe.
Mi distendo un minuto
a riposare. «Tutti qui
mi sborrate» – lamenta
la troia detergendosi
con una salvietta.
Rimette la vestaglietta,
io mi rivesto in fretta:
il prossimo arriva
fra qualche minuto.
Cordialmente la saluto,
mi saluta: «Tornerai?
T’è piaciuto?»
Sorrido e annuisco,
sorride e capisco
che in fondo è tutto amore.


Scritta nel 2018.

Te la fa solo annusare

24 mercoledì Gen 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore, cose erotiche, eros

non è bello quando dicono di una
«te la fa solo annusare»
io però in qualche caso rivaluterei
se hai un buon odore
buono intendo non per i profumieri
o i maniaci dell’igiene
dico buono sensuale
acuto e molle insieme
come solo gli odori di ragazze sanno essere
anche forte quasi sporco
tu ti metti lì
nuda
o anche solamente seminuda
e mi ti fai annusare

io ti giro intorno come un cane da trifola
ti inspiro
ti trattengo nelle narici come
trattengono in bocca il vino i sommelier
può bastare
se poi ci vengono idee più interattive
di tipo tattile eccetera
non le escludiamo
ma se non vengono va bene lo stesso
custodisco il tuo odore
nelle ampolle
della memoria olfattiva
bastano poche gocce per volare

e se invece non si può fare
neanche questo
pazienza però uffa
vedrò di sublimare la voglia
facendo belle foto a colombi e gabbiani
in riva al Po
così le posto su Instagram e Facebook
e mi mettono un sacco di like
tirano like gli uccelli
che fotografo

però preferirei una sniffata
di qualche tua buona piega sudata
collo, orecchio, ascella,
attaccatura inferiore della mammella,
plissetto del fianco, snodo
tra fica e coscia, incavo del ginocchio,
natica e via discorrendo
tranquilla che non t’accuserei mai
di farmela solo annusare
annusare è già tantissimo

niente dai lo so
che non si può
non funziona così il meccanismo
relazionale, ci vogliono
prerogative
come osserva benissimo il Gruccia
nel penultimo verso
d’una sua poesia


Scritta nel 2018.

Le facili difficili e le difficili facili

22 lunedì Gen 2018

Posted by carlomolinaro in prosa

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Tag

amore, eros

Pervenire all’illibata stretta fica della sedicenne Teresa fu piacevole e interessante, e mi parve naturale: ci frequentavamo da un anno, ci vedevamo ogni settimana in un grazioso caffè a parlare di vita, arte, nuvole. C’era attrazione, c’era fascino. Poi ci baciammo, e non era scontato che accadesse; e poi, a casa mia, scopammo, la sverginai, e nemmeno questo ovviamente era scontato che accadesse, ma non mi parve così strano né così imprevisto. Avevo esattamente trent’anni più di lei, quarantasei a sedici. Andò bene, la storia si mantenne leggera e lei, sbloccata, nei mesi successivi fece sesso con molti, e andammo avanti per le nostre vite, e restammo amici.

Maggiore stupore e maggiore emozione mi diede, poco tempo dopo, pervenire alla spianata fica della venticinquenne Marta, nella sobria camera di un piccolo albergo. Marta m’innamorò molto, ed era una riconosciuta “troia”: non nel senso che si prostituisse, ma perché la dava facilmente a “tutti”. Nella zona, quasi non c’era maschio che non fosse stato fra le sue cosce, e proverbiali erano i suoi pompini al volo, offerti per gioco persino a sconosciuti. Ecco, Marta apparteneva a una tipologia di ragazza che per me è sempre stata tanto desiderabile quanto impossibile. Le ragazze “facili” sono sempre state le mie preferite, ma si sono sempre rivelate, almeno per me, difficilissime. Molto più difficili di una vergine, anche se avevano scopato con mille.

Marta fu dunque una gioiosa sorpresa e divenne un grande amore, benché la storia con lei durasse solo mezz’anno (durante il qual mezz’anno ella non smise, per fortuna, di scopare con molti altri). Scrissi per lei un intero libro di poesie. Provai dolore forte e intenso per la fine del nostro amoreggiare, anche se siamo sempre amici. Considero Marta una luminosa eccezione alla regola per cui le “facili” mi seducono ma mi respingono.

Di quante “troie” mi sono innamorato nella vita – alcune anche con attività collaterali di pornografia e prostituzione – altre semplicemente molto scopanti, con gusto, con molti! E quasi tutte mi hanno mandato a quel paese; più fortuna ho avuto con ragazze più caste, di poche e moderate esperienze, state con un numero di uomini da contare sulle dita delle mani, e considerate a volte proprio “difficili”.

Sul perché di questa inversione, nel corso della mia vita, tra “facili” e “difficili”, sul perché mi sono state difficili le facili e più facili le difficili, ho riflettuto talvolta, ma solo in tarda età (adesso, insomma) sono arrivato a un’illuminazione. Ho capito che non c’è niente di strano. Sta dentro una regola generale. La regola generale per cui si è più respinti da quelle di cui più ci s’innamora. Niente di strano.

Io m’innamoro (soprattutto) delle “troie” e le “troie” mi mandano a cagare perché, innamorato, mi slancio su di loro, le turbo, le invado, voglio tutto subito, così come ogni normale innamorato vuole da qualsiasi donna di cui s’innamora. Di altri tipi di ragazze m’innamoro (solitamente) di meno, e allora si va tranquilli, lascio che le cose scorrano con i loro tempi, non faccio mosse avventate, aspetto, chiacchiero, conosco con calma, e loro alla fine, a volte, ci stanno. Riesco a sedurle di più perché le amo di meno – brutto da dire, ma credo che questa sia una regola. Le “troie” le amo troppo e loro mi scacciano non perché “troie” ma perché troppo amate.

Niente di strano, dunque. Cioè, forse è strana la mia predilezione per le “troie”, non so, ce l’ho sempre avuta, non mi piacciono le caste e le pudibonde, mi piacciono quelle che apertamente scopano tanto e con tanti, per qualunque motivo lo facciano. Ma che esse mi mandino (quasi) sempre a cagare sta in una regola comune, niente di strano, ripeto: è la regola che più t’innamori più vieni respinto. Bisogna amare con misura, per graduali percorsi, ma io, quando son preso, non sono capace, non sono mai stato capace. E bon.


Scritto nel 2018.

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