Nulla mai è acquisito per sempre:
ero arrivato con te alla serenità
di poter dire qualsiasi cosa
senza censura né timore, sapendo
d’essere preso così come sono:
l’unico modo per non essere in ansia
in una relazione. Forse non c’entra
con l’amore: mi sono innamorato
di donne ansiogene, donne con cui
temevo di sbagliare ad ogni passo.
Forse non c’entra con l’amore ma
è bello stare insieme senza angoscia,
non venire neanche in mente qualcosa
da nascondere. Direi che l’ho provato
solo con te. Ma poi cos’è successo?
Perché ho ripreso ad avere paura
di sbagliare, è tornata l’affannosa
cautela, mi sono di nuovo trovato
a dover pensare prima di parlare?
Forse è stata con te una mirabile
eccezione: pensare prima di parlare
è buona regola, dicono i sapienti:
e di regola, conseguentemente
non si dà mai relazione senz’ansia
e senza qualche falsità – il pensiero
è altra cosa che la verità.
Lambendo il tuo quartiere
e dunque pensandoti
ho sentito la mia voce canticchiare:
amo da morire anche il tuo silenzio
che non mi lascia andare via.
È l’inconscio musicale
che tira fuori le canzoni adatte.
Nella canzone originale
credo ci sia una situazione
leggermente diversa, ma
la frase ritagliata
ci sta perfettamente: amo
da morire anche il tuo silenzio
che non mi lascia andare via.
Dunque, perché io possa andare via…
Va bene, dai, tranquilla, niente.
Per fortuna è sempre più di rado,
ma ancora ogni tanto
(forse ogni sette-otto mesi)
riesco a trovare – incredibilmente –
un modo nuovo per dirti
che noi ci dovremmo parlare.
non è bello quando dicono di una
«te la fa solo annusare»
io però in qualche caso rivaluterei
se hai un buon odore
buono intendo non per i profumieri
o i maniaci dell’igiene
dico buono sensuale
acuto e molle insieme
come solo gli odori di ragazze sanno essere
anche forte quasi sporco
tu ti metti lì
nuda
o anche solamente seminuda
e mi ti fai annusare
io ti giro intorno come un cane da trifola
ti inspiro
ti trattengo nelle narici come
trattengono in bocca il vino i sommelier
può bastare
se poi ci vengono idee più interattive
di tipo tattile eccetera
non le escludiamo
ma se non vengono va bene lo stesso
custodisco il tuo odore
nelle ampolle
della memoria olfattiva
bastano poche gocce per volare
e se invece non si può fare
neanche questo
pazienza però uffa
vedrò di sublimare la voglia
facendo belle foto a colombi e gabbiani
in riva al Po
così le posto su Instagram e Facebook
e mi mettono un sacco di like
tirano like gli uccelli
che fotografo
però preferirei una sniffata
di qualche tua buona piega sudata
collo, orecchio, ascella,
attaccatura inferiore della mammella,
plissetto del fianco, snodo
tra fica e coscia, incavo del ginocchio,
natica e via discorrendo
tranquilla che non t’accuserei mai
di farmela solo annusare
annusare è già tantissimo
niente dai lo so
che non si può
non funziona così il meccanismo
relazionale, ci vogliono
prerogative
come osserva benissimo il Gruccia
nel penultimo verso
d’una sua poesia
Uno spicchio di sole fa brillare le girandole
piantate in un triangolo d’erba
fra bassi muriccioli
nel cortile della casa di riposo
fra via Oropa e via Varallo:
il vento collabora facendo girare
le piccole pale e sventolare bandierine
colorate di verde, di giallo, d’arancio:
ronza quasi una musica dal cielo
tutto azzurro, nel pieno meriggio.
Ma nessun vecchio guarda: non è semplice
distrarsi dalla morte: resta ognuno
ripiegato, da solo, su sé stesso
fissato al seducente raccapriccio
del proprio sfarsi: l’unico spettacolo
superstite alla noia. Questa sera
succhieranno minestra avidamente
da cucchiai come capezzoli di madri
avare, traditrici. La bella giornata
di sole e di vento li prende per il culo
come gli sguardi di certi ragazzi
che corrono per strada, violenti e luminosi.
Pervenire all’illibata stretta fica della sedicenne Teresa fu piacevole e interessante, e mi parve naturale: ci frequentavamo da un anno, ci vedevamo ogni settimana in un grazioso caffè a parlare di vita, arte, nuvole. C’era attrazione, c’era fascino. Poi ci baciammo, e non era scontato che accadesse; e poi, a casa mia, scopammo, la sverginai, e nemmeno questo ovviamente era scontato che accadesse, ma non mi parve così strano né così imprevisto. Avevo esattamente trent’anni più di lei, quarantasei a sedici. Andò bene, la storia si mantenne leggera e lei, sbloccata, nei mesi successivi fece sesso con molti, e andammo avanti per le nostre vite, e restammo amici.
Maggiore stupore e maggiore emozione mi diede, poco tempo dopo, pervenire alla spianata fica della venticinquenne Marta, nella sobria camera di un piccolo albergo. Marta m’innamorò molto, ed era una riconosciuta “troia”: non nel senso che si prostituisse, ma perché la dava facilmente a “tutti”. Nella zona, quasi non c’era maschio che non fosse stato fra le sue cosce, e proverbiali erano i suoi pompini al volo, offerti per gioco persino a sconosciuti. Ecco, Marta apparteneva a una tipologia di ragazza che per me è sempre stata tanto desiderabile quanto impossibile. Le ragazze “facili” sono sempre state le mie preferite, ma si sono sempre rivelate, almeno per me, difficilissime. Molto più difficili di una vergine, anche se avevano scopato con mille.
Marta fu dunque una gioiosa sorpresa e divenne un grande amore, benché la storia con lei durasse solo mezz’anno (durante il qual mezz’anno ella non smise, per fortuna, di scopare con molti altri). Scrissi per lei un intero libro di poesie. Provai dolore forte e intenso per la fine del nostro amoreggiare, anche se siamo sempre amici. Considero Marta una luminosa eccezione alla regola per cui le “facili” mi seducono ma mi respingono.
Di quante “troie” mi sono innamorato nella vita – alcune anche con attività collaterali di pornografia e prostituzione – altre semplicemente molto scopanti, con gusto, con molti! E quasi tutte mi hanno mandato a quel paese; più fortuna ho avuto con ragazze più caste, di poche e moderate esperienze, state con un numero di uomini da contare sulle dita delle mani, e considerate a volte proprio “difficili”.
Sul perché di questa inversione, nel corso della mia vita, tra “facili” e “difficili”, sul perché mi sono state difficili le facili e più facili le difficili, ho riflettuto talvolta, ma solo in tarda età (adesso, insomma) sono arrivato a un’illuminazione. Ho capito che non c’è niente di strano. Sta dentro una regola generale. La regola generale per cui si è più respinti da quelle di cui più ci s’innamora. Niente di strano.
Io m’innamoro (soprattutto) delle “troie” e le “troie” mi mandano a cagare perché, innamorato, mi slancio su di loro, le turbo, le invado, voglio tutto subito, così come ogni normale innamorato vuole da qualsiasi donna di cui s’innamora. Di altri tipi di ragazze m’innamoro (solitamente) di meno, e allora si va tranquilli, lascio che le cose scorrano con i loro tempi, non faccio mosse avventate, aspetto, chiacchiero, conosco con calma, e loro alla fine, a volte, ci stanno. Riesco a sedurle di più perché le amo di meno – brutto da dire, ma credo che questa sia una regola. Le “troie” le amo troppo e loro mi scacciano non perché “troie” ma perché troppo amate.
Niente di strano, dunque. Cioè, forse è strana la mia predilezione per le “troie”, non so, ce l’ho sempre avuta, non mi piacciono le caste e le pudibonde, mi piacciono quelle che apertamente scopano tanto e con tanti, per qualunque motivo lo facciano. Ma che esse mi mandino (quasi) sempre a cagare sta in una regola comune, niente di strano, ripeto: è la regola che più t’innamori più vieni respinto. Bisogna amare con misura, per graduali percorsi, ma io, quando son preso, non sono capace, non sono mai stato capace. E bon.
rincasando stasera un poco stanco
sono passato davanti al cinema porno
di corso Principe Oddone e non fosse che stavano chiudendo avrei voluto buttarmici dentro costa anche poco su una poltroncina qualsiasi sgualcita e non proprio pulitissima a sonnecchiare, sognare riposare, un poco guardare lo schermo, solo un poco, volendo
nel cinema porno puoi entrare
in un momento qualsiasi
accasciarti su una poltroncina
e non badare a nulla
sonnecchiare, sognare
guardare un poco lo schermo
se vuoi
gli altri cinema non vanno bene
negli altri cinema devi entrare
al momento giusto, quando l’addetto
(che una volta si chiamava maschera)
dice che si può accedere alla sala
poi sorbirti la pubblicità
che è brutta brutta, la pubblicità
associa automobili a emozioni
quello è sconcio, non un cazzo in culo
e poi guardare il film
possibilmente in silenzio
fino alla fine
con attenzione
se no che ci sei andato a fare
e persino alla fine
non puoi rilassarti
devi stare attento ad aspettare
che siano passati tutti i titoli di coda
prima di alzarti, se no
è mancanza di rispetto
beh, i nomi dei titoli di coda
a volte ci si diverte
sono centinaia, forse migliaia
faccio statistiche
quanti ebraici quanti inglesi quanti latini
quanti Barney quanti Smith quanti Sánchez
e a volte ce ne sono divertenti
ovvio che nell’attimo successivo
non ne ricordo nessuno
io dei film
anche dei film che mi piacciono
non ricordo mai il titolo
né il regista né l’attore principale
confondo tutto
ricordo sfumature, piccole sequenze slegate
impressioni
quasi niente
e poi mi chiedono
hai visto quel film tale e tale
e io non so se l’ho visto
e resto imbarazzato
al cinema porno nessun problema invece
nessuno ha niente da ridire
entri ed esci quando vuoi
di solito i titoli di coda non ci sono
e anche quelli di testa
sono molto elementari
spesso il regista si chiama Thomas Turbato
che è geniale fra l’altro
più geniale di Quentin Tarantino
va ben che Quentin Tarantino forse
è il nome vero, non so
comunque nel cinema porno
ti rilassi
nessuno ha niente da ridire
non hai niente che devi vedere
né che devi ricordare
né che devi rispettare
niente che devi, insomma
sonnecchi, sogni
guardi se vuoi quando vuoi
e non devi ricordare
niente
è rilassante
la felicità assomiglia forse a un posto
dove non c’è niente da ridire
tu sei lì come vuoi
non c’è niente da dire
sei lì e bon
sei lì
stasera al cinema porno
di corso Principe Oddone
un riposino me lo sarei fatto
nell’odore di velluto vecchio e plastica
ogni tanto sullo schermo una figa, un cazzo
da non collocare in nessuna storia
un riposino si poteva fare
ma stavano chiudendo
C’è quiete stasera. La monofaga
mangia in cucina, decide
se andare o no a ballare da sola. Ho letto
qualche pagina delle lettere a Bruna
di Ungà, disteso sul letto. La pioggia
è scesa, oggi, lieve. Ci sono
poche luci basse nella casa.
Penso alle lente lettere manoscritte
che in venti giorni traversavano
il mondo – nemmeno così lente, in fondo:
la monofaga si dispera in tempo reale
col ragazzo riottoso, non riesce
a mangiare nemmeno se la lascio,
come chiede, in cucina da sola.
Lettere a inchiostro su carta, voglio scriverne
una a Vanessa a Madrid, che ha
cambiato casa: inaugurare
il suo nuovo indirizzo. Ma ormai
si sa che è un gioco, che ci si accerterà
su Whatsapp: non è ancora arrivata?
Nel 1966, simultaneo a Ungà
scrivevo a Miho a Tokyo, ad Ángela a Madrid
con il mio inglese e spagnolo di bambino,
discúlpame Ángela porque lo estudio
solamente desde hace un mes:
era per sempre un mese, in realtà leggiucchiavo
pagine sparse d’una grammatica
senza nessun metodico progresso.
Per settimane o mesi aspettavo risposta,
di solito arrivava. L’innamorata in cucina
non riesce a deglutire, cerca tracce d’amore
sul cellulare. Alla velocità della luce
non arrivano. Ci sono poche luci
basse nella casa. Qualcosa è cambiato,
qualcosa resta uguale. La ragazza
non ce la fa, esce sotto la pioggia
digiuna. Qualcosa
da sempre e per sempre resta uguale.
Ho scritto su carta dalla Catalunya
una lettera a Torino: nell’ufficio postale di Reus
l’impiegata gentile mi ha dato un francobollo
molto bello. Ma è stalking. Qualcosa
da sempre e per sempre resta uguale,
mentre qualcosa cambia. Spero
non prenda troppo freddo la mia
ospite disperata: il cavaliere
riottoso è un deejay. Quanto a me,
ora lo so, non m’innamoro più.
Ci sono poche luci basse, dolci
nella casa. Prendo un foglio di carta
e una buona penna scorrevole:
voglio mandare una lettera a Madrid:
tutto il vuoto del nulla che ho da dire
sarà confortato dal lieve frusciare
e piegare e poter infilare
nella busta una piuma, un biglietto
del tram consumato, qualcosa
che sia da sé, non detto da me:
e soprattutto poi
la lunga attesa di tutto o di nulla
con lunghe pause quiete:
non lo spasmo a ogni bip di cellulare
ma solamente quando passa il postino.
Però niente, indietro non si torna:
qualcosa è cambiato anche se
la gola chiusa d’amore resta uguale.
Ecco, ora è tornata, la ragazza, la vorrei
confortare ma dice
che intender non lo può chi non lo prova
– e ha ragione, ha da sempre ragione.
La aiuto a mandare dei curriculum
in formato europeo a qualche bar
e centro commerciale, bisogna lavorare.
Gli sballi, gli schemi, gli sbagli, i paletti,
divertirsi in modi fighi, accettati, il timore
del troppo, amfetamine per fare
da programma l’alba, poi senza navigatore
vi perdete fra Beinasco e Orbassano
in devastanti solitudini, un taglio
di capelli, un trucco, la musica
e le lacrime, quelle vere, nascoste:
mi finirete, lo so, nelle stesse
malinconiche dinamiche di coppia
dei padri e dei nonni, nessuna
rivoluzione: fa troppo paura
la liberazione – che gabbia di dèmoni
è il cuore, che inferno è il paradiso
di luce immensa fuori, che non s’apra
la porta, che nemmeno si socchiuda – ma
questo frastuono che ai sentimenti mescola
la propaganda dei venditori furbi
è una gabbia peggiore, è la stia
dove ingrassare polli redditizi:
non ci sarà nessuno a consolarvi
nel giorno del macello
dunque gridate più forte, cercatevi,
trovatevi, tenetevi per mano:
smettete, ragazzi, di rinunciare all’amore.
Vedere ragazze seminude o nude belle ragazze seminude o nude
che danzano nude o danzando si spogliano
o seminude giocano in luci e colori
in un locale con musica e gente
o nude giocano a pallavolo
su una spiaggia naturista
o nude posano per un fotografo
– è bello, non rompetemi le palle:
non rompetemi le palle
con i vostri discorsi volgari maschilisti
o sussiegosi femministi
che in questo caso – è curioso, no? –
vanno a parare allo stesso dispregio.
Non rompetemi le palle:
dire che queste cose fanno schifo perché
anche la tivù di Berlusconi le fa
è come dire che Dante fa schifo
perché anche Bondi le poesie le fa.
Belle ragazze seminude o nude
che danzano nude o danzando si spogliano
è un patrimonio dell’umanità
che l’Unesco dovrebbe tutelare:
affascinava ottomila anni fa,
finché c’è vita affascinerà.
E la ragazza che lo fa
– io la guardo con vasta gratitudine –
aggiunge al mondo un tocco di splendore
ruba un poco di luce
contro il buio vorace che noi tutti
attende con il suo sogghigno stronzo.
Vedere ragazze seminude o nude
nell’armonia del corpo in movimento
è bello, non rompetemi le palle
né rompetele a loro – guardatele piuttosto
e se siete fortunati baciatele
e anche fidanzàtevici
purché dopo fidanzate non diciate loro
di smettere di danzare seminude o nude:
se avete quell’idea piuttosto astenétevici.
Video creato il 19 dicembre 2017 con Simona Di Salvo.
l’odiosa purezza del mio essere impuro
mi rende inviso ai periti settori
delle scienze sepolte dentro i muri
delle accademie, delle beauty farm
coi pugni chiusi, coi gomiti tesi
salgo il corso delle vostre cantilene
non chiedo scusa
se spacco qualche naso
tenace come un rampicante salgo
sulla torre vulgata
dove sei prigioniera
non ti servono lunghi capelli
abbràcciati al mio stelo
e comincia a guardarti
i tuoi capezzoli sono stelle nuove
gonfie di luce, l’universo è un tumore
oscuro e infausto, tu escine linda
come un gatto da un bidone
corri verso di me
amo il profumo del tuo ventre, non m’importa
che cosa partorisce
ma t’ingravido se vuoi, facciamo figli
a iosa, a bizzeffe
spargiamo nostri figli dappertutto
è un quadretto la scena del mondo
folle di abeti che cercano il sole
folle diabetiche in cerca d’insulina
onde d’infranta fame sulle rive
spumeggiano
è un quadretto la scena del mondo
danza macabra d’alta qualità
in verticale 1080 pixel
o quanti gigabyte madama dorè
li voglio cancellare ma ecco
romba l’assalto dei teratosauri
ho bisogno di forza
ho bisogno di potere
devo fare cose che diano piacere
piacere è potere
piacerci è poterci
ho ingaggiato una modella per un cortometraggio
le ho precisato
nuda, e senza problemi di posizione delle gambe
voglio apertura
ha accettato, cinquanta euro all’ora, uguale
come la psicoterapeuta
sono rare le persone che accettano
l’odiosa purezza del mio essere impuro
è che
l’editto etico lo promulgarono
eunuchi revanscisti
penetrarono in tutte le parole
con la ferrea impotenza
della loro mancanza
tu dunque lascia che ti lecchi tutta
ascolta il mio odore, la mia bava, il mio dolore
ascolta il mio sudore, io
non ho niente da dirti
Non è una colpa passare in corso Belgio
a respirare l’aria che respiri,
o cercare una foto nella rete,
o mandarti un biglietto postale
ogni tre o quattro mesi:
anche se fra le nostre persone
non c’è quasi nessuna relazione.
Noi non siamo soltanto persone.
Certamente tu sei la tua persona
ma non sei solo questo:
sei nomi sei occhi sei alberi sei vie,
sei le mie poesie.
E la parte di te che sei tu
(vasta, meravigliosa)
ma non è la tua persona
io la posso assorbire, respirare:
come il vento, come il sole
non è né tua né mia né di nessuno:
non conosce appartenenza,
la sua sostanza è divina immanenza.
Tutti noi siamo tutto,
siamo un immenso tutto:
ridurci a persone è un difetto
di questo tempo nervoso ipercorretto:
merita la persona (sia chiaro)
un totale assoluto rispetto
ma non è tutto.
Che misero sarebbe il paesaggio
in cui nasciamo viviamo moriamo
se fossimo nient’altro che persone!
Sarebbe (ed è per chi lo crede) la
più totale straziata dannazione.
Per fortuna, io lo so, noi siamo interminati
immensi spazi di luci e colori
e indomabili odori.
Poi certo sì, la persona è importante:
sarebbe bello se la tua persona
accogliesse la mia personalmente:
la mia gioia sarebbe sfolgorante:
con il tuo personale permesso
del tuo mondo sarei cittadino:
così invece sono solo un clandestino:
ma è sempre meglio che tornare in Africa:
anche perché io non ho nessuna Africa:
io provengo dal nulla: a generarmi
è l’amore che provo per te.
Dunque vago nei margini, cercando
di non dare fastidio, sperando
in una sanatoria, un condono, magari
un foglio di soggiorno provvisorio.
Noi non siamo soltanto persone.
Se tu aprissi te stessa al mio entrare
non saresti tu a farlo ma il cosmo
pur essendo tu certo a deciderlo.
L’amore non si fa fra due persone:
le persone soltanto lo consentono
con libera scelta più o meno consapevole.
L’amore è fra mondi, è un fenomeno ampio:
tutto congiunge in magia irriducibile:
non lascia fuori nemmeno
un granello di polvere.
Noi non siamo soltanto persone.
Anche per questo mi piacciono le
troie, puttane, vacche cosiddette:
quelle che ammettono più navigazioni
fra galassie, fra costellazioni.
Noi non siamo soltanto persone.
Perciò vorrei parlarti, amore mio:
vorrei ci raccontassimo noi stessi
abbracciati in un letto o seduti in un caffè.
In mancanza, cammino in corso Belgio
a respirare l’aria che respiri: è
la comunione che posso, con te.
Noi non siamo soltanto persone.
Noi non siamo soltanto persone.
Paralipomeni o corollari
La persona è il pennello che dipinge la tela, la dipinge come vuole e come può. Io m’innamoro del quadro, non del pennello.
La persona è il sasso che fa cerchi nell’acqua. Mi affascinano i cerchi, non il sasso. Talvolta, mi affascinano cerchi che s’incrociano, prodotti da sassi diversi.
Perciò sono in grado di amare da una certa distanza: una distanza da cui io possa sbirciare uno scorcio del quadro, una distanza da cui io possa sentire il muoversi dell’acqua.
L’impulso è, naturalmente, avvicinarmi al massimo: unire pennelli, congiungere sassi.
Ma, in mancanza, camminare in corso Belgio è qualcosa.
Maledetto disordine, ho lasciato sul frigo
la carta della tavoletta di cioccolata,
così m’ha illuso, invece è vuota, vuota.
Sì, era quella da 49 centesimi all’etto
ma adesso non facciamo come la volpe e l’uva.
Fra l’altro anche l’uva è finita, l’avevo
presa ieri all’Ekom di corso Belgio
ed è finita. C’è qualche mandarino.
È una sera così, non è che va male,
sono in cucina e tutto intorno c’è il mondo
con gli amori reietti, il football, la fame,
nei bar ci sono uomini che in piedi al bancone
muovono il collo in un certo loro modo
come dei onnipotenti, altri seduti ai tavoli
intimoriti scansano gli sguardi – io non so
chi si dovrebbe amare, chi ammirare
e chi invece spregiare, non capisco
il meccanismo, c’è un continuo scarto
da norme che comunque non conosco.
Mi metto su la giacca e vado al supermercato
aperto di notte a comprare cioccolato?
Ma forse nel tragitto mi passa la voglia.
Ho uno yogurt alla prugna e dei biscotti.
Fuori c’è tutta quella gente che cammina
e dice cose, non so. Sono stanco
o forse no, forse uscirò, non so.