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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

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Alcune poesie scritte nei primi cinque mesi del 2025

26 lunedì Mag 2025

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore, amore e morte, cose di dentro, scenari

ARANCE GROSSE

Ha sbucciato un’arancia.
Lo intristisce la sera, vorrebbe
una luce perpetua, ma non quella
dell’eterna sedazione – il niente
lo sgomenta: dove torna a camminare
il moscerino schiacciato? In nessun posto?
Solarità, anima viva e mobile
com’è che può non essere per sempre?
Un moncherino l’esistenza?

La pastiglia per la pressione, dice il medico
che allunga la vita. Ha comprato
delle noci e del succo di pera
da togliersi la voglia, la sera
lo intristisce, gli potrebbe giovare
un sapore di donna, foss’anche
un’entraîneuse che gli sbattesse
un capezzolo in faccia, ma costa
e non gli piace l’ambiente, gli ricorda
i doppi messaggi di una madre inadatta.

L’amore è nulla senza l’entusiasmo
che trae da sé, per un poco svagina
dalle cuoia mortali. Qualche pensiero a volte
a una simile uscita s’avvicina
ma è smascherato ormai. Abbaia un cane
su un balcone. La sera primattrice
recita un mostro viscoso in un dramma
del cui copione nessuno s’assume
responsabilità, il dio, il fato, il big
bang, la gangbang, Evelina
Boabang fu una penfriend in gioventù
con aerogrammi leggeri del Ghana:
sarà ancora tra i vivi?

Arance grosse, quattro fa più di un chilo:
due euro all’In’s, ne sbuccia una seconda.


UN ORZO NOTTURNO AL BAR SOPHIE

Prendo un orzo notturno al bar Sophie.
Un barbone entra, camminando
con difficoltà, si siede, ordina
un caffè, dispone le sue cose
intorno al tavolino, mangia
brandelli di cibo tolti da sacchetti:
passerà qui una parte della notte
con modica spesa
e senza il timore che qualcuno
voglia assisterlo troppo.
Il barista, straniero, viso buono
gli serve il caffè con garbo, poi
chiude meglio la porta, fuori
è freddo, ma ugualmente un uomo
compatto sta seduto nel dehors.
Un altro è appena uscito, impugna
la bicicletta e va. Il barista mette
un po’ di musica, è ospitale qui:
si fa quel che si può. Mi sento bene
come dove non si scaccia né trattiene:
le mie filosofie, leggo una pagina
d’un libretto, bevo l’orzo, aspetto
ancora un poco, poi pago
un euro e trenta, esco in strada, vado
per la piazza, lentamente, verso
il privilegio caldo della casa.


LIBERA NOS A VERBIS

Nel vuoto largo un vento
muove un sedimento di parole:
non lo alza, soltanto
lo muove, quanto basta per confondere
la visione del suolo.

Parole grasse, pesanti:
non si sollevano. Noi
stiamo in piedi, in silenzio.
Non si sollevano, ma
hanno un cupo riverbero
brulicante di bachi. Sappiamo
di non possederne altre. Se parliamo
o anche solo pensiamo, sono quelle
che cadono squamandosi
dalla pelle, la nostra, dalle mani
e dalle labbra: contribuiamo
al molle verminaio.

Poi non ce la faccio più, ti dico
che oggi all’Aldi avevano
il succo di frutta che ti piaceva
e l’ho comprato, lo berrò.
Sorridi forse
mentre dal guano vibra: smorfiosa
costa caro quel succo, si rituffa
un lombrico pedante, pare innocuo
ma echeggia: uccidetela, uccidetela.

Libera nos a verbis, Domine:
allontana questo calice di merda
borghese, popolare, risaputa:
così tanta ne abbiamo bevuta.

Squama la mia voce, velleità
sminuzzata da becchi di chiocce
giù al verminaio. Se restiamo
in piedi in silenzio, potremo
svanire in luce?


ASSOPIRE

Quando mi concedo di fantasticare sull’oltre
ogni volta mi sembra più impossibile: stasera
(mi vergogno) pensavo che quando parto
(e già che sia partenza è fantasia)
potresti venire sulla porta a prendermi
(che pretesa) – che poi potrebbe essere
anche un fantastalking interdimensionale
molto scorretto, chi l’ha detto
che vorresti? Magari lì ci sono
angeli bellissimi, bisex, o preferisci
stare da sola o che altro, chissà.

Ma mettiamo che sì (è fantasticheria):
mi prendi e… andiamo? quanto spazio!
mi tieni la mano? abbiamo mani?
va bene anche puntini luminosi
(sì, le fatine di certi cartoni, lo so)
ma mi stai accanto? che ansia
di perderti… Ma è assurdo, l’ansia, di là!

Il fatto è che il montaliano fil di lama
non è un inconveniente, della felicità:
ne è la condizione. Per gioire
che ci sei devi potere andare via:
se no è tutto finto, è un simulacro.

No, vedi (vedi! ti parlo…) è davvero
inimmaginabile, ma teniamo buono che
proprio nell’inimmaginabilità
(invisibile velleità) magari sta
della nostra – dura di lingue e immagini –
catena, l’anello (nascosto) che non tiene…
Anche questo è fantasia, dai, va bene,
sono un po’ stanco, mi sento assopire.


VALUTERÒ

(poesiuola con pubblicità indiretta
del Pritt ma non mi pagano)

Lo stucco veneziano di questa casa
in cui sto ormai da quattro anni e mezzo
sconsiglia i chiodi, se provi a piantarne
viene giù un palmo d’intonaco, dunque
ho adottato i patacchini gommosi
Pritt Multi Tack per tappezzare
di donne, come sempre m’è piaciuto,
le pareti: da bambino c’era la carta
da parati e le incollavo, cosa che
dopo qualche sgridata fu concesso
(«tanto quella vecchia tappezzeria
sarà presto da cambiare, lasciamolo fare»);
nelle prime case di Torino i chiodi, poi
ci fu una pausa nel tempo del matrimonio
perché la moglie, sa Dio perché, non gradiva
mie amate alle pareti, poi, finito
il matrimonio, di nuovo chiodi, l’alloggio
di via Pinelli al trasloco l’ho lasciato
che era tutto un puntaspilli. I patacchini
vanno bene, all’inizio, però hanno
una scadenza, si seccano, e adesso
è tutto un cadere di foto come foglie
d’autunno che ha forse un valore simbolico
nel mio autunno: a volte di notte
sento un fruscìo nel silenzio ed è una foto
che scivola giù al suolo. Vabbè,
basterebbe rinnovare i patacchini
(manutenzione ordinaria) ma forse
è un segnale, meglio mettere le foto
in un album e alle pareti pochi poster
perbene, con magari le montagne
come le sale d’aspetto dei dentisti.
Così fra l’altro non dovrei stare attento
(in foto molte donne sono nude)
nei video social in casa, alle inquadrature
per schivare indiscrezioni o censure.
Eh, la saggezza, la maturità.
Farò così. Forse. Però non so…
A me che non sopporto che finisca
nulla, praticamente, anche una foglia
morta, naturalissima, mi dà
malinconia, ecco, a me piace
che le pareti di casa contengano
almeno in immagine le donne
che in una vita, in un modo o nell’altro
dalla sveltina al profondissimo amore
è sempre, nel buio del vivere, un lucore –
m’hanno donato gioia… Valuterò.


…

egli ondeggia, ti cerca, non sa
o teme di poter sapere
quanto sei tu nel sogno e quanto
è solo lui, brandello di
ego vagante in gurgite vasto
ego narrante, narrazione spettacolo
che non s’interrompe, finché
viene la rinnegata, inenarrabile, la
smascherata, la non vista, a togliere
il proprio stesso velo, che mai ebbe
e fu celebrato, rinvenuto in
luoghi di culto adorni, vieni
tu aggraziata, tu anima, afferra
la sua mano, estrailo
dalla guaìna delle sue sembianze
di proporzione aurea di specchi
infidi, spezza come pane i suoi
occhi, fanne sanguinare un pegno
ignoto a lui, di verità, di te


QUALCOSA

Non ti tiene viva il libretto
con le tue poesie e i tuoi disegni
né ti tiene viva la memoria
mia o d’altri, che sbiadisce e poi
muore a sua volta, e tantomeno
ti tiene viva una lapide, una tomba
o una fotografia. Potrei
illudermi che il vento, gli odori
delle piante e del fiume, il bosco
ti tenesse viva, un poco, ma tutto
muore, scompare, anche il sole
e il firmamento e gli universi, polvere.

Per non bestemmiare a sangue
nero, rovente questo essere
friabile, ingannevole, bisogna
postulare qualcosa: non
pensare né immaginare (il pensiero
e le immagini muoiono)
ma postulare, in una necessaria
matematica, qualcosa
di cui nulla dire, ma qualcosa.

Intanto, consolarsi, sognare
e parlarti e ascoltarti
con la libertà (che tu e io bene sappiamo)
provvisoria (senza coinfini) dei bambini.


DIPINTO, AUTORITRATTO

Guardo un tuo dipinto, non necessariamente
autoritratto, ma in qualche modo sì,
e mi viene in mente di quando mi dicesti
che saresti voluta entrare nella casa di tuo padre,
dove c’erano tue fotografie, non per rubarle
ma per cancellare da ognuna il tuo volto
e lasciarle lì, senza volto. Mi spiegasti
anche come preparare un acido adatto
per scolorire senza bucare la carta, tu
sovente i colori te li facevi da sola, quando
dipingevi, mescolando sostanze
come i pittori del Rinascimento.
Ne parlavi col tono di un progetto serio
e ti seguivo intento, da complice serio
e poi ci capitò di essere in quella casa
noi due da soli, ma non lo facemmo.
Lasciare il corpo senza volto, ne dissi
alla mia psicoterapeuta che rimase
impressionata, ma certo questo fatto
che le tue cose le raccontassi io
alla mia psicoterapeuta, non serviva
a granché, e trovare psicologi per te
non era facile, ci abbiamo provato.
Cancellarti, perché ti cancellavano:
era uno dei demoni e pochissimo valeva
il mio sporgermi per essere una teca
a contemplare e serbare il tuo essere
e ascoltare e difendere, amare.
Niente. Guardo il tuo dipinto, è
un buon lavoro, eri brava, ora lo sai?


ONORE ALLA COMPAGNA GUGLIELMINA

Ce ne sono stati. A parte uno
che si chiuse in garage e s’asfissiò
con l’ossido, ma lo conoscevo
poco, la prima fu Guglielmina
che al paese, in cascina, si sparò
nel settantuno, a sedici anni
con il fucile da caccia. Veniva
in un cortile dove raccoglievamo
roba usata per venderla e finanziare
la lotta proletaria, uno del gruppo
mi disse: “è morta, s’è sparata”
“mi spiace, era dolce”, risposi
e lui: “no, era una stronza”.

Al cimitero del paese non c’è
più la tomba, non c’è niente e Google
dice “nessun risultato trovato
per Guglielmina G****”
io da allora ci penso ogni tanto
era dolce, non era una stronza
e noi poi chissà
che cosa finanziavamo
con la nostra raccolta di rottami
ci facevamo troppo poche domande.

Quindici trenta sessanta o novanta
sono vite, non è la durata
a distinguere, almeno su questo
non appoggiate le vostre prestazioni
e se memoria resta sia giardino
di querce e primule, sia germogliare
di semi e moncherini in riva al fuoco:
vite voglio ricordare, sono stanco
voglio ricordare vite:
la morte sa ricordarsi da sé.

Capelli lisci, ombrosa, forse veniva
al cortile della rivoluzione
soltanto per trovare compagnia:
non si era compagni? Fra le astratte
solitudini dure, si proclami:
onore alla compagna Guglielmina
caduta sotto il piombo di un nemico.


PLEBAGLIA

Una ferocia molle, urticante
di vermi o larve sostiene la dura
ferocia delle spire del serpente
di cui applaude i morsi micidiali
raccomandandosi: noi, anche noi
pungiamo, da tastiere o wine bar
col tuo veleno: non ci abbandonar!


LE SCARPE NUOVE

le scarpe nuove vanno, sono io
che vado non molto, rigido, malfermo
nell’orrida vecchiezza

che non sarebbe obbligatoria, volendo
la vita
fra il troncare e il lasciare che si sfilacci
ogni scelta è rispettabile

e il trobar clus non è ricercatezza
ma necessità, perché ormai si perseguita
tutto ciò che non è magnifico
ottimista amorevole progressivo

trobar clus per non trovare chiuso
ogni varco d’immaginazione
(che poi nella vecchiezza
è quel poco che resta) – bisogna
tornare ai volantini appiccicati
alle fermate, anonimi, dove
si può inneggiare a qualsiasi
brigata o ritirata

invece appiccicano anche lì
banalità o pubblicità o velleità
o sono io che ho gusti troppo difficili

ma questa molle dittatura polipartisan
sostenuta da un festoso/tedioso Lumpenbürgertum
consumato di consumi
e da scorie di chiese residue
capitali di capitali
fondate su strati di angosce rese inerti
da opportuni trattamenti
per la nostra sicurezza
che stanchezza

anche il trumpo come il duce può fare cose giuste
tipo uscire dalla calza oms
omsa, che gambe
ma ciò non toglie che sia un assassino

le Kessler sono politicamente scorrette?
e perché non posso pubblicare le tette?

avrei stimoli di lotta
però un po’ contro tutti
che è troppo vasto e sono debole
già fatico a infilare un cappotto
figuriamoci l’armatura del cavaliere errante

erro su qualche bus
i miei piccoli errori
finché una parola di non glassato affetto
o una nuda bellezza
m’adesca a volere un giorno un giorno ancora

poi non so, le scarpe nuove
sono state un buon acquisto, leggere
ma calde, ben foderate, anche un minimo
eleganti, che non guasta


RIEMPIRE E INCARNARE ED ESSERE

Un vuoto lo si può
riempire e incarnare ed essere
contemporaneamente
e ciò che filtra è semplicemente
la voce di un angelo
che fa il suo mestiere:
annuncia – ma in lingua difficile.

Così gli abbracci abbracciano abbracci
passati o mai stati, mancati
e presenti, a riempire
e incarnare ed essere ciò che sono
sul nulla inconciliabile: il corpo, le stelle.

Il resto, è anestesia
che fa sempre meno effetto.

21 febbraio 2025



POETI?

Poeti? Non siamo
soprammobili, abbiamo
desiderî e bisogni
non molto edificanti, mischiamo
a macerie pisciose i sogni lievi
dell’erba, a volte ruvida
a volte molle, selvatica:
adatta a rotolarsi, godere
brevi ferocie dolci, ferirsi
e cercare balsami
in occhi, in odori di donne
amate o di passaggio, lasciamo
l’urbanistica del mondo
ai geometri saggi, guizziamo,
detestiamo le chiacchiere belle
e se ci innamoriamo
è per sempre anche solo un minuto.


26/27

È limpida, stellata questa notte
senza luna – era piena la luna
quattro anni fa. Vegliamo in silenzio:
c’è della pïetà nella vertigine
del cielo, nei germogli
annodati sui rami, si protende
un vuoto ventilato sull’opaco
coagulo del mondo: qui è tutto.


LA SERA PER CRI A GARESSIO

Poi mi è sembrato che fosse tutto inadeguato
e confuso, sgangherato
ciò che si diceva, soprattutto da me
prolisso sempre, ma anche dagli altri
nella sera, e dopo un attimo
di disagio ho pensato: è meglio
così, ci mancherebbe
che riuscissimo a dire cose
adeguate, precise, centrate:
tali da ridurti a un discorso dicibile.

No! Ma è bello, io credo (a me sembra bello)
portare a gente diversa, riunita
perché il deserto rallenti di crescere
il suon della tua voce
sottile ponte verso l’infinito
che da prima sapevi e ora sei.


L’APRÈS-MIDI D’UN VER

Grosse nuvole gonfie, larghe
come giovani pregne dopo il coito
mutano e sulle colline la loro ombra
è veloce. Scissioni?
Quale materia c’è da scindere?
Io sono un bruco che osserva da un albero
e, mancata forse una metamorfosi, ma
non è detto che fosse prevista,
aspetta che le zampe perdano
presa, per vorticare giù
ad annullarsi, come le foglie, ma le foglie
lo fanno meglio, più linde, colorate:
sanno senza ribrezzo marcire o seccare.
Materia? Potresti piovere da queste nubi
e sarebbe di vita la lunga traiettoria
a fecondare. Io sono rimasto
fra le squame del tronco, l’orizzonte
si svasa in linee sottili, illusorie
di oltre, oltre, o è una scatola
di vetro, il gioco crudele di un vivarium
dimenticato in un seminterrato?
Ne sei uscita? Ti potrò raggiungere
cadendo nel becco aperto di un nidiaceo
io cibo-corpo che la madre uccella
amorevole porta alla sua prole?
Scissioni? Non sono che ferite
e suppurazioni, rimescolamenti
da cui nulla si stacca veramente.
Io sono un bruco che osserva da un albero
ma non è vero, sono un uomo seduto
dentro una casa a morire per intero:
non saprò nemmeno se è solo un disegno
sulla lavagna, se passa la bidella
a cancellare. Ti potrò raggiungere?


DÄMMERUNG

Questa penombra in cui mi hai lasciato
sta sotto il buio e sta sotto la luce
o nemmeno, non so più proprio dire:
attraverso, raggiungo dove vivono
persone in albe e tramonti e nugoli
d’astio, di guerra, di veleni che
però qualcuno amorevolmente
dirada con abbracci, con discorsi.
Ma questa descrizione non descrive.
Prendo tredici gocce d’ansiolitico.
Ti vorrei domandare delle cose.


È QUESTA LA SPERANZA

“Se troverai un fidanzato
sarà proprio contento di baciarti la bocca”
scrive un commentatore/odiatore
ad Ambra che si diverte a contare
quanti uomini ha fellato in un anno
e un altro: “Sai che ci sono malattie
trasmissibili anche nei rapporti orali?”

La concentrata grossolanità
del male: 1) monogamia come aspirazione
indispensabile ma ora compromessa;
2) possibile compagno che verrà disturbato
da chi è già stato nella bocca di lei
(e presumibilmente in altre parti
del corpo, ora di lui esclusiva proprietà);
3) uso del panico di una peste improbabile
a scopo di morale repressiva.

[Corollario: il fidanzato “la bacia”
(le altre cose le fa con le sgualdrine)
e può essere schifato che in bocca
ci sia stato dell’eiaculato – magari
c’è anche un po’ di omofobia, in questo.]

Intanto dopo le mascherine e le fiale
il Potere della spaventosa sicurezza
darà corredi di sopravvivenza
(per tre giorni, non pretendere troppo)
in possibili guerre da nemici imprecisi.

Uno solo è lo scopo: che tu non sia libero:
perché da libero il Potere
non ti può possedere.

Credo però che i commenti ad Ambra li scrivano
dei vecchi ultratrentenni: nei più giovani
vedo crescere una percentuale
che al terrore al possesso e alla morale
si saprà ribellare, che saprà
con libertà baciare, disertare
e volare più in alto: è questa la speranza.


PANCHINA

Sulla nostra panchina arcobaleno
qualcuno dorme al sole. Per adesso
non l’hanno resa ostile con ostacoli.
Qui abbiamo mangiato le albicocche
dal sacchetto di carta, qui hai riso
e pianto ed era bella nonostante
tutto la vita, la morte non so:
ne parleremo dopo, se potremo.

[piazza Vigliardi Paravia, 28 marzo 2025]


UNA FOTO NON SCATTATA

L’ho pensato, quando stravaccati
armoniosamente sul letto
ad ascoltare un discorso
le due ragazze avevano i capelli
mescolati insieme, dolcemente
e sotto il viso di una il mio libro
che le avevo regalato
l’ho pensato – di scattare una foto, sarebbe
stata bella, ma forse anche
un po’ egocentrica (per via del libro)
e soprattutto avrebbe
disturbato il momento, così
non l’ho scattata.

1° aprile 2025


ECCO IL PONTE

Sente, o sento – decide
se usare la terza o la prima:
questione formale, captatio
di pass letterari, vaffanculo –
sento un’ansia, una colpa
(una propria mancanza
e di fatto, a sé, un mancare)
di non saper riempire
un vuoto transfrontaliero
dall’anima-corpo al corpo
infinito, vago come un’impronta
non impressa eppure… Qui
per fortuna si distrae, sul bus
diciotto gli si sono messi accanto
due ragazzi all’acqua di colonia:
decidono dove andare, al parco
tranquilli, e gli eserciti, uno
ha gettato pomodori alla Meloni
e free Palestine, dice che
se rimettono il militare fugge
in Francia, io faccio ancora in tempo
a filmare la Dora, ecco il ponte.


QUI

La lavanderia a gettone
in piazza Barcellona
c’è ancora, funziona. Bene-
dire o maledire è sempre
soltanto un dire, non basta.
Quando indovinando la pizzeria
ti ho raggiunta, mi hai
guardato male, come
un persecutore, ma eri uscita
così disperata! Avevo paura
di lasciarti cadere. Il bar
dove hai pianto, quello
non c’è più, ha chiuso. Ti ho
tenuta stretta per ore
quella sera. Quando
ti rasserenavi gli occhi
era aprirsi tutti i cieli del mondo.
Ora cammino rigido, trovo
piccole trasparenze
e anche sorrisi, assediati
da mostri scuri
che vorrei come un bambino
scalciare, ma è sempre
soltanto un dire. Un nero
ora in un altro bar gioca alla slot
e un vecchio tiene il palmo
su un bastone, tu lo sai che qui
è tutto pieno di anime ferite.


(PIOVE, È MARTEDÌ, PARTO PER CEVA)

c’è gente normalissima che dice
non faccio nulla se non prendo il caffè
io se mi sveglio preso da un’idea
dimentico cibi e bevande fino a sera
che poi la fame, signori occidentali
è dal terzo giorno, l’ho provato

ma la mia non è una virtù
un cappuccino, benché aumentato
a un euro e cinquanta, lo trovo
(piove, è martedì, parto per Ceva)
mentre un’idea a prendermi
e sostenermi, è più rara

un’idea, non intendo un ideale
non intendo cose sane o edificanti
anche un’idea criminale va bene
o un entusiasmo spicciolo
persino un poco incerto, ma esistente
a prendermi e sostenermi

per il bambino che gioca è un sopruso
la chiamata a cena e ha ragione
se fai ciò che vuoi fare non esiste
ora di cena, finché non avrai fame
ma è un sopruso a cui poi ci si abitua
come a tutti i soprusi del buon vivere
(piove, è martedì, parto per Ceva)

ma ecco viene la vecchiaia, detestabile
faccio più errori a scrivere
(il cervello, le dita, l’intontire)
e anziché contemplare infiniti
la si passa a pagare interminabili rate
del dentista e l’affitto, perché gli incisivi
servono a sognare di ancora piacere
a una ragazza, e una casa
per rimandare l’ammalarsi

ed è vanità dire tutto è vanità
noiosi i buoni come noiosi i cinici
trovassi in fondo al cortile quattro tubi
per fare una capanna in cui essere dio
e poi fare l’amore, è importante
nessun animale ha una vita post-sessuale
tranne noi e i pet che abbiamo condannato
amorosamente a essere come noi

la vecchiaia detestabile, mi sembra
vecchio anche il mondo, post-moderno
post-industriale post-umano
si scrivono i post
sui social, anche in questo momento
e le bollette di luce gas e rifiuti
si vive perdendo il tempo che non c’è
si fa quel che si fa

e la natura, poi, non è vero che il leone
divora la gazzella perché deve vivere
la divora perché è feroce e crudele
e come effetto secondario vive
e così noi…

“la condivisione è un atto politico”
c’è scritto nella fotina Whatsapp di Alice
giova credere che ancora ci sia vita
e non proiettare le proprie magagne
sul mondo, che ha le sue

vado persino alle manifestazioni
per Gaza e contro il decreto sicurezza
e contro il patriarcato, ci dev’essere
ancora vita, ciò non toglie che
la vecchiaia sia detestabile, inutile
addolcire, ma parlo per me

d’altronde ho bisogno più di idee che di caffè
è un egoismo autoconservativo
cerco qualche simile, qualche
abbraccio, scrivo sciocchezze, smetto
che devo uscire per prendere il treno
non è che devo, è che ho l’idea di farlo
e lo faccio
(piove, è martedì, parto per Ceva)


ALLE FOTOGRAFIE

Dicono che i morti con il tempo assomiglino
alle fotografie, ma tu non puoi, tu hai troppe
dimensioni: non hai assomigliato
mai a niente, nemmeno a te stessa.

Compari intera, certe volte, accanto.

Poco fa per il viale hai ripetuto
quel versosera che parlando lieve
d’una cosa qualsiasi, t’eri immersa
con l’aggrazio d’una piccola lucertola
nel tuo sorriso in luce e ombra, indietro:
benevolmente accettandomi all’interno
del tuo cerchio a camminare e
risucchiandomi in te, in quel sorriso
che non si può né dire né dipingere
né tantomeno rinchiudere in foto:

quel sorriso che rende inammissibile
non solo il tuo dolore e la tua morte
ma ogni dolore, ogni morte, tutto.


XXVI APRILE

Malumori, scontri, piccole
tempeste in mari di – letale – indifferenza.
Già retorico “letale indifferenza”, l’afasia
s’avvicina, per vecchiaia e
[in]sofferenza – venticinque
aprile sui “social”, non riesco
a mettere pollici alzati a foto d’epoca
di piazzale Loreto, ma non
perché io sia un sensibile angioletto:
tutt’altro, ma ecco, vi direi:
giocate con qualcosa che non sapete:
il corpo appeso all’ingiù, che sia
di un Homo sapiens colpevole di
genocidio o di un Sus scrofa
condannato a ragion di prosciutto
o di un Homo sapiens femmina
lacerata da inquisitori o di un Felis
catus impiccato per gioco
è molto eccitante! – fa presto
a dare dipendenza. Fingete
voi di no? È il pericolo maggiore.

La gradazione alcolica del sangue versato
è più che il centerbe dei monaci con cui
mi sbronzavo ragazzo masochista.
Non c’è nessun bisogno
di ordinare ai soldati il massacro:
viene da sé, come il sorriso quando
incroci gli occhi di un amico.

Sono così stanco! Vorrei rannicchiarmi
in abbracci di ragazze, non serve
amore, basta già percepire
un sospendersi dell’ostilità.

È su un filo di lama il non ferire
come la felicità, è un’imboscata
sviata non per sempre.

Che berciare! Qualcuno dirà
che Mussolini o Hitler o il pedofilo
stupratore non è Homo – la specie
come fosse un merito – qualcuno
che certe cose qualcuno se le merita
(ha sterminato un popolo o indossa
la minigonna) – io sono così stanco.

Le massime, la vita. Ho scritto libri,
piantato alberi e generato figli:
secondo non ricordo più che cazzo
di saggezza orientale, sarei
perciò davvero un uomo – ma è ridicolo:
vorrei, semmai, colmare ancora qualche
donna di sperma, in bocca o sulla pelle.

Fischia il vento fra gli ossi fino al lago
del cuore, che si perde nelle crepe
della terra, va giù nella falda
del dolore, del sogno, di chissà.
Nulla, probabilmente.

Oh anime belle, oh anime violente,
oh anime senz’anima, oh!
Io sono stanco, lasciatemi stare:
non è importante. Questa sera forse
vado a sentire un concerto in un posto
e la musica, il cielo, la gente…


UN RUBINETTO

Eliseo, un cassiere dell’In’s
è gentile, sorride spontaneo
e ha una rada barbetta, mi passa
l’insalata novella già lavata,
lo yogurt vegetale e il succo
di pera, una cena completa:
poi esco e non so bene come sia
il mondo, in corso Taranto c’è il solito
che chiede un euro e c’è il verde degli alberi
nuovo ma non del tutto, m’assopisce
una serenità senza motivo, viceversa
vorrei spaccare il mondo (ma non
per vanagloria, anche in segreto) oppure
morire e questo comunque accadrà:
ho trovato per terra un rubinetto:
non so dove incastonarlo, lo appoggio
sulla scatola di legno di un gioco sciangai
che non apro da prima del trasloco.


1969, 2025

Lo stato d’animo psicofisico di certe mattine
non è diverso dai sedici anni, c’è una patina
sugli occhi o sul mondo, non so a quale lato
aderisca e una nausea a dover cominciare
a far cose mai piene, un po’ assurde, come se
fosse un dovere minimale alzarsi
e vivere, mentre altro, altro, altro…

È il 1969, è il 2025, però adesso
è più vicina la scadenza, ho una valigia
di noia e gioia e dolore e smarrimento
e meno forza nelle gambe per andare
sia pure, come sempre, senza meta:
e gli occhi e il cuore e il cazzo, gli essenziali
strumenti umani, sono meno pronti.

E il mondo, gli ideali? La vittoria
del Vietnam non portò che dittatura:
rieducare puttane addirittura
come la più feroce inquisizione
d’un’azione cattolica, e l’America
difendeva capitali, non diritti
e oggi sappiamo che così fan tutti:
però succede qualcosa di buono
in qualche casa di periferia.

E ogni tanto mi sveglio, m’infurio
o mi sostiene un qualche desiderio
o una rabbia o un amore, che tutto
fosse inutile infine lo sapevo
già da bambino (“è un bambino vecchio”
dicevano gli adulti indifferenti)
e allora avanti, avanti, piedi flosci,
anime rotte eppur bisogna andar:
con-qui-stare la nostra sepoltura
dove splende il sole-che-non-c’è.

(Nel cortile in via Mercanti bei ragazzi
e ragazze grazie a dio un poco nude
ridevano, saltavano, si davano
spintoni con il ritmo della musica:
giocavano così come si lotta
da cuccioli di maggio, ed è normale:
affronteranno il tempo
delle nuove galere
e ad aspettarli fuori rimarranno
i nuovi sogni, le nuove primavere.)


LA NATURA

Sul bus ventisette due vecchiacce
inveiscono contro le erbacce
che andrebbero falciate
e contro gli immigrati
che infestano, e se li arrestano
rispuntano il giorno dopo
come, del resto, le erbacce
nella madida bella primavera.

Loro invece, come me, sono vecchie
e non rispunteremo, io però
canticchio: evviva le erbacce
e abbasso il giardiniere, evviva
le ragazzacce, abbasso
chi le vuole prigioniere.
La natura è feroce di suo:
perché ancora volete infierire?


CANT ESPIRITUAL

Lo spirituale? Era Marta che usciva
dall’ampio bagno del vecchio club Arci
con riflessi di sperma al decoltè
e a seguirla un ragazzo, mai lo stesso:
e dopo un’ora era un altro a passarci
e lei non si puliva, a mezzanotte
aveva poppe lucide, glassate
mentre beveva un gin fizz al bancone.
Ma questo mica sempre! Solo se
era uscita di casa in armonia
e buon umore: di giorno insegnava
in una scuola, non è sempre uguale.
Nel vecchio club certe notti suonava
qualcuno bravo, la chitarra, il piano:
io leggevo talvolta qualche verso.
Una o due, oltre a Marta, dispensavano
grazia soave nel bagno del club:
un gioco al volo oppure una premessa
d’un proseguire in camere, in alloggi.
Marta però di più, non si discute:
era lei la regina che nutriva
di cibo spirituale l’Arci club.
Spirituale, perché non si sapeva
né se né come né quando né chi
e nemmeno perché: era un mistero
di bellezza di quelli che il rosario
mai osò contemplare. Poi quel tempo
è passato. Invecchiato io potrei
come dicono dire: “non ci sono
più gli Arci di una volta” – ma confido
che ci sia altro, che forse non vedo:
nei circoli serali come in cielo.

[Marta è un nome di fantasia. Il contenuto di questi versi è frutto dell’invenzione dell’autore. Ogni riferimento a luoghi o persone o fatti realmente accaduti è da ritenersi puramente casuale. Il Cant espiritual del titolo è quello celebre di Joan Maragall, che si pone una domanda a mio avviso fondamentale per l’inimmaginabilità dei paradisi d’ogni religione: «què més ens podeu da’ en una altra vida?»]


DICE

(Gli dice: se non l’avessi incontrata,
non sarebbe stato meglio per te?)

China il capo. Per lei forse
sarebbe stato meglio, il destino
è spostato da piccole cose
e ho colpe.

(Insiste: non guardare a tue colpe
né al destino di lei, dico per te
se tu non l’avessi incontrata:
non avresti provato il dolore che provi.)

Scuote il capo. Incontrarla per me è stato
la più grande fortuna della vita:
essere stato con lei, accanto a lei:
un dono inaspettato, immeritato.

(Ancora insiste: ma avresti incontrato
forse altre, in altri amori più sereni
e non meno profondi, e più felici
e più lunghi, non avresti conosciuto
il vuoto, la tragedia.)

Adesso è spazientito: sono cose
semplici, ma faticose a dire, perché
mi fai stancare? Il dono è stato
lei, non gli amori sereni e felici:
non c’è nulla con cui lo scambierei.

(Non la smette: se tu non l’avessi
conosciuta, non potrebbe mancarti
quel dono! e altri avuti ne avresti
forse migliori, come puoi negarlo?)

Si arrabbia quasi: tu non fossi nato
non ti sarebbe mancata la vita:
non avresti saputo. Ma sei nato.
Io per la mia fortuna l’ho incontrata.

L’amore, se esiste, è questo che fa
insostituibile ciò che è stato ed è e sarà:
oltre il piacere o il dispiacere, è
la cosa in sé, la cosa in te, il miracolo
di una vita che mentre è la vita
mortale, è già altro per sempre:
contiene tutto, non si scambierebbe
con altro perché non c’è dell’altro
fuori da lei e me: e se nel tempo
del calendario fosse solo un giorno
insieme, è un giorno che non può finire.

È un dono irrevocabile, non è
una merce da rendere al negozio
perché non calza bene, ma non è
nemmeno una stazione d’un cammino
ascetico per renderti migliore
in scale verso qualche paradiso
meritocratico, né la costruzione
d’una via via più sana relazione:
non è un progetto, un domani, un sarà,
né un ricordo, né un ieri, né un fu:
non è un se avessi, un se fosse: è un è.

Però mi stancano queste parole:
lo vedi, non lo so bene spiegare:
sono contento di averla incontrata.
È preoccupante cercare di spiegarlo.
Non è ovvio che ognuno e ogni cosa
è insostituibile in eterno?

Le parole confondono. Più parlo
meno sono sicuro. Uno spirito verboso
ha separato inferno e paradiso
dimenticando che l’inferno è il paradiso
per chi se ne innamora e il paradiso
è l’inferno per chi se ne annoia:
questa è roba reale.

Sull’indicibile le parole ronzano
come le mosche sulla merda o sul miele.
Non lo posso evitare, mi fermo
in un punto qualsiasi
per la stanchezza, non la compiutezza.


QUESTA BREVE SCONNESSA VITA QUA

Mi scrive un amico stamattina
“dobbiamo essere toccati da tutto”
e penso: purché il tocco sia leggero
o l’anima abbia pelle di rinoceronte
altrimenti non passi la notte;
e un’amica mi scrive stamattina
“mi sembra tutto faticoso
e una vita da criceti sulla ruota”:
i Whatsapp che ricevo di mattina
non è roba da poco. Nel frattempo
un papa qualsiasi, antifemminista
e proselitista, è normale, mi mandasse
lui un Whatsapp, lo troverei banale.
I vangeli sono fiabe ma qualcuno
citasse almeno Matteo 10, 34-36:
no, sono buonisti da centro commerciale,
il buonismo crudele. Tutti i popoli abitano
su terre in cui hanno distrutto e sterminato:
Homo sapiens è una specie auto-predante
e benché sia scoraggiante
è da qui che dobbiamo partire
(se lo vogliamo) per fare, per sentire,
per essere toccati.
All’amica dei criceti ho risposto
ungarettianamente alleggerendo:
“si sta come in gabbietta
sulla ruota i criceti” – ma è difficile
davvero, è difficile. Aggiustare
le cose in questo mondiccio di mezzo
dominato dall’inesistentissimo linguaggio
forse è impossibile: o si fugge in un etere
silente e pieno di … … … … (ciò che
darà sostanza a parole come “amore”
o altre meglio, pronunciate da nessuno)
o si fugge nell’odore altrettanto silente
di un pube di ragazza da leccare
per me ormai pure arduo da trovare.
Ma sono casi estremi, sono casi sopra e sotto
(non importa quale sopra e quale sotto)
il rigo: dentro il nostro pentagramma
la musica obbligata è parole parole
pace pace amore amore libertà
tutta roba rosicchiata da tarli inammissibili
e ci si dà nella migliore delle ipotesi
una mano a sopportare, navigare
questa breve sconnessa vita qua.


IL NERO D’OLTRE LUNA

Sugli sposi, per zoppe praterie
scende un nero di cielo d’oltre luna
piena, futuro, presente, passato.
Inonda: hanno sperato attraversarlo
fino a rive, ma non ci sono rive
quaggiù e riverbera il nero (lontana
la fredda luna) su un rosso incupito
da caligini a tutti gli orizzonti.
Non si distingue risacca da onda
nel mare che dovrebbe dare vita:
la fioca luce è di pesci d’abissi
irraggiungibili? È forse un fondale
questo pianoro di solchi d’inciampo?
È per un gorgo che sono arrivati
qui gli sposi delle nozze impossibili
promesse un tempo in un sogno di boschi
incamminàti, non incamminàti?
Per zoppe praterie si chiude un nero
da zolle storpie, dove il germinare
s’è strozzato in errori. Separàti
prima della pienezza degli abbracci
da coltri e vomeri d’agricoltori
d’altre colture, si ritroveranno
su praterie dove sicuro è il passo
a ogni viluppo d’erba, liberissimo?
Non lo sappiamo. Il nero d’oltre luna
è ciò che pare sia comparso un attimo
durante la caduta, il resto è ignoto.


GLI ABBRACCI

Vanno e vengono gli abbracci, il desiderio
di darne e averne oscilla, senza un ritmo
che tolga ansie e raddolcisca attese.

Lo imparo eppure non lo imparo: il grano
d’amore che c’è in ogni relazione
sguscia negl’incavi dei labirinti
che c’erano sui tappi delle bolle.

Ed è subito molto, è inutile cercare
(e poi perché?) di farlo stare piccolo.
E può svanire…

Tu dimmi qualcosa, anche solo una sillaba
per tranquillizzarmi. Non è un diritto, lo so:
infatti te lo chiedo per favore.


SORELLA

Qualcuno dice
che dovrei lasciarti andare:
è morta, lasciala stare. Qualcuno
sembra dirlo per mio bene, come se
fosse un sollievo la dimenticanza.

Qualcuna, donna, pare infastidita
in femminismo estremo
da (cito) “una sorella parlata da un uomo”:
tu che sorelle non ne hai mai avute
e credo mai cercate.

Non mi arrabbio, vedo la sofferenza
(la loro) in queste frasi; quanto a noi
potremo forse discorrerne ancora:
la morte è solo una contraddizione
perché o non è morte e tutto vive
per sempre, o se è morte allora tutto
è già morto, poiché morirà:
non se ne esce, a me piace pensare
che noi potremo forse ridiscorrerne.

Intanto in questo intervallo che s’accorcia
(e vorrei meglio accorciare, prima che
diventi storpia bavosa vecchiezza:
ma questo pare sia vietato dirlo
nel magnifico mondo del progresso)
ti penso e cerco e (benché in sogno) vedo:
ne abbiamo attraversati di grovigli
e il mondo resta un nido
di rovi e di serpenti – fra le spine
e le spire c’è qualche sorriso
scappato via per sbaglio e tu e io
di che reggimento siamo, sorella?


STRANO STRANIERO

«Da dove arrivo?» – pensa – «Non ho
una terra d’origine, un luogo
a cui voler tornare. Si direbbe
che io sia uno di qui, così è scritto
sui documenti e in qualche
vago ricordo, mai primario. Eppure
non è mia lingua madre questa in cui
da sempre mi dibatto cercando
di capire e capirmi, di amare e amarmi.»

Così pensa. È uno strano straniero
visibile e invisibile, non sa
mai se ha compreso, se è compreso:
si muove incerto, timoroso, nemmeno
a sé stesso sa dire le cose:
è attratto, è respinto, non sa
come fare, si arrangia, va in giro.

Le serrande

03 martedì Set 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, scenari

Dove va questo semigiovane obeso,
mezza cicca in bocca, la barba di ieri,
la borsa degli attrezzi a tracolla
e un’altra borsa in mano, la giubba
blu? Va forse ad aggiustare una serranda.

Lo riempirei di botte. Mentre io
non posso parlarti né sentirti, non posso
scriverti né sapere come stai, lui va
ad aggiustare una serranda, come se vivessimo
in un mondo normale
con serrande da aggiustare.

Gli spaccherei quella faccia di sebo
inespressiva, non contenta non triste,
gli schiaccerei sui denti quella cicca:
va ad aggiustare una serranda
così, come fosse normale, come se
esistessero davvero le serrande
e le cose

mentre io non posso scriverti né parlarti,
non posso vederti, non posso
sapere come stai. Lo ucciderei.


Scritta il 1° settembre 2018.

Driade 2019

08 lunedì Apr 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, bellezza, cose di dentro, relazioni

Benché il pretesto fosse fare foto
non eri una modella quel giorno nel bosco:
eri una driade, così come nei campi
eri un bambino inventato a matita
e nei baci sull’uscio eri la sposa
lieve per il non essere esistita.

Eri una driade, come un’Euridice
sopravvissuta a morsi di serpenti
ma con veleno rimasto nel sangue
– e dubitosa di canti d’Orfei
sposati in brevi nozze, inadeguati.

Ti ho vista felice soltanto nel tempo
che non ha calendari, soltanto nello spazio
che non ha mappe né punti cardinali.

Qui tutto questo è vietato: il registro
non contempla driade né bambino inventato
né sposa inesistita, e il calendario
è rigoroso ed è bene orientato.

Ho sperato che potessimo resistere
più tempo, come certe ruote storte
che pur carpiandosi reggono carri
in viaggi inutili, solo per un monito
a cocchieri, o nei raggi piegati
per un alito a lucide pozze segrete.

Non valeva la pena, vero? Un Pan
feroce e ottuso insegue le driadi
che per salvarsi si mutano in anime
– ogni altra figura è posseduta.

Che Pan si secchi nell’irto dei boschi
pietrificati, lo soffochi il puzzo
delle carni timbrate dai macelli.

Tu con le ninfe non viste sei volata
dove non so e non sapere è salvezza.


Scritta l’8 aprile 2024.

(la voce a te dovuta)

25 domenica Feb 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore

(la voce a te dovuta)

{[Il pensiero che a te sia dovuta
la voce, mi ha portato a rileggere
Salinas e ho scoperto che il titolo
di Salinas è un verso di Garcilaso:
allora ho preso in prestito
le Egloghe alla biblioteca civica:
«mas con la lengua muerta y fría en la boca
pienso mover la voz a ti debida»
anche da morto, con la lingua fredda
vuol muovere la voce a lei dovuta
(«tra le ossa fini / dilaniate non potevo
respirare senza ridere» rispondi):
che noia questi Rinascimentali:
non amano donne, non amano persone:
amano l’amore proiettato:
un’immagine priva di sostanza
composta e ricomposta in una sorta
d’anatomia ideale, pornografica
senza corpo né anima: su questo
fanno versi eleganti, sofferenti
per finzione gloriosa, non contaminati
dalla volgare vita vera, roba
di servi e di bordelli.]

[Ah! Esagero, forse, sì, ma è che
a me non frega niente dell’amore:
sempre ho scritto di te, per te, con te:
molto incerto del mio sapere amare,
del mio sapere cosa fosse amore:
se c’è, sei tu che me l’hai fatto essere
vivendo e nominando: quando hai detto
«Carlo, il tuo amore per me
m’insegna ad amare me stessa», quando
hai detto «Carlo, ti sei innamorato
di me» – ecco allora
è esistito amarti, innamorarmi.
Non in concetti astratti, tantomeno
nei voli vani della fantasia
è, se esiste, l’amore: è, se è, là dove
lo fa essere, dicendo, la tua voce:
parlare amore è parlare di te.]}

La voce a te dovuta
non posso restituirla
con i miei versi, con le mie parole
d’inciampo e d’impotenza:
perché è la voce rubata con sgarbo:
perché è la tua, la voce a te dovuta.


Scritta il 25 febbraio 2024.

Spritz

28 domenica Gen 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, impegno civile

Cade un albero, ne cadono due
poveri alberi, sì però si sa
che un albero che cade fa più rumore
di una foresta che cresce
cade qualche albero, pazienza
ma c’è tutta la foresta che cresce
sicuramente c’è da qualche parte
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cade una ragazza da un balcone
ne cadono due, forse tre, ma non fanno
rumore, si buttano lato cortile
per non disturbare i passanti
poverine sono casi patologici
disperati, è penoso, sì ma
guarda qui quante ragazze e ragazzi
sereni, allegri, guardano le vetrine
e si danno il cinque e ridono forte
una massa di lieti ragazzi ai tavolini dei bar
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cadono i sogni, sì ne sono caduti
di sogni, anche tante illusioni
sono cadute e cadono, ogni giorno
ne vanno giù, come gli alberi, come le ragazze
ma morto un sogno te ne inventano altri
alla tivù, nei centri commerciali
o sui telefoni, sogni solidi robusti
progettati per la nostra sicurezza
e innocui, senza ansie né dolore
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cade l’arte, cade la bellezza, cade anche l’amore
e l’entusiasmo, cade quell’impazzire
per lei, per lui, o per una canzone
di quelle profonde, o un quadro, cade
il sentimento di tutte le cose, ma va detto
che l’amore, la bellezza, il sentimento
e l’arte, in fondo sono grattacapi
è roba che ti agita, forse è meglio se cade
e per un artista che cade ci sono tanti
divertimenti con tutte le luci
anche culturali, eh, Van Gogh Experience
e l’emozione di un viaggio in un villaggio
turistico, dove non succede niente
di pericoloso, te la godi
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cadono bombe. Bombe? Ma là, non qui.
No, ascolta, qui. Senti i colpi, vedi il fumo?
Qui dietro. Una sulla tangenziale
verso Caselle, una sulla stazione Porta Susa
e ne cadono altre, sugli stabilimenti
senti che rumore, senti, trema la terra,
viene giù tutto… Ma dove correte?
Perché correte, in disordine, tutti?
Siete impazziti di terrore, adesso
dove correte, sapete dove andare, cosa fare?
correte come animali spaventati, un momento
avete dimenticato sul tavolino lo spritz.


Scritta il 28 gennaio 2024.

Fine

11 mercoledì Ott 2023

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, scenari

Inviluto sono li scolosmini
di quello tempo, ricordate
ch’erano sì gai e fini.

Giacomo da Lentini

Eri così fine, nel cappotto grigio ruvido
o nuda sul tuo letto, tu eri fine.

Per disegnare il tuo viso e i tuoi capelli
serve un pittore non di questo mondo.

Tu dimostri che il corpo è metafisico:
restituisci lingua ammutolendo.


Scritta il 9 ottobre 2023.

Tras

23 sabato Set 2023

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, scenari

C’è quell’aria di prima di un trasloco.
Tu hai già portato di là delle cose.
Il giorno è uggioso ma non è nel meteo
l’uggia: piccole spighe non si fermano
dall’oscillare contro il marciapiede
ed è vita, te la vorrei mostrare.

Tu hai già portato di là delle cose
nostre e non ritorni. Ovunque guardo
mi confondo: le cose che hai levato
ne reggevano altre che ora cedono
rimescolando tutto, e quando parlo
mi manca nella voce la tua voce.

L’umanità ha nostalgia d’un sogno
che chiama età dell’oro, che sta prima
d’ogni memoria, e la vaghezza è balsamo.
Ma tu, tu d’oro, noi siamo vissuti:
da svegli e sobri nelle nostre età
l’abbiamo fuso insieme, il nostro oro.

«Dove sono i miei fiori?» tu scrivevi
sulle pareti dei tuoi disincanti.
«Dove sei tu?» io domando ogni giorno
e fuggo le risposte, mi rannicchio
per trattenere o dissipare mondi.
Si fa buio e né so né sono nulla.


Scritta il 21 settembre 2023.

Fiori per caso

22 venerdì Set 2023

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, natura

I fiori più belli sono fiori per caso
(già è stato detto ma è bene ribadirlo):
fiori nati sui cigli delle strade
o delle rogge, o in fessure di cemento
o in boscaglie di rovi
o in altri luoghi impossibili, strani.

La gente tira dritto e non li guarda
per non correre rischi. Se li guardi
ti puoi innamorare. Innamorarsi
è roba grande, però se t’innamori
di uno di questi, tu devi sapere
certe cose. Non lo potrai portare
via con te: lo faresti morire.
Potrai tornare a vederlo ogni giorno
anche per ore, se d’altro non sei schiavo:
ma non portarlo via.

Chiunque passi, invece, lo potrà
strappare e uccidere senza averne biasimo
ma anzi lode: “ho tolto un’erbaccia”.
Se tu pieno di furia e di dolore
lo abbatterai con un pugno, finirai
in galera o in reparto psichiatrico:
“un pazzo colpisce al volto un passante
nella via tale, confusi i moventi:
arrestato, delira di un fiore”.

Se non saranno passanti assassini
pure il Comune potrà provvedere
a una strage con motofalciatrice
per “pulire la strada”.

Se nessuna di queste disgrazie accadrà
lo vedrai appassire, da qui non c’è scampo
salvo che muoia tu prima d’autunno:
questo peraltro è anche coi fiori
dei giardini curati o delle serre.

Dai giardini curati talvolta succede
che un fiore fugga e si mescoli ai randagi:
se lo fa, perde tutti i privilegi
anzi rischia di più: “guarda, un ibisco
cresciuto in discarica, strappalo subito,
qui puoi, è di nessuno, lo portiamo
a casa, lo mettiamo in un bicchiere”.

Tu innamorati ugualmente: nessuno
è di nessuno, qui almeno siete liberi
di respirare l’acre del catrame
o l’umido del fosso verso sera:
e nelle case e nei giardini chiusi
c’è solo un gregge di imbecilli illusi.


Scritta il 22 settembre 2023.

La morte, la fantasia

02 lunedì Gen 2023

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, amore e morte, cose di dentro, riflessioni

Il biglietto non credo che lo chiedano.
Non c’è ritorno, ma ciò che dà ansia
è che nemmeno è garantita l’andata.
Non è una stazione, è un posto qualsiasi
dove altri s’accorgono, a volte non subito
che il tuo corpo è morto. Tutto qui.

Pensare a un viaggio è soltanto fantasia.
Ogni cosa, sulla morte, è fantasia
tranne la morte nel suo “così fu”.

O forse anche quello, anche tutta la vita
è fantasia, un delirio controllato
per un istinto di prolungamento.
Istinto che a te in un dato momento
non è più bastato: ti sei fermata: eccomi
hai detto in faccia alla tua inseguitrice:
non mi prendi, sono io che prendo te.

Ogni cosa, sulla morte, è fantasia.
E mica sono diverso dagli altri:
anch’io ho bisogno di fantasia, delirio
controllato ma non troppo, che possa
credersi realtà, perché in fondo è protervo
pure dire “realtà”, dire “impossibile”…

Ascolta, i ricordi sono pieni di roba:
anche sorrisi e baci e quella gioia
rara di quando lo sguardo comprende
e l’altra gioia di quando tenersi
risana errori, sgranchisce un futuro
e il dolore di quando non si può
e le distanze, le attese, sono pieni
di roba i ricordi, ed è molto, però

non ho forza per reggere il finale
il finale non può essere quando
– mentre in case accanto qualcuno si versa
un bicchiere, un bambino s’addormenta
e altri litigano, guardano la tivù
o ritirano lenzuola, qualcuno
fa l’amore o mette sul tavolo
una bolletta da pagare –
– mentre nel cielo una luna piena alta
imbianca i tetti, toglie buio ai cortili –
– mentre io penso a tante cose e a te
che presto forse torneremo a vederci –
– mentre le strade sono vuote per decreto
di un governo abietto e rotolano rade
ruote d’auto, sonore, sull’asfalto –
– mentre, mentre, mentre, mentre –
tu prendi la scala pieghevole, ricordo
che l’avevamo messa sul lato del balcone
perché non ingombrasse, la sposti
e la apri, vicino alla ringhiera,
hai già scritto un biglietto, sali il primo
gradino, il secondo, potresti
cambiare ancora tutto, sali il terzo
e non c’è più ringhiera, stacchi i piedi
(i tuoi piedi bellissimi, leggeri)
e affidi ai cinque piani del palazzo
la fine – non ho forza per reggere
che sia la fine, se lo è sia maledetto
dio e sia maledetto tutto.

Non è così. Certe notti ti ho sentita
toccarmi con la mano, c’è un mare
alla finestra in cui nuoti, il dolore
è passato, mi parli nei sogni
in una lingua che presto imparerò
e il treno c’è, non si vede ma c’è:
come quel pomeriggio a Porta Nuova
ci baceremo di nuovo in stazione.

Sarà così vero che ci sembrerà
che tutto, prima, fosse fantasia.


Scritta nel 2023.

Il battito

29 giovedì Dic 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, relazioni, riflessioni

[In restless dreams I walked alone
…
Silence like a cancer grows
…
Take my arms that I might reach you
…
mi metto di notte a sentire canzoni
che ti piacevano, ogni tanto lo faccio:
che cosa dovrei fare?]

Fra un pentimento e l’altro ti fidavi:
poggiavi l’orecchio sul mio petto nudo:
ci ascoltavamo il battito del cuore:
non ben formata la pelle, passava
la pulsazione dalla madre al feto:
eravamo indistintamente un insieme
rassicurante, ma l’acqua si rompeva:
i miracoli hanno prezzi da usurai:

il nido sicuro e la corona di spine
sono intrecci di rametti somiglianti
e fra un angelo e un demone c’è solo
uno sbalzo di luce a tradimento
che confonde le sagome e le ombre:

e più semplicemente la mia vita stava tutta
nell’addolcirsi o no del tuo respiro:
l’amore intero è un amore ammalato:
per essere vissuto va ridotto in frammenti:
ho creduto e hai creduto che intero ricucisse
i pezzettini in cui t’eri tagliata
ma è cosa per un dio, non per bambini piccoli

e grida, da dentro, il dio offeso: “chi ti ama
è usurpatore, impostore, non gli credere”:
e l’ira ti prendeva, tuttavia
fra un pentimento e l’altro ti fidavi
poggiavi l’orecchio sul mio petto nudo.

Fossimo potuti essere, dio mio
soltanto due ragazzi – ti ricordi
gennaio 2020, ai bagni pubblici
di via Vanchiglia, perché nel nuovo alloggio
non c’era ancora il gas, la doccia calda
io fuori ad aspettarti “non è male,
sono puliti” – hai detto, ti ricordi?


Scritta nel 2022.

Più sotto

29 giovedì Dic 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro

Mi hai lasciato due vuoti incolmabili:
uno è quello solito che scrivono
nei necrologi, dove a volte sarà vero a volte no
come le cose che si scrivono troppo spesso.

L’altro è quello che ti portavi in grembo, l’esito
di scavi remoti, sventramenti di terra
in cantieri mafiosi che tolgono i prati, i boschi
per cemento di profitto, da subito in rovina.

Abbiamo provato a colmare, a rifare
ma non siamo riusciti. Ora osservo da solo
quelle voragini che ti hanno inghiottita:
le rasento, come in cerca di un suono

vitale, una crepa invisibile per suggerire
che più sotto, nel nero non raggiunto da radici
si rannicchi un germoglio, si prepari paziente
ad allargarsi, a spaccare tutto in luce.


Scritta nel 2022.

Doppelσχιζο

18 domenica Dic 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, riflessioni

Penso a volte che la schizofrenia
– mia visione ignorante, di poesia –
sia condizione di chi non combacia
(non sa, non vuole, non si sente adeguato
non capisce, si ribella, si annulla)
alla schizofrenia del mondo.

La schizofrenia del mondo:
quasi tutti passano quasi tutta la vita
a fare cose che non desiderano fare
e si raccontano, su questo, storie eroiche.
L’epica salva dalla verità.

Inaridisce il giardino interiore
ma anche questo è un bene, è funzionale:
il vigore di piante incontrollabili
potrebbe premere, come l’erba ai marciapiedi
sconnettere le cementine
dell’impiantito esteriore, lustrato
a rispecchiare senza contrazioni
rassicuranti scene familiari.

Però accade che prema: cominciano i crolli
preceduti da crepe, incrinature
impercepite benché percepibili.

Inghiottito in macerie
lo spazio stringe, stringe dappertutto:
non c’è qui luogo nemmeno al dolore.
Dove esco? Chi sono? Dove vado?
Chi mi somiglia in questi scorci oscuri?

È angoscia il lavoro ed è angoscia il non lavoro.
È angoscia il legame ed è angoscia il non legame.
È angoscia annuire ed è angoscia negare.
È angoscia l’amore ed è angoscia il disamore.
Hai visto ciò che non si può vedere:
è colpa tua! E non ti servirà
fuggire nei boschi, in riva ai fiumi, la colpa
t’insegue nelle falde e nelle vene:
persino la bellezza, ora spogliata
del casto paralume che l’attenua
nelle paci domestiche, ti brucia.
Non ti bastò la calda fioca luce
che per fiabe e silenzi perdona il mancare…

…
Sono già stanco di questa teoresi.
Nella prassi racconto storie anch’io
per far diga al dolore, ricavare
tra l’erta e la fiumana un mio vallivo
di fiori transitori, attracco d’anime
immaginarie. Poi cede, si chiude
questo goffo teatrino schizotipico:
spero ci sia un’uscita, qualcosa, un piazzale
o un giardino, panchine, prati, tu.


Scritta nel 2022.

A una porta non chiusa

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, riflessioni, scenari

Le lampadine consumano poco, dicevi:
non è quello che incide sulla bolletta.
Come saresti stata più avanti negli anni
da matura, da anziana, da vecchia?

Pensavo di morire molti decenni prima di te:
magari sposarti per lasciarti a lungo
in barba all’Inps, la reversibilità.
Invece…

(Sono disegnini di bambini i nostri aldilà:
si possono guardare con benevolenza
purché non generino potere al di qua.
Nell’altro mondo, che età si ha?)

Rinuncio a ogni fantasia, mi basta
la entrañable transparencia
de tu querida presencia

che scivola in qualche modo nella stanza
o in altri luoghi, in momenti qualsiasi.

Stiamo ancora a parlare, dicevi, non importa
che ora è: in braccio, la bocca vicina
dava al mio orecchio il suon della tua voce
e un vago incerto sogno d’avvenire
brevemente appariva, vacillava.

Dammi qualcosa di buono da mangiare
dicevi in notti di pianto e di rimprovero:
nutrire bene è già amare, dicevi
ma, dicevi, amare non esiste.

E niente, niente, non è stato niente
ed è tutto: una fioca luce vieta
al buio il suo trionfo, ti richiama
a un grembo ancora, a una porta non chiusa.


Scritta nel 2022.

Il denaro, la vecchia Peugeot

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore, scenari, storia

Il denaro, il denaro. Quando sei venuta
ad abitare a Torino da me
hai venduto la macchina, era insostenibile
tenerla, e ci siamo detti che a Torino
se ne può fare a meno, ci sono i bus:
nella valle di boschi dove sei nata, no:
tre chilometri a piedi la corriera più vicina
che passa poi cinque o sei volte al giorno.

M’ero affezionato alla tua vecchia Peugeot
ammaccata: andava ancora bene.
Ma un’auto costa, chi ce l’ha lo sa.
La si sarebbe potuta anche tenere
se ci fosse stato il denaro, il denaro.

Ho amici costretti a vendere casa
e altri che casa non l’hanno mai avuta
costretti ad affannarsi, il denaro, il denaro:
affannarsi per vivere e la vita
scorre così, indicibile spreco.

I soldi non danno la felicità:
certo che no, si buttano dai ponti
anche figli d’industriali e divi di successo.
I soldi non danno la felicità
ma la loro mancanza dà problemi.

Dopo varie peripezie avevi ottenuto
il reddito di cittadinanza, qualche gracula borghese
avrebbe pure da obiettare, io vorrei
ritrovare la carabina di mio nonno
per sparare alle gracule borghesi.

Per carità, ci sono sempre stati
i ricchi e i poveri, ma si poteva sperare
in un progresso, invece mi pare
che il solco si allarghi. Il denaro, il denaro:
tutte le guerre si fanno per denaro
e anche lo yogurt lo compro con denaro,
il denaro mette il naso dappertutto.

Quando vado a fare i miei giri per l’urbe e la suburbe
due euro in tasca controllo che ci siano
nel caso che mi scappi da pisciare:
pisciare in città ti costa un caffè.

Che cosa è gratis? Forse respirare
(se non pretendi aria pulita) e l’amore
– ma un tetto e un letto per farlo, già no.
Pare che indietro non si possa tornare:
una volta inventato, il denaro
ha occupato ogni spazio.

Che merda! È così, dai secoli dei secoli.
Non era male la vecchia Peugeot:
l’ho guidata qualche volta, andava bene.
La sera che sei arrivata, piena di borse e scatole
per traslocare a casa mia… Poi, per il tempo
che l’abbiamo tenuta, la posteggiavamo
oltre corso Regina, fuori dalla zona blu
naturalmente. Era solo un’automobile
ma era tua…

Crepino i soldi e le borghesi gracule.


Scritta nel 2022.

È bene che nella notte ci sia un bar

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore, infinito, riflessioni

Le mille pagine dei messaggi salvati
sono un promemoria di errori, miei:
tu li vedevi prima che accadessero
e li lasciavi accadere, mi guardavi
come un cretino o un bambino che è così.

Severa un giorno, poi benevolente,
poi di nuovo severa, disperata.

C’è anche dell’altro, sicuro, persino
dell’amore, in momenti di luce
in cui i bambini-che-erano-così
si facevano complici, negli occhi.

Ma questa sera, in un sabato grigio
sento il peso degli errori sulle spalle.
Metto la testa sul tavolo, come
a scuola per riposo o per castigo
sulle braccia conserte. Se tu fossi
in questa stanza, a toccarmi una spalla!

Non ci sei. Non c’è nulla né prima
che si nasca né dopo che si muore,
è logico, che vuoi? Ma ti parlo.
La logica è un’invenzione contorta
che inceppa un grande mistero infinito.

Avevi antenne più sensibili di quanto
sia normalmente nella specie umana:
vedevi chiaro e dicevi o scrivevi
precisa come il filo di una spada.

Poi a te stessa soccombevi e tutto
s’offuscava, perché non è possibile
guardare così tanto oltre il confine
che recitiamo per sopravvivenza.

Io recito che credo che tu sia
in un bel posto, ad aspettarmi forse.
Guardo i messaggi con i baci e i cuori
ma stasera prevalgono gli errori
di mia colpa, grandissima colpa.

Perché non posso messaggiarti adesso?
Ci sarebbe da dire ancora tanto!
Quante volte non ho capito un cazzo…

E tu capivi così tanto che
non lo potevi con altri condividere
e nemmeno con te. Psicanalisti
dicono che capire è già guarire:
ma è vero solo se a ciò che si è capito
ci s’incastona o ci si sottomette.

Dove sta scritto che vivere è bene?
È una sceneggiatura di commedia
che ci sostiene. Fuori dal teatro
è buio, è pieno di bestie feroci.

No? Non lo so. Non voglio sapere. Non so.

Che cosa importa… Tu sei volata via
e io sto qui davanti a una tastiera
a scrivere, forse per rimandare
la nube nera. Che cosa ridicola.

Calma, calma. Adesso leggo qualche pagina
di autori buoni, mi guardo qualche foto
di donne nude, potrei farmi una tisana
ma è faticoso, magari scendo al bar
di via Cravero, aperto tutta la notte:
è bene che nella notte ci sia un bar.

Perché le cose non si aggiustano in poesie.


Scritta nel 2022.

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