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Carlo Molinaro

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Carlo Molinaro

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Sono parte di tutti i problemi

06 domenica Apr 2025

Posted by carlomolinaro in prosa

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impegno civile

Ottenere da un governo fascista l’ergastolo per il femminicidio è un precedente per altri ergastoli e per altre repressioni – ci passano accanto, nella forma truffaldina del decreto legge, norme liberticide contro ogni forma di dissenso. Io non invocherò mai l’ergastolo per nessuna cosa, che sia femminicidio o pedofilia o strage o guerra o sterminio. Il carcere è una barbarie che va gradualmente superata, senza eccezioni.

Dire che la donna ha sempre ragione e l’uomo ha sempre torto e deve stare zitto non è solo divisivo e quindi funzionale al potere delle classi dominanti (divide et impera) ma è anche 1) fascista, perché è sempre fascismo zittire delle persone, qualunque cosa esse esprimano, foss’anche la più reazionaria delle idee; 2) patriarcale, perché non riconosce alla donna il diritto universale di essere a volte stronza, vendicativa, calunniatrice, criminale, deviante: riducendola così a creatura inferiore, limitata.

Censurare delle parole, qualsiasi parola, e rallegrarsi di questa censura, è un precedente per la censura di altre parole e, alla fine, di tutte le parole. Censurare delle espressioni artistiche (o non artistiche: chi decide l’arte?) è l’anticamera del buio più fitto e totale. Cancellare pensieri, parole e opere del passato perché non conformi a nuovi princìpi che si ritengono assoluti, è il macello che fu operato ed è operato ancora dalle religioni e dai fanatismi: sapete quante meraviglie dell’antichità classica distrusse il cristianesimo giudicandole blasfeme?

Parlo liberamente perché per tutta la vita sono stato parte di tutti i problemi che ho attraversato. Ho sofferto il patriarcato quando nessuno lo nominava, nessuno lo considerava esistente, perché non mi riconoscevo in ciò che la famiglia, l’ambiente, la società e la cultura chiedevano a un maschio di essere. Prima di rendermene conto, sono stato devastato dal patriarcato, come tanti. Ciò non significa che io fossi omosessuale (una scorciatoia anche questa): significa che ero diverso, ero a modo mio, ero affascinato dal femminile delle donne e della natura in un modo mistico che nessuno capiva. Non esistono solo due generi, no; e non esistono solo due o cento o mille o centomila modi di essere, ne esistono infiniti.

Qualche giorno fa un’amica, impegnata da anni nella difesa dei diritti e del dissenso, mi ha detto che una sua conoscente l’ha criticata per essere amica mia: non dovresti frequentare Molinaro, è uno che fotografa le donne nude e giustifica la prostituzione come fosse un lavoro qualsiasi. E qui siamo alla delazione minacciosa, alla “zona di controllo del vicinato” (inquietante iniziativa indicata da cartelli in certi comuni con disinvoltura, come fosse indicare la zona residenziale dei trenta all’ora). Sì, mi piace fotografare donne nude, è molto bello, spero di trovare ancora qualche modella disponibile; e sì, considero il lavoro sessuale come una professione da riconoscere e legittimare. E dunque?

Si espellono, isolano, criminalizzano persone per una singola idea, un gesto, una parola, un gusto, una sfumatura: questo si chiama epurazione, queste sono le famose liste di Stalin. Questa è la vittoria definitiva del grigio carro armato della potenza ottusa. Ed è, soprattutto, la fine della vivacità della mente e dello spirito, la fine del progresso culturale e umano, la fine della libertà.

Ho combattuto da solo lotte femministe in luoghi e tempi dove nulla di ciò esisteva. Mi sono ribellato all’asfissia della famiglia tradizionale, al soffocamento dell’amore nel possesso e nelle regole, alla cupa gelosia, alla fobia di ogni diversità. L’ho fatto persino prima di sapere che lo stavo facendo. Ho commesso anche migliaia di errori, ho nel curriculum migliaia di cazzate, la mia vita è stata un continuo sbandare tra fioche luci di lente scoperte e inciampi in filamenti di buio.

Ma sono stato pure in prima linea in cortei di operaie del vercellese, anni Settanta, che lottavano sì come donne, per la parità in tutti i campi, però non si dimenticavano l’altra fondamentale lotta: quella contro il padrone, lo sfruttatore, lo schiavista; quella contro la classe dominante, senza distinzione di genere – alcuni degli attuali capi dell’oppressione del mondo sono donne, una l’abbiamo al vertice del nostro governo.

Ricordo un corteo in cui tenevo uno striscione, forse era il 1971, un’operaia che lo reggeva accanto a me disse a un suo compagno di lavoro: tienilo tu lo striscione, non farlo portare a uno studente, non siamo capaci di portarlo da noi? Diffidava di un liceale, presumibilmente borghese, ed era comprensibile: può uno con gli studi pagati non essere un nemico di classe? Forse può, ma era meglio stare attenti.

Continuerò ad andare – in silenzio – alle manifestazioni femministe, a essere presente, a documentarlo, l’ho fatto appena l’altro ieri sera in piazza. Sperando che “non una di meno” sia sempre solidarietà offerta e non reggimento di leva obbligatoria: anche un sorellanza imposta è un sopruso, qualcuna può non voler essere né sorella né amica. Ogni persona è una persona, la fluidità è di tutto l’essere. La libertà è la libertà.

Tantopiù ora da vecchio parlo con serenità. Ripeto: per tutta la vita sono stato parte di tutti i problemi che ho attraversato. Esiste un altro modo di attraversarli?


Scritto il 6 aprile 2025.

Solidarietà con le vittime di ogni patriarcato

10 domenica Nov 2024

Posted by carlomolinaro in altre cose

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impegno civile

La dottoressa Rokhsare Mkhani Ph. D. si è fatta una passeggiata a Londra in Trafalgar Square con lo stesso abbigliamento per il quale la studentessa Ahou Daryaei a Teheran è stata arrestata, dichiarata pazza e fatta scomparire. Una manifestazione solitaria bella, una provocazione intelligente, tesa a dimostrare, soprattutto, che in un Paese civile quel livello di nudità del corpo femminile è accettato senza problemi, anche su una pubblica piazza.

Quel livello: certo, ci sono livelli, è probabile che completamente nuda non possa girare nemmeno nel Regno Unito. Livelli, periodi, situazioni: in Catalogna, a Barcellona, ogni tanto qualche ragazza si fa un giro tutta nuda per i quartieri storici e non le succede niente di male – conosco di persona una che lo ha fatto. A Torino il livello reggiseno e mutandina credo sia accettato. Sul finire dell’estate una sera notai sul bus 2, nella selvaggia periferia, una fanciulla che indossava un top a strisciolina che copriva molto meno di un normale bikini; e, di sotto, una minigonna microscopica. Scese in via Bologna fra case popolari e capannoni abbandonati, credo per raggiungere un locale che sta in fondo a via Paganini, tra selvagge boscaglie postindustriali. La si guardava, ovvio, questo è naturale, era molto bella, la guardavo anch’io; ma non le accadde nulla di spiacevole. Naturalmente, se le fosse accaduto, il coro delle matriarche e dei patriarchi bigotti sarebbe stato pronto con il mantra “se l’è cercata”.

Come “se l’è cercata” Ahou Daryaei a Teheran – ma in quel caso credo che sapesse a che cosa andava incontro. Purtroppo in Italia la solidarietà con lei è tentennante e dubitante, c’è persino chi dice che è tutta una montatura per distrarci – ma distrarci da che cosa, dico io? E c’è chi dice che davvero è pazza e davvero l’hanno ricoverata per curarla, per il suo bene. E c’è chi dice che le tradizioni di un Paese vanno rispettate – anche quando sono massacri? Ho letto persino uno che, con una giravolta di logica eccezionale, sosteneva che la difesa delle libertà sessuali (e dunque anche corporee, nudità inclusa) è una cosa chic dell’élite LGBTQ+ che è un pilastro del capitalismo dell’Occidente dominante corrotto ed è quindi strumento di oppressione dei popoli (popoli sani e casti) e quindi se ti mobiliti per Ahou Daryaei sei al servizio di Elon Musk – dunque la vera rivoluzione è lasciare che gli ayatollah la uccidano – come hanno già ucciso altre per “colpe” simili. Fortuna che Rokhsare Mkhani (e, spero, non solo lei) la pensa diversamente e si mobilita.

Ma nel complesso il nudo femminile qui solleva nebbie di malumori, fra ancestrali micidiali pudori (ha ucciso più il pudore che la mitraglia), forti residue incrostazioni maschiliste patriarcali, e “corretti” timori del suo uso strumentale commerciale: meglio dunque non solidarizzare troppo, alla fine, con una che va in giro mezza nuda a Teheran, o tutta nuda a Milano in una manifestazione politica o in una festa o in una qualsiasi altra occasione.

Sull’uso commerciale voglio spendere due parole in più. Ogni uso commerciale di qualsiasi cosa contiene del fastidioso; c’è chi è colpito più da un dettaglio chi da un altro; io per esempio sono fortemente infastidito dallo scempio delle parole, tipo quando ti “offrono emozioni” o addirittura “libertà” (con un’automobile, con un caffè) o ti “regalano sorrisi” (in un supermercato) eccetera.

Le immagini cercano di essere accattivanti, e una bella nudità femminile lo è, la ammiriamo dalle statue greche al palco di uno spogliarello, dappertutto, mi spingerei quasi a dire che è “naturale”, pur conscio del pericolo che c’è in questo aggettivo.

Che dunque ne esista anche un uso commerciale è ovvio: di tutto esiste anche un uso commerciale o promozionale o almeno accattivante. Non può essere questa una ragione per ostacolarne la piena libertà. Sarebbe come sterminare le famiglie tradizionali perché spesso vengono usate dalla pubblicità per vendere armadi o tisane o detersivi.

Che poi: recentemente ho messo in rete un video a cui tengo, una poesia di Cristina Paolino letta da me al Concertino dal balconcino incastonata dentro un pezzo degli MCCS cantato da Daria Spada. Al momento di scegliere la copertina del video (che è la prima cosa che si vede, per caso o per ricerca, prima di aprire il video) ho considerato che c’erano fondamentalmente due inquadrature possibili: o Daria che con un bel toppino nero elegante mostrava cantando in lieve giovinezza il petto, l’ombelico e la parte settentrionale dell’inguine; o io che in maglietta e pancetta e canizie, curvo nel crepuscolo della vecchiaia, leggevo dal libro. Secondo voi quale ho scelto?

Divagazioni a parte, ci vuole più impegno, più ribellione, più solidarietà con Ahou Daryaei, che è vittima di un femminicidio non meno di una fidanzata ammazzata da un ragazzo geloso qui da noi: in entrambi i casi ha un ruolo di primo piano la “tradizione”, che se qualche volta (secondo me raramente) è un filo di sviluppo fertile, spessissimo è invece un intruglio viscoso, colloso, che impedisce il progresso, l’evoluzione, la crescita, la libertà e anche – sì – la felicità.

E sia lode alle ragazze nude, dappertutto e per qualsiasi motivo. Dove più possono stare nude, c’è anche più libertà politica e più diritto sociale per tutti. No? Non mi credete? Prendete un atlante geografico e fatevi un giro nelle nazioni del mondo: vedrete che sono rare le eccezioni a questa correlazione che notavo già decenni fa. Anche all’interno dell’Occidente: in Europa una donna in spiaggia può stare in topless (su varie coste anche nuda) mentre negli Stati Uniti no, guai a scoprire un capezzolo. E infatti l’Europa è più democratica e civile, in tutti i campi, che l’America. In questo periodo, almeno; il futuro poi non lo so, non sono un indovino.

Ma, insomma: solidarietà a tutte le vittime del maschilismo, del patriarcato, della bacchettoneria, dell’oppressione pudicoreligiosa, della crudeltà delle buone famiglie, e della tradizione. Pace a voi, ciao.

Mattino freddo

03 domenica Mar 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore e morte, cose di dentro, impegno civile

Il vento strappa il fumo dai camini sui tetti.
Affrontare il disagio, dottore, affrontarlo
come una malattia psichiatrica? Non dico
che non serva, in qualche caso, in emergenza
qualche farmaco e, di più, ascoltare, farsi carico
dell’anima intera anche a costo di perdere
la propria (perderla, trasformarla) ma dottore
questo non lo può fare nessun professionista
né clinica pubblica né privata né istituto:
non ci si gioca l’anima per una parcella
o per uno stipendio, ci vuole un’amicizia
di quelle che accadono una vita su tre
o innamorarsi in quel modo con l’amore
che accade forse una vita su cinque e dunque
con il massimo rispetto, dottore, è un palliativo
tutto quello che si fa, la psichiatria, i servizi
e ben vengano, sia chiaro, è qualcosa
d’altronde ogni cura, a ben vedere, è un palliativo
perché la morte non la ferma nessuno
però adesso mi sono disperso, ciò che volevo dire
– la pausa della pioggia fa scoprire un po’ di fiume
fra gli alberi nudi inchinati dal vento –
sul disagio, ecco, è che il pazzo, il vero pazzo
è chi si trova a suo agio in questo mondo feroce
e il vero delirio è raccontarsi che va bene
questo massacro, questa sopraffazione
che quando vedi e senti non puoi mica sopportare
e allora gli occhi li socchiudi o li punti
verso un angolo calmo, un riquadro di terra
concesso al tronco di un albero in un viale
ma chi ha bisogno di boschi, boschi interi
si stanca, è sfinito per dolore, non riesce
più a vivere, non riesce, non riesce e non c’è
una soluzione, ci si dibatte o si rimane immobili
nella fiumana di melma e acqua e sangue
che nutre, a riva, i fiori del rimpianto.


Scritta il 3 marzo 2024.

Spritz

28 domenica Gen 2024

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, impegno civile

Cade un albero, ne cadono due
poveri alberi, sì però si sa
che un albero che cade fa più rumore
di una foresta che cresce
cade qualche albero, pazienza
ma c’è tutta la foresta che cresce
sicuramente c’è da qualche parte
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cade una ragazza da un balcone
ne cadono due, forse tre, ma non fanno
rumore, si buttano lato cortile
per non disturbare i passanti
poverine sono casi patologici
disperati, è penoso, sì ma
guarda qui quante ragazze e ragazzi
sereni, allegri, guardano le vetrine
e si danno il cinque e ridono forte
una massa di lieti ragazzi ai tavolini dei bar
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cadono i sogni, sì ne sono caduti
di sogni, anche tante illusioni
sono cadute e cadono, ogni giorno
ne vanno giù, come gli alberi, come le ragazze
ma morto un sogno te ne inventano altri
alla tivù, nei centri commerciali
o sui telefoni, sogni solidi robusti
progettati per la nostra sicurezza
e innocui, senza ansie né dolore
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cade l’arte, cade la bellezza, cade anche l’amore
e l’entusiasmo, cade quell’impazzire
per lei, per lui, o per una canzone
di quelle profonde, o un quadro, cade
il sentimento di tutte le cose, ma va detto
che l’amore, la bellezza, il sentimento
e l’arte, in fondo sono grattacapi
è roba che ti agita, forse è meglio se cade
e per un artista che cade ci sono tanti
divertimenti con tutte le luci
anche culturali, eh, Van Gogh Experience
e l’emozione di un viaggio in un villaggio
turistico, dove non succede niente
di pericoloso, te la godi
quindi stiamo tranquilli, beviamoci uno spritz.

Cadono bombe. Bombe? Ma là, non qui.
No, ascolta, qui. Senti i colpi, vedi il fumo?
Qui dietro. Una sulla tangenziale
verso Caselle, una sulla stazione Porta Susa
e ne cadono altre, sugli stabilimenti
senti che rumore, senti, trema la terra,
viene giù tutto… Ma dove correte?
Perché correte, in disordine, tutti?
Siete impazziti di terrore, adesso
dove correte, sapete dove andare, cosa fare?
correte come animali spaventati, un momento
avete dimenticato sul tavolino lo spritz.


Scritta il 28 gennaio 2024.

19 settembre, san Gennaro

19 martedì Set 2023

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile

San Gennaro, nell’ampolla del Mediterraneo
se ne scioglie di sangue acqua marina
e quanta ferocia su tutte le sponde!

Chi viene a venerare il tuo boccetto
è assassino, come tutti. Quanto sangue
in prigione, in cantiere, nelle fabbriche
del lavoro venduto come roba
infima, quanto sangue sulle strade,
nelle case delle famiglie oscure,
nei cortili in cui gentilezze fragili
dai balconi si lanciano, estenuate.

Fallo scoppiare, una volta, il tuo boccetto
ai pii in faccia, che ognuno sia lordo
di sangue, come è: gridagli: basta!


Scritta il 19 settembre 2023.

Ciocovel

25 venerdì Ago 2023

Posted by carlomolinaro in prosa

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bigotteria, impegno civile, politicamente corretto, società

Stavo pensando adesso – attività pericolosissima – una cosa. Dunque. A me il velo islamico, nei suoi vari livelli, mette tristezza, così come anche quello delle suore e simili: mi dà la sensazione di una negazione della donna, di un rinchiuderla, di un metterla in un sacco come cosa vergognosa. Poi mi dà anche un disgusto estetico, mi sembra un affronto alla bellezza della creatura umana, alla fiaccola che (secondo me) non deve mai essere messa sotto il moggio, a una deturpazione del fascino arcano del corpo – così come certe coperture a tappeto di tatuaggi o certi macelli di piercing. Però magari qualcuna è contenta di velarsi, e molti sono contenti di farsi metri quadri di tatuaggi e trafiggersi con chili di metallo varie parti del corpo. Ogni persona è diversa e ha un diverso linguaggio – la comunicazione si basa sul cercare, con amore e tenacia, piccoli agganci, parole in comune da cui partire – eh, mica è facile, fin dall’antichità.

A “voi” (alla maggior parte di “voi”: è che non ho ancora letto o sentito voci di dissenso – chiedo scusa di questa generalizzazione, ma è per semplificare la sintassi) invece dà fastidio una ragazza parzialmente ricoperta di cioccolata messa in una composizione di arte certo non sublime ma comunque, nelle intenzioni, arte: creazione, idea. Io viceversa di questo non ho nessun fastidio, ci vedo solo il lavoro di una modella al servizio di una “installazione” mediocre sì – ma è, se ho ben capito, un alberghetto di grossolano lusso, non il Guggenheim o la Biennale – e non si può censurare niente, mai, sulla base del “livello artistico” – se no è subito regime. Artisticamente potrei tutt’al più criticare che la ragazza fosse in bikini: è ovvio che in una situazione del genere, fluida e statuaria, doveva essere completamente nuda, come Venere o un marmo greco o una sirena – ma d’altronde a quest’ultima i disneyani mettono il reggiseno e vabbè.

Spero che la modella sia stata contattata correttamente, abbia espresso un suo parere sull’opera e sia stata adeguatamente compensata. Stranamente di questo, che per me è l’unica cosa “moralmente” rilevante, non trovo (magari non sono bravo a cercare) traccia nei vari articoli. Tutti si fermano allo scandalo di un’immagine. E vanno giù pesanti, come se quell’immagine fosse il massimo della turpitudine, peggio persino del sorrisetto ebete estasiato con cui un attore/attrice proietta, in una pubblicità di dieci secondi, un detersivo o un’automobile nel mondo delle emozioni profonde, cioè defeca sull’anima – ma di questo nessuno si accorge, si vede che va bene così.

Nell’accanimento contro una statua vivente di cioccolato (questo è, alla fin fine: niente di che) vedo turbinare cattive coscienze, bacchettoneria, invidia, conformismo vile, maschere ipocrite, misoginia; vedo “il corso della vita deviato su false piste”, ossia ciò che i bambini di Sereni non perdoneranno. Questo vedo io, poi si tratta solamente di me, del mio cuore un po’ esagerato e dei miei occhi, niente di rilevante.

Però: io non mi metto in guerra contro il velo islamico o monacale, e nemmeno contro i tatuaggi-tendaggi o contro il piercing-ferramenta. Mi limito a dire che sono cose che non mi piacciono: il che non mi dà nessun diritto di censura o discriminazione o condanna. Non scaglio nessuna pietra contro nessuno.

“Voi” invece scagliate eccome, o così mi pare, forse sbaglio, ma nel caso la domanda che vi faccio è: perché?

Non so se mi sono spiegato bene, fa caldo e sono un po’ stanco.


Scritto il 24 agosto 2023.

Io poi non so che dire

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile, scenari

Le porte degli ospedali, degli ospizi
sono porte infelici: se chiuse
mettono tristezza, se aperte tristezza:
sull’angoscia che vaga in corridoio
o stagna chiusa dentro. Le visite
sono spesso irritanti o se gradite
è irritante lo svanire oltre gli spigoli
con inutili saluti inadeguati.

Qui si rimarca l’assurdo del mondo
che però è dappertutto, nelle case
e nelle vie, nell’affanno dei negozi
e nel tedio degli ozi. Qui è più esplicito
l’ergastolo a cui siamo destinati
che però è dal nascere, da sempre.

Ci si abitua, lo si rende normale
in una ipnosi né agra né dolce:
chi si sveglia urla o corre ed è matto
e lo si lega o fugge, vola via:
vola senza speranza di volo
perché in un’evoluzione adattativa
un’atrofia fino all’agenesia
ha, delle ali, lasciato un ricordo
vago che si confonde con il sogno.

È un inganno letale il disinganno.

Io poi non so che dire. Sto vivendo,
mi manchi, guardo foglie nella brezza
d’autunno vorticare verso terra
nel destino ordinario, incomprensibile.


Scritta nel 2022.

Posta

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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amicizia, amore e morte, impegno civile

La tua assenza, combinata
con la crescente ottusa violenza del mondo
e con somme di problemi di persone a me care
fa, come dicono, la tempesta perfetta.

Provo a distrarmi con roba erotica banale
(la più banale è la più efficace
a questo scopo) o filmando soli o lune
da mettere sui social.

Ma ogni cosa riconduce a te
che non ci sei, irrevocabilmente
e dunque togli a ogni cosa l’essere
sostanziale: rimane una recita
che annoia. Non c’è voglia né energia.

La recita è dei crudelissimi potenti
sostenuti dal coro dei rozzi ignoranti.
Quelli che se esci un millimetro dal solco
fanno: uò, uò, ma che, ciài problemi?

E certo che ne ho, deficiente, tu no?

Ma sì, ma no, poi c’è dell’altro, lo so.
Sono arrivate le cartoline
della figlia e del figlio
e un bel pacchetto da Leda Gheriglio:
la Posta qualche volta può salvare.

Provvisoriamente! Ma provvisoria
è ogni salvezza, e in generale tutto.


Scritta nel 2022.

Discorsi al chiosco in un mattino d’ottobre

10 giovedì Nov 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile, riflessioni, scenari

Al chiosco di corso Taranto nel tavolo accanto
dice una giovane donna: “Due e ottanta
euro all’ora mi davano, neanche il biglietto
per andarci mi pagavo. Adesso prendo cinque
ma senza un giorno di ferie né permessi
né malattia, e quello se mi vede piegata
in due dal dolore neanche mi dice
di sedermi un attimo, niente, per adesso
resisto, perché la voglio una paga per me”.

“E per un lavoro un po’ migliore
sono in alto in graduatoria
ma non mi chiamano, eppure
non ho figli e nemmeno sono incinta”.

“Al mio amico hanno respinto la domanda
del reddito di cittadinanza perché
s’era dimesso lui dal lavoro, bisogna
che ti caccino via, se vai via tu non vale”.

Io per chi scrivo? Per la cornacchia borghese
che direbbe: “cra, cra, cra, cra, cra
prende due e ottanta ma si beve il caffè
al tavolino, cra, cra, cra, e quell’altro
ha un lavoro e lo lascia e poi vuole
che gli paghiamo noi la vita, cra cra?
Adesso i poveri pretendono di scegliere?”

Non lo so per chi scrivo, ma tu muori
cornacchia borghese dei telegiornali:
che un predato cadavere ti strozzi.

Due euro e ottanta, e non avere figli
e se vai via da un lavoro di merda
poi non chiedere aiuti, fannullone
che sperperi un euro al bar per un caffè.

Discorsi seri si fanno qui al chiosco:
le donne soprattutto, gli uomini
un po’ meno, loro dedicano tempo
a un Allegri, credo uno del calcio
però poi anche alle bollette del gas.


Scritta nel 2022.

Vi accuso

09 mercoledì Mar 2022

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile

Come polli in batteria, contenti
stanno sempre a parlare della guerra
che già c’era ma che ora hanno messo
in video, con il telecomando
e tutti a bocca aperta.

A me e alle persone che amo
i Conte, i Draghi e i loro accoliti
han fatto e fanno più danni
che i lontani dittatori criminali
di cui bene sapevamo
e non ce ne importava un fico secco.

A questi qui vicini italiani governanti
va il mio odio e il mio disprezzo:
e voi masse di sapienti blabla
che il mondo sia un massacro
lo scoprite adesso, ipocriti?

Io vi accuso, politici italiani
e governanti. Io vi accuso della morte
di persone fragili, della depressione
dei sensibili, della repressione
del pensiero critico, della distruzione
della cultura e della libertà, vi accuso
della rovina dei piccoli, vi accuso
del consegnarci, traditori, ai potenti.

Io vi accuso e – per quello che vale
l’anatema di un poeta – non vi perdonerò.


Scritta nel 2022.

Appello agli amici artisti

11 mercoledì Ago 2021

Posted by carlomolinaro in prosa

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arte, impegno civile

Allora, ecco, quello che sto per scrivere riguarda gli artisti, nel senso più ampio della parola, dalla narrativa alla musica, dalla pittura alla danza, dalla recitazione alla scultura, dalla poesia allo striptease, dal teatro alla giocoleria, dal cinema al rap, dall’ebanisteria alla canzone, dalla commedia alla mimica, dalla drammaturgia alla topiaria a tutte le altre cose il cui elenco è potenzialmente infinito.

È una faccenda difficile. Di solito scrivo di getto, con grande sventatezza, spinto da impulsi incontenibili – per le poesie è così sempre, ma lo è anche per la maggioranza delle prose.

Stavolta, invece, ci rimugino da un po’ di settimane. Quindi mi verrà pure scritto male, perché i testi su cui rimugino mi vengono più brutti di quelli che scaturiscono senza che io quasi me ne accorga. Sono fatto così, ognuno è diverso.

Ora faccio una premessa “autocritica” doverosa – anche perché se non me la facessi da solo mi verrebbe – giustamente – sparata contro a raffica da tutti. Ecco: la premessa è che per me è facile, sì. La mia arte è la poesia, che come da tradizione non mi ha mai fruttato il becco di un quattrino. Tradizione antichissima: già non era la “Commedia” a riempire di minestra il piatto dell’Alighieri, né i “Canti” offrivano la cena al Leopardi. Il poeta campa d’altro: qualcuno è ricco di famiglia, qualcuno è poeta-operaio o poeta-impiegato, molti (troppi) sono poeti docenti universitari (ah, l’accademia!) e altri vivono da barboni, semplicemente. Io sono stato un poeta-impiegato prima di diventare un poeta-pensionato. Bene.

Quindi se smetto di fare presentazioni del mio libro, letture di poesie, partecipazioni a convegni ed eventi vari, tale cessazione non mi arreca alcun danno economico, così come non mi ha mai arrecato alcun economico beneficio. Dunque, da quel punto di vista, mi è, come premettevo, facile.

Ma in altri rami del variegato mondo dell’arte c’è invece chi si sostenta – in parte o in tutto – del calcare un palco, del suonare uno strumento, del raccontare una storia, del danzare davanti a una platea e così via. Per loro “non farlo” diventa (anche) un problema di sopravvivenza materiale.

Allora, ecco, insomma. Fatta questa premessa, io – ora lo dico, sì, lo devo dire – francamente mi aspettavo che gli amici artisti, persone fantasiose, libere, sognanti, autonome, critiche, fuori dagli schemi, non si assoggettassero in così larga maggioranza al sopruso del green pass, alla violenta imposizione di un vaccino sperimentale su cui il potere racconta un sacco di panzane, alla discriminazione del loro pubblico stesso: tu puoi venire a vedermi/ascoltarmi/seguirmi, perché ti sottometti; tu no, perché la pensi diversamente. Amici artisti, possibile che non vi suoni orribile questa cosa? Convalidate il bollino del potere imposto al regno – per definizione – della libertà – l’arte, appunto.

Io lo trovo orribile. Finché le cose staranno così, non farò nessuna presentazione del libro, né lettura di poesie, né partecipazione a riunioni, convegni, insomma rifiuterò qualsiasi contesto dove ai partecipanti sia richiesta una (illegittimissima) certificazione delle loro scelte e della loro salute. Rifiuterò, punto e basta: nessuna scappatoia con il tampone quarantottore, sicuramente. Ok, ok, per me è facile – l’ho premesso, no?

Per chi d’arte vive (materialmente) è più difficile, lo capisco benissimo. Ma, ecco, se uno proprio non se la sente di rinunciare a fare il concerto o lo spettacolo, ecco, almeno una dissociazione, una dichiarazione da scrivere sulle locandine e da pronunciare solennemente all’inizio della serata: “sono addolorato dalla discriminazione a cui mi costringono, esprimo la mia solidarietà a chi è rimasto fuori perché dissente dalle scelte del governo e delle multinazionali”. Almeno questo, no?

Ecco, l’ho detto, amici artisti. Ora potete tranquillamente cancellarmi. Tanto, da questo mondo impazzito, mi sto già lentamente cancellando da solo, e quasi con un certo pacifico sollievo, in una sorta di serena naturale dissolvenza della fragile vita mortale. Ciao!

11 agosto 2021

Miserere

26 domenica Apr 2020

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile

Ci stiamo uccidendo per salvarci la vita:
quella vituccia con la v minuscola
che, morto dio, la scienza ha collocato
sul suo unico altare. Grandi uomini
han vissuto trent’anni ed è loro bastato
a darci meraviglie. Ora cediamo
la vita in cambio di rantoli di vita,
schiavi di chi ci butta come a cani
tozzi di giorni secchi, tempo rancido.

La morte osserva stupefatta il nostro
annetterci al suo regno, da vassalli.
Morire da già morti è più indolore?
Morire senza avere mai vissuto:
che lunga anestesia ci somministra
il buon dottore, il padre nostro che
sta in torri di cristallo oltre gli schermi
a cui volgiamo come a icone sacre
il timore degli occhi: miserere!


Scritta nel 2020.

Teatro della sezione femminile

11 venerdì Ott 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile, scenari

Pistole, minigonne, scollature,
stupefacenti, macchine da presa,
telefonini e cani: questo vieta
un cartello all’ingresso della casa
circondariale Lorusso e Cutugno.

Motoseghe e tritolo non ne parla
ma forse è sottinteso. Strano è il mondo.
Le ragazze (accollate, in pantaloni)
ospiti della casa, nel teatro
offrono uno spettacolo di pregio.

Mi han dato un «pass», ho passato cancelli
di cui ho perso il conto: percepisco
la discesa in un mondo scollegato,
chiuso, isolato. Gli ambienti puliti
moderni – però è sempre una galera.

Spero che tutte ritrovino vita:
quale che fosse il passato, un futuro.
A questo deve servire la «pena»:
non a «marcire» come blaterava
un indegno ministro e con lui molti.


Scritta nel 2019.

Vedere

23 venerdì Ago 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, impegno civile, scenari

Un mese all’equinozio. Stamattina
mi sono risvegliato col pensiero
che c’è un nesso preciso tra il fregarsene
dei migranti che muoiono nel mare
e il fregarsene del mare, del cielo,
del pianeta che muore: il fregarsene
infine, di sé stessi, in un oblio
psichiatrico, privato d’intelletto.

Il sole sorge indulgente, disegna
travetti obliqui sotto il cornicione
della casa di fronte: io non m’ero
– quasi vent’anni che abito qui
e guardo quella casa ogni mattina –
accorto mai che a sorreggere il tetto
fosse una fila di legni così.
Ci vuole tempo a conoscersi intorno.


Scritta nel 2019.

La causa

01 sabato Giu 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

impegno civile, riflessioni

Vengono tempi oscuri, per oscuri
motivi: non è chiara la causa 
di questo scuro: pareva che i lumi
prevalessero nonostante tutto,
superate le carneficine
del secolo breve, portati i diritti
nei campi, nelle officine, portata
più libertà nella vita sessuale
e relazionale, in generale
pareva che pur con alti e bassi
la luce prevalesse. La scienza
consentirebbe lavorare meno
tutti, avere il tempo per giocare
e sognare, producendo il necessario
con serenità. Era plausibile
che prevalesse la luce, ma invece
vengono tempi oscuri, per oscuri
motivi. Un’ipotesi è che i giardinieri
si siano allontanati dal giardino:
senza cura costante, negligendo
di rinnovare ogni anno gli innesti,
i fiori fini, fragranti, delicati
tornano presto a inferocirsi in rovi:
furon rosai, ed or si fanno sterpi.


Scritta nel 2019.

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