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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi tag: scenari

La sedia

25 mercoledì Dic 2019

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Tag

scenari, tempo

S’è sfasciata di colpo la sedia
a cui volevi rifare il sedile
con una sagoma di legno buono.
Poi non hai abitato più qui:
ho commesso miriadi d’errori
e rifare il sedile sarebbe
stato vano: han ceduto, tarlate,
le gambe dietro. Che botta
mi son preso sul culo. Speriamo
che ora tu abbia delle sedie migliori.
Pure, un Natale fa, accudivi
quasi fosse la nostra questa casa.


Scritta nel 2019.

Statuto-Statuto

19 giovedì Dic 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

relazioni, riflessioni, scenari

FOTOPONOT

 

Esco di casa perché sì. Decido
di non prendere nemmeno la borsa.
Metto in tasca portafoglio e telefono.
Così mi riposo la spalla:
pesa, talvolta, la tracolla.
Vado in piazza Statuto.
Penso: magari un dolce da McDonald.
Non è male quella specie di gelato.
Ma decido di no. Vedo un dieci
al capolinea. Sono le dieci e mezza
della sera del diciotto dicembre.
Il dieci ha un percorso che a me pare triste:
vialoni corsoni questura Crocetta.
Ma mi dico: per cambiare!
Lo prendo, poi decido dove scendo.
Passo in piazza Diciotto Dicembre.
Mi stupisco che non sia piena di danze
per il suo onomastico. Viaggio oltre.
Decido all’improvviso di scendere
in corso Stati Uniti. Lo percorro.
Decido di passare al Polski Kot.
Magari è aperto. Infatti è aperto.
Alessandro mi saluta, altri stanno
in disparte. Alessandro mi dice
che mi trova un po’ giù, non so, poi
mi chiede come stanno i figli, i nipoti.
E che potrebbe fare? È gentile.
Mi piace, mi offre un caffè, sto un po’
da solo a un tavolino a leggere
un libro preso da un cesto: un poeta
russo parla di entropia e biciclette
e naturalmente di ragazze. Bevo
il caffè, poi che fare? Andare.
C’è, vicino, il capolinea dell’undici:
altro bus che poco frequento.
Lo prendo con l’idea di scendere
alla stazione Dora, piazza Baldissera.
È deserto. Vado. A Porta Nuova vedo
un taxi che è stato investito da un quattro.
Ci sono i vigili e il carro attrezzi, che botto.
Poi l’undici passa per il centro:
via Venti Settembre, Porta Palazzo.
Non è che uno esce di casa e trova amici.
Queste cose si costruiscono lentamente:
in genere prima è come stanno i nipoti,
è roba formale. O forse è mia colpa
mia grandissima colpa
che il mio problema non sia di nipoti
ma ragazze, malintesi d’amore
e altre cose di questo tenore. I
n centro
l‘undici si riempie. Potrei scendere in centro:
dalla stazione Dora a casa come torno?
Non ho voglia del centro. Ho voglia
di periferia. Un amico mi consigliava
oggi con messaggi su Whatsapp

di cercare delle donne più plausibili.
Se ho capito. Mah. Dove vanno
tutti questi passeggeri dell’undici?
Lo sanno? Io lo so dove vado: da nessuna parte.
Lo so di preciso. Donne plausibili. Ma
forse non ho più stimoli a storie reali.
I malevoli dicono che mai io ne ho avuti:
ma questo è falso. Io agogno la realtà,
adoro la realtà sopra ogni cosa.
Potrei scendere a Porta Palazzo.
No, vado fino alla stazione Dora.
Di lì poi prendo un quarantasei o quarantanove
o vado a piedi o con una Mobike: ci sono
nella vita così tante possibilità!
Ma storie reali forse non ne voglio più:
sono un vecchio stanco, sono
il deserto in cui grida la mia voce.
Certo sull’undici una ragazza c’è:
con gambe velate sotto un paltoncino.
Però non alzo nemmeno lo sguardo,
resto così con soltanto le gambe,
tanto non credo vorrebbe sposarmi.
Non è che esci e trovi lì le cose.
Ma costruire, arzigogolare
m‘ha sempre dato noia. La sera di pioggia
è bella ed esiste senza tanti complimenti.
E io non mi lamento. Mi godo
il viaggio sull’undici dopo il caffè
offerto da Alessandro, che mi piace:
e qualche volta qualcosa si è detto
di più diretto, ma chissà se vogliamo
davvero dire del profondo, dove
nessuna soluzione esiste mai.
Arrivo a mezzanotte in piazza Baldissera.
Dovrebbe passare ancora un quarantasei
o quarantanove. Due o tre volte mi sono
spaventato stasera d’aver perso la borsa.
Non sono abituato a stare senza, mi devo
abituare a questa e ad altre cose.
Ma di solito la prendo per avere
l‘acqua, la macchina fotografica, i guanti
da bici che mi ha regalato una ragazza.
E che altro? La batteria di riserva
del telefono, l’En, della carta, delle biro.
Ma stasera va bene così senza.
Mi riposo la spalla e il nuovo montgomery
verde comprato usato ha grandi tasche
ed è come se me l’avesse regalato
un’amata donna, perché me l’ha indicato
su una gruccia, al mercato.
Chi mette i soldi non fa differenza.
Guardo scorrere automobili
in corso Principe Oddone, un’insegna Max Home
verde bianca rossa, chi sarà questo Max?
Non m’incuriosisce. Sia chi vuole. Non tutto
m’incuriosisce. Un lontano palazzo
altissimo svetta dal quartiere parco Dora.
Ha una, due, tre, quattro finestre illuminate:
su forse cento o più, che bassa percentuale.
In una lampeggia un albero di Natale.
Son qui che giro nella notte. Non è male.
Passa un nero ciclista del Glovo.
Bisogna essere disabili forte
per farsi portare il cibo in casa a pagamento
mentre è così bello stare fuori.
Il quarantasei, l’ultimo, arriva.
M
i riporta in piazza Statuto, chiudo il cerchio.
A che ora chiude McDonald?

Quasi quasi quella specie di gelato
me lo prendo, se è aperto. Ci vuole
qualcosa di dolce. È mezzanotte e mezza.
Vediamo. C’è! Mi faccio un McFlurry

al bacioperugina.


Scritta nel 2019.

Della morte

15 martedì Ott 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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amicizia, morte, riflessioni, scenari

siamo tutti nel braccio della morte
e nella gamba, nel petto, nel culo
della morte – non c’è santi – ci fosse
ancora qualche frantume di piacere,
d’ebbri baci, qualcosa che per mia
faciloneria ho chiamato l’amore
e non so cosa sia, però lo voglio

più il tempo stringe, paradossalmente
più nulla sembra urgente:
finisce e non si rifinisce la vita,
non c’è da lambiccarsi per trovare
un finale a effetto, come in coda a un sonetto:
è un banale cessare, uno smettere
di essere
di

perché ci ossessiona, la personifichiamo
ma è l’esito del parto – non ci sono
personificazioni della nascita: magari
una signora di colorate vesti
in larghi gesti il grano a seminare:
chi lo semina è per poi falciare

c’è da fare nel frattempo, trovare
i sensi, le armonie, aiutare
a trovare, curare – si racconta
che nel braccio della morte
giochino con passione ai dadi
o alle carte, che nascano amicizie
forti, finali, dell’odio talvolta


Scritta nel 2019.

Teatro della sezione femminile

11 venerdì Ott 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile, scenari

Pistole, minigonne, scollature,
stupefacenti, macchine da presa,
telefonini e cani: questo vieta
un cartello all’ingresso della casa
circondariale Lorusso e Cutugno.

Motoseghe e tritolo non ne parla
ma forse è sottinteso. Strano è il mondo.
Le ragazze (accollate, in pantaloni)
ospiti della casa, nel teatro
offrono uno spettacolo di pregio.

Mi han dato un «pass», ho passato cancelli
di cui ho perso il conto: percepisco
la discesa in un mondo scollegato,
chiuso, isolato. Gli ambienti puliti
moderni – però è sempre una galera.

Spero che tutte ritrovino vita:
quale che fosse il passato, un futuro.
A questo deve servire la «pena»:
non a «marcire» come blaterava
un indegno ministro e con lui molti.


Scritta nel 2019.

Verbum Domini

08 martedì Ott 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

La vita nasce ove non c’è decoro
ed è oscena la morte. La parola
è una pericolante anestesia
in cui deliri di essere dio.

Dolcezza della decomposizione,
ansia, abbandono, ubriachezza, terrore,
rabbia furiosa o la rassegnazione…
Puoi dire ciò che vuoi, ne hai facoltà.

Odori forti, schiume, secrezioni.
Inventare, nel teatro, finzioni
d’anime, spiriti, inferni, nirvana.

Uscir fuori a cercare una puttana
per un reciproco lordo anilinto:
per un amore profondo, convinto.


Scritta nel 2019.

Cacofonia

24 martedì Set 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Forse è contro la cacofonia
che ho lottato sempre, in dovizia
di malintesi: nelle pause operando
scrutini al vuoto segreto
dove tracce, labili, galleggiano
di materia? dolore? piacere?

Ricordo trappole di sale
per seccare lumache
e salvare insalata. È naturale.
La vecchia sgozzava con gusto le rane
e nello stesso gesto le traeva
da la vagina de le membra loro.
C’era angoscia, decoro.

[Chi ha deciso gli intervalli della musica?
Perché quelle frequenze e non altre?]

La cacofonia provoca la lisi
della membrana: dell’epidermide
selettivamente permeabile
che avvolgendo la psiche, la preserva.
Il frastuono dentro e fuori indistinto
m’indistingue. Ma il silenzio è colpevole.

[Scendi, Simón, da quel ridicolo stelo!
Non Greta, il pianeta è Asperger.]

Tendo l’orecchio al suono delle voci,
alle mani veloci. E poiché non combaci
ti dipingo ed è questo il mio delitto.
Ho pensato di averne il diritto
chiuso fra le mie carte. Non ne sono più certo.

[È noioso il pomeriggio del fauno.
Il tempo inumidito: mollica
di pane per vecchi, screpolato.]

È necessario rischiare infezioni,
accettare una morte da morire.
Necessario non so. Opportuno:
forse «opportuno» è parola migliore.
È tutta opportunista la natura.
{Mi fermo, perché sto sentenziando.}

<…>

Anche accettare di non potere dire
né fare. Lasciar stare. Assorbire
gli stoni con i toni, cautamente.
Dare al nulla quel poco
di qualcosa. Essere per il fuoco
l’indomito artefice, o il legno.
Un pacato placebo. Un espediente degno.


Scritta nel 2019.

Sgomento

24 martedì Set 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari, tempo

Se dico che il crepuscolo che smuore dietro il tetto della casa di fronte
mi dà sgomento, è perché mi dà sgomento. Mi sono imposto di finire le arachidi
ma poi ne ho lasciate sei o sette. Prima, l’insalata, tranquillo – con due uova.
Prima ancora, ho steso il bucato, tranquillo. Il bucato: in realtà, un lenzuolo
su cui dormivo sparso e scoperto da un mese. Viene l’autunno e conviene
fare il letto in un modo più corretto. Oltre alle arachidi, ho delle pesche sciroppate
che all’In’s ero incerto, le palleggiavo in mano e una vecchia «sono buone»
mi ha detto tutta curva, allora le ho prese, ho cenato tranquillo ma poi
dalla finestra della cucina l’ho visto proprio, l’ho visto smorire il lucore
del cielo dietro il tetto della casa: per un minuto quasi nero, poi nero finito.
Stavo mangiando le arachidi, mi ha dato sgomento, ho sentito in un tremore
cedere strutture del corpo, della mente. Come dire? Sgomento, si capisce
cosa intendo? Le parole, ognuno a suo modo, ricordo qualche «sono sgomento»
per criticare opinioni contrarie alle proprie: sgomento in malafede, assassini
di parole, fottetevi. Ma questo non c’entra. Mi sono imposto di finire le arachidi
ma ne ho lasciate sei o sette, sono venuto di qua in studio e mi sono stupito
di dover accendere la luce: due ore fa c’era il sole! Com’è possibile questo?
Mi dà sgomento. Passerà. Passerà e tornerò di là in cucina, aprirò il barattolo
delle pesche sciroppate, mi pare siano ottocento grammi, io me le sbafo, tutte.


Scritta nel 2019.

Il pazzo e lo yogurt alla vaniglia

18 mercoledì Set 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, infanzia, scenari

Lo so, dottore, sono sempre fuggito
– disse il pazzo – davanti all’insostenibile.
Neanche ho alzato gli occhi per guardarlo.
Mi sono difeso restando bambino
o qualcosa ancora prima. Adesso spero
di morire nel sonno, in un punto del sonno
in cui sogno di non essere mai nato:
unico modo per fare equilibrio.
Quelli che sono cresciuti, che guardano
dentro il muso dell’insostenibile
non ho idea di come facciano, mi creda
dottore: non lo riesco a immaginare.
Ma qui nel cortile, all’ombra dei pochi
alberi rachitici che sfiorano il muro
non si sta male, dottore. Per cena
ci sarà yogurt magro alla vaniglia?
È il mio preferito, un poco mi consola
nell’abisso del buio della sera.


Scritta nel 2019.

Come sia

12 giovedì Set 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

sono affascinato dalle scritte sui muri, dagli ani
apertissimi delle pornomodelle, dalle foglie
sia in primavera sia in autunno, le foglie
sanno essere belle tutto il ciclo,
mi porto dentro da sempre un malessere
(sopportabile, certo, se no
non sarei arrivato ai sessant’anni)
di cui non saprò mai se sia mio o di tutti
o come sia diversamente

vedo gente vivere in modo elementare
apparentemente, non dico siano felici
ma è come se trovassero normali
gli angoli che svoltano, i marciapiedi
e correre al tram gesticolando
perché attenda senza chiudere le porte
il manovratore


Scritta nel 2019.

Vedere

23 venerdì Ago 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, impegno civile, scenari

Un mese all’equinozio. Stamattina
mi sono risvegliato col pensiero
che c’è un nesso preciso tra il fregarsene
dei migranti che muoiono nel mare
e il fregarsene del mare, del cielo,
del pianeta che muore: il fregarsene
infine, di sé stessi, in un oblio
psichiatrico, privato d’intelletto.

Il sole sorge indulgente, disegna
travetti obliqui sotto il cornicione
della casa di fronte: io non m’ero
– quasi vent’anni che abito qui
e guardo quella casa ogni mattina –
accorto mai che a sorreggere il tetto
fosse una fila di legni così.
Ci vuole tempo a conoscersi intorno.


Scritta nel 2019.

Capire

31 mercoledì Lug 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Sarà poi «capire» il verbo giusto
per questo stare ora meglio ora peggio,
quest’euforia o ipocondria dell’anima
con il corpo congiunto? Perché
cerchiamo sicurezza? Le foglie
degli alberi ora si aprono piene
di linfa, ora si chiudono in rughe
egre: non dipende da loro, dipende
da piogge che nessuno garantisce.
Cosa c’è da capire in tutto ciò?

L’unico buono in questa poesiuola
è che m’ha fatto venire alla mente
di dare acqua al fico sul terrazzo:
lui chiuso in vaso ha bisogno di me.
Ora smetto di scrivere e lo annaffio.


Scritta nel 2019.

L’animale uomo

10 mercoledì Lug 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, scenari

Complicati? Sì, ma non è detto
che per gli altri animali sia più facile.
Sono scie olfattive, in fondo, percezioni
anche le nostre, a volte cicatrici
come la coda approssimativa
che rifà la lucertola, sono estri e furori
di calore, agonie non dissimili
che tra le fauci di un predatore
o abbattuti di sete in siccità. Non è
così diverso dagli altri animali, forse
è solo che noi vogliamo dare a questo
sensi, interpretazioni e persino
– qui l’estrema follia – soluzioni.


Scritta nel 2019.

Verso semplici case

07 domenica Lug 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Non risolveremo contraddizioni, ripetiamo
cose già dette (irrisolte) dai tragici
e in modo più tragicamente fastidioso
dai commedianti, dai comici
atroci: non risolveremo, conversiamo
di cose eterne, effimere in noi effimeri
sul fresco d’una riva, troviamo
coincidenze inutili, combinazioni
di brevi sensi parziali, come se
una solidarietà di miopie illimpidisse
orizzonti remoti che non si sa se esistano
davvero: pure, in noi qualche pietra
si disincaglia da angoli di viscere
dove pesava, prende forma, ferisce
gonfiori, un dolore di lama
luccica smascherato, conoscibile,
ce ne rendiamo conto, non parliamo
perché non torni a nascondersi:
si deposita, mentre camminiamo
lungo il fiume, guardinghi come uccelli
senza toccarci, verso semplici case.


Scritta nel 2019.

Il ritardo del fico

25 martedì Giu 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

scenari

Il fico che temevo fosse morto
mette adesso le gemme, fine giugno.
Stagioni scombinate. Però è vivo.


Scritta nel 2019.

La perdita del poco

10 lunedì Giu 2019

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Quella ragazza che nel Nord
s’è lasciata morire. Ma, più vicino,
amiche depresse
chiuse nel vuoto, o prigioniere
in strascichi di traumi, interminabili.

Lo capisco, non sono deficiente.
Ho la ragione a spiegarmi le cose.

Eppure no, nel nucleo dove vibra
il preverbale, il non razionale,
ecco, non lo capisco, ed è
un limite. Non potrei
essere psicoterapeuta né psichiatra.

Poco fa rincasando ero immerso
in una malinconia
profonda, che permane. Tuttavia
osservavo un tombino di ferro
lavorato a riquadri, bagnato, e accanto
riflessi di foglie
in una stretta, irregolare pozzanghera.

Come si può non desiderare vivere
solo guardando quel bagnato, quella
lucida immagine al suolo
e tutto il resto che brilla, che odora
intorno?

A me è sempre bastato. Ma io
m’accontento di poco, lo diceva
già una ragazza che timidamente
corteggiavo, avevamo sedici anni.

M’accontento di poco:
è vero, non sono sedotto
dall’eccelso né dall’infimo,
non m’attrae né l’abisso né l’empireo,
roba troppo distante.

Amo un sentore di pianura, strade
che accompagnano fossi, filari
d’alberi oppure in città
bagliori di bitume, triangoli
d’ombra da case qualsiasi, modeste.

M’accontento di poco. Da vecchio
penso ora che forse
è stata questa, solo questa la
mia fortuna, mia salvezza – anche se
sarà duro il disfarsi degli occhi,
la perdita del poco.


Scritta nel 2019.

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