Piove su via Pinelli

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Leggo un poeta ingarbugliato, m’annoio,
lascio il libro sul letto, ascolto crescere
il suono sempre nuovo della pioggia
cui s’aggiungono il ronzare d’una mosca
e lo scrosciare di qualche veicolo
nella via, quattro piani più sotto,
immagino la scia delle ruote sull’asfalto,
le mamme che fra le pozzanghere prendono
alle scuole i bambini, i vecchi che accostano
le imposte, l’aggravarsi di penombra
alle finestre degli ospedali dove lampade
bianche economiche rimangono accese
giorno dopo giorno tutto il giorno, il fiume
con i piccoli tonfi delle gocce, signori,
io ho finito le parole, non ho
alcun desiderio di ripetere storie
già raccontate, lascio altri a raschiare
i fondi di certi vasi che parvero
nutrienti, ma ora troppo allungati
hanno bisogno d’imbonitori viscidi,
pubblicità ingannevole per essere venduti:
quante cose fanno i poeti nei risvolti
di copertina, collaborano, redigono,
hanno contatti, sono tra i fautori,
fondano, portano, trovano la cifra:
io la mia cifra è zero, sto indolente
nel privilegio dell’ozio ad ascoltare
questa pioggia soave, non c’è nessun bisogno
che io la dica, mi lascio sbiadire
nel mio sereno fallimento, era previsto,
mi rannicchio come un feto, toglierò
l’ingombro dei miei occhi dal nitore
della luce infinita che intuisco
da lontanissimo: perché ho voluto scrivere?


Scritta nel 2016.

Questo caldo

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Questo caldo che s’allunga in settembre,
poca energia da spendere, seduti
tu sul divano io sul tappeto, ci diciamo
le cose, come sempre, però
ho meno voglia di lottare contro
l’erodersi del tempo e dello spazio:
mi slitta nelle mani l’arnese di parole
con cui da troppi anni ormai m’ingegno
di scassinare uno scrigno che forse
non contiene altro che uno specchio.

Divento – era previsto, certo – vecchio
e anche tu, e questo è peggio, perché
me stesso sono bravo a non vedermi
ma sarebbe uno strazio insopportabile
se distogliessi i miei occhi da te.


Scritta nel 2016.

La poesia che non esiste

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In un momento estremo del delirio
ho persino composto la poesia
che scriverei se tu mi dessi un bacio.

La ricordo benissimo a memoria:
a differenza della realtà
in me il delirio non conosce oblìo.

Ma non ne scriverò nemmeno un verso
né sulla carta né in altri supporti:
è una poesia che non esiste.

Se mi devo portare nella tomba
il tuo rifiuto, insieme porterò
la non scritta poesia di te con me.


Scritta nel 2016.

Il senso del Tutto

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,

Dice l’amico mentre quieti mangiamo
dell’uva americana: «È impossibile
che il Tutto non abbia un senso» – per lui
è scientifico questo, è matematico.

Per me è invece una dubbiosa fede:
nessuna scienza garantisce senso
né alle singole cose né al Tutto
– secondo il mio parere e il mio sentire.

Dialogando su questa differenza
penso che siamo entrambi
caparbiamente rimasti bambini:
ma non tutti i bambini sono uguali.

Lui da piccolo chiedeva della morte
agli adulti e restava insoddisfatto
delle risposte. Io non chiedevo nulla
e scappavo a sedermi in riva al fiume.

E dopo tanti decenni facciamo
ciascuno ancora le medesime cose:
lui, più incisivo, cerca soluzioni,
io, trasognato, assorbo sensazioni.

E sia poi come sia, come non sia.
L’amico e la ragazza sono belli
nella penombra, lui a torso nudo,
lei con la blusa e il reggiseno blu
a disquisire – lei vaglia curiosa
tutte le tesi, mentre si diffonde
nell’aria il buon odore del caffè.

Ha senso questa sera essere qui.
Per tutto il resto, forse, si vedrà.


Scritta nel 2016.

So palpare le ombre

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,

So palpare le ombre, so insidiare
da dentro la purezza del fanciullo
che sono: liberando in polluzione
nitidamente nascoste virtù.

Ho lasciato canizie nell’embrione,
imbiondisco alla fine del tramonto
che m’ha ingannato gli occhi: quasi più
non mi curo di ciò che è o non è.

Fluttua, parola, fluttua al litorale:
consumata la sabbia, c’è scogliera.
Non ho necessità di farti entrare:
perché da sempre t’ho tenuta in me.


Scritta nel 2016.

Percorso d’un sabato mattina

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,

I

Stamattina nella mia testa,
mentre aspetto il tram 3,
ci sei tu che mi dici
«vivi tutto nella tua testa»:
lo dici bene, proprio con la tua voce,
e mi viene da ridere.

Poi l’ombra del tram,
nel sole del mattino,
si sovrappone a quella delle foglie
dei platani di corso Regina
e ci salgo, sul tram,
fra la gente con le grosse borse
che va a Porta Palazzo,
forse fuori dalla mia testa
– ma come esserne certo?

II

Stare attento a quello che faccio
mi ruba sogno e sguardo, cioè vita:
non dico che non sia necessario,
dico che è alto il prezzo da pagare.

III

Sul lungofiume i cinofori,
qualche bianco pensionato,
i corridori sgargianti,
i ciclisti ronzanti
e io che lento, straniero, cammino.

IV

Sul tronco mozzo d’un albero abbattuto
erbe prendono vita, creando
una bizzarra forma vegetale.

L’albero morto di questo non sa nulla,
nulla sanno di questo i nuovi steli
germogliati per caso sul ceppo:
moriranno d’autunno, forse prima
se passerà una falce comunale.

E io, che osservo, so meno di loro.

V

In via Rimini porta una vecchia
un borsone a rotelle ancora vuoto:
va al mercato in corso Chieti.

Forse anch’io comprerò della frutta:
non posso stare
sempre a lato, a guardare.

VI

Sull’altro lungofiume c’è un sentiero
umido e stretto. Dentro un fiore azzurro
fa colazione un insettino verde.

Due cinofori s’incrociano. I cani,
mentre i guinzagli li tirano via,
compongono in guaiti lamentosi
il poema dell’impedito amore.

VII

In lungodora Voghera angolo corso Cadore
un’agenzia d’investigazioni
offre in vetrina
investigazioni accurate per scoprire
l’infedeltà del coniuge
e indagini patrimoniali per scoprire
quanto potrai spillare
al coniuge infedele.

Che tristezza assoluta.
Eppure tutto questo
è accettato, è normale.

Io se entrassi a domandare
indagini per sapere
lei che vestito ha messo stamattina
e se sorride, e quanto, e come sta
sarei guardato come un criminale.

VIII

Al capolinea del 77
giocano a palla tre ragazzi, dicono:
«le ragazze sono al cancello
ma non possono uscire»
«andiamo al cancello, poi escono»
«casa mia è libera».

Penso a Romeo e Giulietta,
a oscuri conventi d’orribili suore.

Ma è solamente un uscire fra poco
dal cortile d’una scuola,
e per fortuna c’è una casa libera.

IX

A San Maurizio credo Canavese
(ho preso un treno a caso)
minaccia pioggia il cielo.

Arabi e romeni alla stazione
parlano di cose di lavoro
e di famiglia. Gli alberi accucciati
attendono il rovescio, silenziosi.

X

Alla fermata dell’aeroporto
un viaggiatore con radi capelli,
con una giacca grigia come acciaio,
carica in treno una valigia a quadri
e se la tiene stretta fra le gambe.

XI

Passano orti e poi ortensie e campi
e recinti con reti lacerate
e boscaglie e viadotti al finestrino.

Io ne compilo l’inutile elenco
incompleto, seduto sul sedile
di stoffa decorata con triangoli
azzurri, rossi, arancio, neri, blu.

XII

Via Cecchi vista dalla stazione Dora
oltre l’immensa rotonda di cespugli
e d’erbe incolte di piazza Baldissera
dove più non ricordo cosa c’era
prima che tutto fosse raso al suolo,
è una via nuova, edificata oggi.

XIII

Torno a casa col bus 52.
Non ho comprato nemmeno la frutta,
non sono andato da nessuna parte.

XIV

Nella quieta stanza, riparato
dagli öh e dai vah che non mi fanno vivere,
io finisco di scrivere.

Tu torni nella testa e mi ripeti
le cose che già so. Però mi va
che tu sia lì: mi piace la tua voce.

 

 

Figura per il IV

 

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Figura per il VI

 

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Figura per il IX

 

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Figura per il XII

 

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Scritta nel 2016.

Nel mulino

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, ,

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Ti stringo
piano con le mani le caviglie
sul divano, ci accarezza
misteriosa la sera nel silenzio
della camera linda. Nessun albero è
perfetto come il seme che lo genera:
appena germogliato si contorce,
ingorga linfa a cercare sostanza,
dipana con fatica
fragili foglie assetate di luce.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Un dolore
mi percorre le braccia, raddrizzo
le spalle, sgranchisco i polmoni
per guadagnare aria. La gloriosa
disfatta brilla nel trionfare tenero
delle fronde mature, la bellezza
magnifica si piega al divenire
della realtà, paga il prezzo dovuto
all’essere qualcosa.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Don Chisciotte
vuole, commosso, portare del pane
a Dulcinea: lasciata l’armatura
diventa molinaro, entra nel corpo
fra i meccanismi, accende la lanterna
oscillante alla trave, accudisce
la macina vorace: ascoltando
il cigolare dei perni, il vibrare
delle pale abbracciate dal vento
dubita che sia sogno la farina
e soffi il vero in vortici profondi
che presto, presto ci riprenderanno.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Nel racchiuso
tepore impasto ciò che serve oggi:
la maldestra vivanda che imbandisco
dovrai credere tu che sia buon cibo.
Io trasognato lascio che i frammenti
del desiderio combacino a ruote
d’un paradiso sparso, dove tu
imprevedibilmente puoi sorridere.


Scritta nel 2016.

Il secolo

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Non riesco – scusatemi, o
non scusatemi – a interessarmi al secolo,
alle sue esigenze, ai suoi gusti,
alle sue sensibilità. Il mio lettore
è fra mille anni o mille anni fa
– incidentalmente può essere oggi,
incidentalmente – sono molto presuntuoso,
lo so – scusatemi, o
non scusatemi – ma è il minimo,
mi sembra, per fare poesia:
farei altro, se no.

Poi – dico prevenendo un’obiezione –
scrivo moltissimo
di cose del mio secolo, ma
è per strappargliele via:
è perché, nel mio modo, le amo
disperatissimamente
e come un buono cavaliere antico
le devo – da sé stesse – salvare.


Scritta nel 2016.

Al decimo spritz di cicuta

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,

l’amore e la morte
in arco voltaico di luce e di buio
altissimi oltre un cielo
nemmeno immaginabile

riverberano su di noi
il chiaro e lo scuro
mentre noi siamo intenti
a fare altro, a chiamare altre cose
con il nome d’amore e di morte

Socrate al decimo spritz di cicuta
con il beneficio dell’ebbrezza
mormora: buon morente
è chi sa di non saper morire,
buon amante è chi sa
di non saper amare


Scritta nel 2016.

Le tovagliette

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Le tovagliette monoposto di bambù
(forse finto, ma è lo stesso)
una rossa e una blu
stanno bene una accanto all’altra
sul tavolo di legno:
ce le hai messe tu
e io resto a guardarle
mentre fai il caffè.

La vita però
è un po’ gioco e un po’ no.

Ora siamo nella condizione di “lasciàti”
(credo)
anche se passiamo
molto tempo insieme.

Tu mi hai lasciato
e io ho cercato di reagire con compostezza,
temperando il profondo sgomento
in un qualche aplomb,
perché invecchiando ho capito
che è la cosa migliore da fare.

Poi tre giorni dopo
tu mi hai mandato un sms così:
«com’è che se io ti lascio
tu ti rassegni subito
e con Eva invece vai avanti
a rompere per sette anni?»

Mi è scoppiata un’angoscia da ridere,
ti ho risposto che non è vero
e che inoltre le mie poesie per te
sono le più belle – e tu lo sai.

E tu hai detto che sì che lo sai,
è vero, le mie poesie per te
sono le più belle,
ma il problema è che tu lo sai
ma io non lo so: cioè
io non so che le mie poesie per te
sono le più belle.

È complesso, però in pratica ho capito,
e ti ho risposto che allora
forse è che
io ti amo inconsciamente:
che se ci pensi è una bella garanzia,
perché l’inconscio non finge.

Intanto i colori sono belli,
soffia il vento,
vola il tempo,
facciamo oggi qualcosa di buono,
domani poi
si vedrà.


Scritta nel 2016.

Flixbus X76

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La luce obliqua taglia
il paesaggio, le cose, proietta
le ombre degli oggetti su altri
inconsapevoli oggetti. Pallida
giace l’area di servizio nella conca
con la scritta enorme
«Viamala Raststätte Thusis», qui fermi
dopo i lunghi controlli alla frontiera
fra l’Austria e la Svizzera:
una bimba con un vestito rosso
passa, due obese ragazze
vanno verso l’edificio orribile, brillano
d’un lucido smorto i furgoni argentati
presso la pompa di benzina. Aggiusta
lo specchietto il conducente
e si riparte, nell’opaco ritardo
di passaporti, di camicie a quadri,
scarpe dell’Est, mani ruvide: m’incespica
nello sguardo lo scorrere del fiume
(andrà ai mari del Nord)
dietro il sipario d’alberi, visti
così velocemente da essere indistinti
nella memoria subito – eppure
nessuno a un altro uguale, ho di questo
una confusa, inutile certezza.
S’arrampica il pullman per il San Bernardino
nevoso. Sbarcheranno, sbarcherà
la meridionale che stridula ammonisce
i parenti nel telefono, il romeno
che chiede dov’è a Torino
la stazione dei bus, sbarcheranno
e anch’io sbarcherò, dimenticando
– io che pretendo d’amare ogni dettaglio –
la loro ignota diversità: a malapena
saprò che fra le conifere c’era
del verde più chiaro. Ho preteso
che fosse al di qua della siepe l’infinito
intero, per conoscerlo e lodarlo,
prete sincretista d’un dio differente
in ogni viso, in ogni goccia d’acqua:
con fede sì, ma senza cognizione
dell’angustia del mio vaso
che nel nulla trabocca. Niente,
non ho niente da dire, si confonde
la mia lingua di Babele presuntuosa,
da una distanza sempre più disperata
contemplo la piccola spoglia nitidezza
dei loro tagli di parole «è in Victorio
Emanuele, vicino gara Portasusa».


Scritta nel 2016.

Dietro i gasometri

Tag

,

diretto verso un lavoro
osservo dietro i gasometri
il cielo che è tornato azzurro
con lievi strie chiare
e penso che sì, sono stato fuori
abbastanza fuori
dal mondo ma
è che del film intitolato realtà
mi piacciono luci colori
riflessi odori
qualche scena
– ma non capisco l’intreccio
la trama la storia:
e il poco che qua e là
occasionalmente capisco
il più delle volte
o m’irrita o m’annoia


Scritta nel 2016.

4_n

Il poco

Tag

,

per non far svalutare il mio amore
per non farlo considerare
da tutti
una cosa di poco conto
dovrei imparare a provare fastidio
e rabbia e dolore
se tu baci un altro
se abbracci un altro
se scopi con un altro
se ti sposi con un altro

ma niente
io riesco solo a provare piacere
e gioia ed entusiasmo
se mi guardi e sorridi
se mi sfiori la mano
se mi baci
e non m’importa chi altri tu baci
né m’importa chi sposi

quando mi guardi
il mio cuore saltella
la mia anima si fa le capriole

e questo non va bene
l’ho capito ormai
non va bene
ma non posso farci niente

già a sedici anni una compagna
di liceo me lo disse
commiserando
«ti accontenti di così poco»

certo è strano però
che così poco
sia così raro
sia quasi introvabile
nel mondo
nella vita

che a me sembra
che così poco
pochissimi lo trovino
come pochissimi trovano
l’universo intero
con l’infinito insostenibile stupore
nel filo d’erba
fra due pietre
all’orlo d’un cantiere

è difficile da spiegare
impossibile forse
e nemmeno ne ho più voglia

tu baciami ora


Scritta nel 2016.

All’impercetto

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Anche la più diretta sensazione
è subito linguaggio: in suo soccorso
viene un subliminale sublimare
che ne scarta una parte e ciò che resta
lo mette in limpidi vasi di vetro
fragili e nient’affatto eterni, ma
destinati a una morte più leggibile,
sopportabile quasi, senza il miasma
pesante della decomposizione.

È per questo che tacciono i cadaveri
dentro gli avelli chiusi, emarginati
dall’epitaffio che segna il confine
invalicabile dell’intelletto:
lo spazio in cui sappiamo manovrare
le macchine e le anime, godendo
dell’arte fine di nostra ragione:
dove tutto combacia perché noi
limiamo sia la gemma sia il castone.


Scritta nel 2016.