Quel granché

Tag

 

 Guido Marchisio non era un barrierante e non bazzicava abitualmente per il “Borgo del fumo” del quale via Oropa era una delle strade storiche.

Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri, 2013

 

Vanchiglietta, le prime ciminiere
a inizio Novecento, fu chiamata
«borgo del fumo»: il fumo delle fabbriche
pioniere – oggi scomparse. Ha meno credito
l’ipotesi che il fumo fosse nebbia
dei due fiumi che in essa confluiscono
formando una penisola. Le vie
portano nomi di borghi biellesi:
un gemellaggio di terre operose.

Oggi «borgo del fumo» fa pensare
a un quartiere dove si spacci hashish:
cambia l’industria, cambia la città.
Decadenza? Può essere. Però
passare tutta la vita a sgobbare
per due lire nel fumo velenoso
delle officine, con il capo chino,
aspettando soltanto di morire,
non è che fosse proprio quel granché.


Scritta nel 2016.

La neve di adesso

Tag

,

ne viene giù di neve
in questo mezzo marzo
è neve un po’ molle
neve sporca di città
che presto si scioglie

ma non ho voglia di ricordare
le nevicate dell’infanzia
forse erano più bianche
forse è il tempo passato
che lava più bianco

c’è un fattore decisivo
per preferire
questa neve di adesso

nella neve dell’infanzia
e dell’adolescenza
e della giovinezza
m’aggiravo da solo
turbinando nei fiocchi
i miei sogni impazziti

volevo nevicasse per sempre
seppellisse me e il mondo
ma la neve smetteva
com’è naturale
e restavo deluso

in questa neve invece
fra poco
prenderò un bus
per venire da te

salirò le scale
e nel quieto della camera
fra i mobili di legno
guardandoci
ascoltando il respiro
neanche m’accorgerò
di quando smetterà


Scritta nel 2016.

Tag

Tag

,

I tag che ti hanno messo i visitatori
del sito Met Art
(che ti hanno votata in 560
dandoti un voto medio di 7,1/10
e dunque te la cavi più o meno
come me nei poetry slam)
sono questi:

– more of her please
– girl next door
– pretty eyes
– very cute
– suckable nipples
– tight body

A parte «suckable nipples»
che mi sembra tautologico
(i capezzoli per quello sono fatti)
direi che posso sottoscriverli:
hai un «tight body» per fortuna
(non mi piace la grassezza)
e sei certamente «very cute»
e nessun dubbio sui tuoi «pretty eyes»,
ahi quante poesie ho scritto
sui tuoi larghi occhi!

Anche «girl next door» ci sta:
la tua bellezza
è una meraviglia semplice,
assomiglia più a una mela
fresca e croccante da mordere
che a un piatto elaborato
d’alta artefatta cucina.

Ma il tag che condivido di più
è certamente «more of her please»:
sono sette anni abbondanti
che te lo dico
che vorrei di te qualcosa di più
e tu invece non mi dai nulla,
proprio nulla nulla nulla.

Due parole e un sorriso
basterebbero
a me che di voto ti do 10/10
ma tu nulla,
proprio nulla nulla nulla.


Scritta nel 2016.

Met Art

Tag

,

Mi piacciono le foto di ragazze nude
in stile Met Art, cosce aperte e fica in vista.

I borghesi della mia adolescenza
non le avrebbero trovate interessanti:
«che gusto c’è se tutto è in piena luce?»
era il loro monotono mantra.

Ma io ho bisogno della piena luce
contro il buio vorace, perché so
– in ogni istante della vita so –
che anche quando risplende piena luce
come in un limpido azzurro meriggio
di sole acceso lavato dal vento
non cessa il tempo il suo eterno lavoro
e in agguato è il tramonto.

A voi non basta, come nascondimento
d’ogni straziato stupefatto bello
nella coda dell’occhio avvertire
il calare del nero mantello?


Scritta nel 2016.

“Contro il buio vorace” è un’autocitazione-collegamento che mi sono permesso da Le nude.

Giovane madre

Tag

, ,

Giovane madre coi capelli rossi
(quel rosso dolce che inclina al dorato)
sulle ginocchia ha il bimbo
di forse un anno che si gira intorno
ride sorride si rabbuia ride.

Giovane madre vestita normale
(un pellicciotto forse démodé)
sul treno per Novara
seduta al corridoio, col marito
in piedi, un giovanotto ricciolino.

Un bel bambino sano. La sua mamma
ha la fede nuziale all’anulare
e il suo papà lo guarda
con orgoglio impacciato, muove un dito
davanti a lui, quasi benedicendo.

Giovane madre che va tutto bene
– così parrebbe. Ma dentro i suoi occhi
(di cui non ho percepito il colore)
trovo un dolore chiuso:
non è soltanto una malinconia,
è un corrodere stretto, una nascosta
ansia mortale che la tenerezza
delle mani sul bimbo non può sciogliere.

Ha un opaco che segna sulla pelle
la perdita d’un sogno,
una stanchezza fra la guancia e il collo:
e per un colpo di tosse si piega
come a celarsi al mondo.

I passeggeri in vena di ciarlare
sono larghi d’assensi e complimenti
per tutto quel quadretto familiare:
se ne ristorano il cuore e la mente.

Allora io solo vedo?
Forse vaneggio, forse è mia follia
ammalata di male.
No, m’incrocia
lo sguardo della donna sola, un breve
inutile bagliore d’impaurita
intesa, nello scendere dal treno.


Da Ordinari splendori, Edizioni Joker, 1998; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

Domenica, febbraio

Tag

Abbracciàti sul divano, la camera
linda, la luce lenta della pioggia,
l’incurvarsi su noi dell’ora tenera:
ora so che i conti con la realtà
tu li sai fare anche meno di me,
so che questo nostro involontario
fuggire via fra i giochi delle ombre,
le sbiadite assonanze delle cose,
l’indistinguersi del noto e dell’ignoto
ti è non meno che a me intollerabile:
ma tu, più caparbia, togli dalla madia
le acciughe piccanti e il finocchio,
metti un piatto sul tavolo e un disco
a suonare, sfiori il legno della sedia
come se amabile esistesse, dici:
– Vieni, mangiamo qualcosa.


Scritta nel 2016.

Il più bel dono che tu potresti farmi

Tag

Talvolta sono saturo, spossato
dalle mie fantasie su di te.
Non posso farne a meno, ma
mi snervano, mi estenuano.

Il più bel dono che tu potresti farmi
sarebbe raccontarmi la tua vita
per filo e per segno.

Io ascoltandoti
troverei forse
qualcosa di più ordinario
rispetto a certe mie ardite
sceneggiature di te, costruite
sulle poche confidenze
che mi hai concesso e su notizie
rastrellate qua e là, ma
troverei sicuramente
qualcosa di più straordinario
nella tua verità
perché so – da poeta lo so –
che il sogno è più povero
della realtà.

Quelli che dicono
che è meglio fantasticare che sapere
e che il desiderio
è meglio dell’esaudire
sono grigi funzionari della vita,
rassegnati trasgressori
in oneste scappatelle
dell’eroico cartellino da timbrare:
fin da bambini, per salvarsi, hanno imparato
a tristissimamente scherzare.

Che parlino per loro – io da poeta
e da accanito strenuo sognatore
so che le cose non stanno
propriamente così:
il sogno è fatica sfibrante,
dà gonfiore alla mente,
logora gli occhi e il cuore.

Il più bel dono che tu potresti farmi
sarebbe raccontarmi la tua vita
per filo e per segno.

Ma chi te lo fa fare? Cosa importa
a te di me? Mi lascerai
qui per sempre a sognare così forte
da farmi uscire del sangue dal naso

– e chi dirà che questa è una fortuna
gli do un pugno che lo mando sulla Luna.


Scritta nel 2016.

Summa

Tag

,

Il volo savio o folle gira in tondo
sugli imprecisi limiti d’un mondo
che dallo stesso volo è generato.

L’oltre? È un otre immenso senza senso,
un ulteriore utero impregnato
da semi celibi in ovuli nubili:
parto di parti sempre incomponibili,
esploso d’esplosioni irritornabili
e insieme imploso, senza via di fuga.

Questa ferita è il nostro desiderio:
non può desiderare di guarire:
la sognata salvezza è l’omicidio:
ogni dio che s’inventa è l’assassino.

Fammi volare dunque, fammi tu
– altro da me –  volare, che si voli
rimbalzando sui vetri e sugli spigoli:
abbia furore l’intelletto e sia
giudiziosa nocchiera la follia.

Non la speranza è l’ultima a morire:
va un attimo più in là l’attorcigliarsi
dell’addome schiacciato dell’insetto
nel bianco delle sue viscere sparse.

Se mai fosse possibile svelare
non il mistero ma al mistero almeno
un’esistenza, in quella bava molle
di fertile infezione vomitevole
si dovrebbe, disfatti, naufragare.

Fammi volare dunque, perché voglio
svagarmi ancora in qualche sensazione
prima che il cielo sopra me si chiuda:
sappi che t’amo d’un amore eterno.


Scritta nel 2016.

La donna inscritta in un cerchio di pietra

Tag

,

La donna inscritta in un cerchio di pietra
– apertura d’un muricciolo agreste
su cui s’arrampica un ramo con bacche
scure, su un fondo di prato e palmizi
e cielo bianco d’un giorno che pare
di tarda estate – è giovane e bella:
è nuda come l’uomo vitruviano
ma è, in carne e occhi, una modella
che posa per gli scatti d’un fotografo.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
poggia sul cerchio i suoi piedi e le mani
quasi a impedire che il varco si chiuda.
Non sono auree le sue proporzioni
ma sono vive e mobili: le foto
fissano gli attimi del divenire
dell’incommensurabile bellezza
che in lei prende materia e movimento.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
è una modella: in cambio d’un compenso
posa nuda, ai comandi del fotografo
apre un poco le cosce, mette in mostra
il solco rosa della vulva fresca;
piccoli e bruni ha i capezzoli acerbi,
sgarbata un poco è la linea dei fianchi,
spettina il vento i capelli castani,
c’è sulle labbra un sorriso enigmatico,
c’è negli occhi un mistero inesplorabile.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
offre un istante d’eterna bellezza:
questo è il dono divino inafferrabile
da godere indifesi: ci sommerge
l’estasi malinconica impotente,
noi creature mortali affascinate:
così ’l geomètra che tutto s’affige
non solo non ritroverà un principio
ma anche perderà tutto di sé.

La donna inscritta in un cerchio di pietra
finito il suo lavoro di modella
esce dal cerchio, ride, si sgranchisce
e si riveste, torna alla città,
all’insignificante indispensabile
intreccio di faccende quotidiane
su cui l’umana stirpe costruisce
il mondo delle cose e delle azioni,
da morte distraendosi col fare.


Scritta nel 2016.

Altrodasé

Tag

,

non sono buono non sono cattivo
però non sono nemmeno un ignavo
mentre il Poeta viaggiava le cantiche
lui non m’ha visto ma io lo scrutavo

io sono l’angolo che non si svolta
sono la lingua che non s’è parlata
sono la stanza rimasta nel buio
la mia semenza non fu seminata

sono l’intruso che nel Paradiso
è innamorato sgradito di Eva
né inetto Adamo né perfido serpe
sono chi Genesi non prevedeva

sono l’acrobata senza trapezio
sono il pagliaccio disarticolato
sono il sorriso del mendicante
che per millenni nessuno ha notato


Scritta nel 2016.

 

Poesiuola d’altro registro

Tag

tutto ciò che esiste mi opprime
-rime -rime -rime
perché non mi combacia
-bacia -bacia -bacia

la serena vita normale
è la cosa spaventosa
che non augurerei
al peggiore nemico

perciò fatico – con strazio, con dolore –
a ravvisarla
in chi mi piace
in chi mi muove amore
-ore
-ore -ore

già s’alza intorno l’orribile coro
-oro -oro -oro
tu sputi su noi
che siamo gli eroi
modesti e preziosi
del vivere normale
-male -male -male -male

non sputo
non sono capace di sputare
mi sbavo se provo
ma perché la vostra scelta?
chi vi spinse alla causa
del normale?

certo dopo una polineuropatia
apprezzai il tornare
guarendo
a un normale
semplice camminare
sia pure con inciampi

ma non puoi
tutto il tempo che campi
star lieto a litaniare
che culo che ho che posso respirare
è pure vero
ma non può funzionare
e comunque poi cessa

tutto ciò che esiste mi opprime
-rime -rime -rime
perché non mi combacia
-bacia -bacia -bacia

ho bisogno di pensare
grandine nella neve
perché la nevicata
già s’attenua e finisce

anche la grandinata
finisce
ancora più veloce
ma la nevigrandinata
è eterna
perché non esiste

tutto ciò che esiste mi opprime
-rime -rime -rime
perché non mi combacia
-bacia -bacia -bacia

tutto
cose paesaggi animali persone
e anche la mia voce
e anche il mio corpo
e anche
per quanto
possa strano parere
mi opprime il mio pensiero
perché non mi combacia
-bacia -bacia -bacia

l’io eterno immateriale
l’unico io che è io
s’immerge dilaniandosi
fra cose di molecole

e cerca innamorandosi
te eterna immateriale
l’unica tu che è tu
trafitta dagli aculei degli atomi
sfigurata dall’acido del tempo

agonizzando
ti prova a ricomporre
per un istante prima della fine


Scritta nel 2016.

Istmo

Tag

, ,

Ora abiti su un istmo stretto
fra il Po e la Dora
più che un istmo una penisola
perché poco oltre i due fiumi
dopo essersi ancora
leggermente allontanati
confluiscono.

Ma tu e io
dopo esserci non leggermente
allontanati
temo non confluiremo
resterà una striscia arida
a separarci
e non me ne do pace.


Scritta nel 2016.

istmo di Eva3