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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi tag: scenari

Non-recensione di «Basta che io non ci sia»

27 venerdì Apr 2018

Posted by carlomolinaro in prosa

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Tag

relazioni, scenari

Complessivamente non mi è piaciuto, a prima lettura, «Basta che io non ci sia», di Andrea De Alberti, implicitamente suggerìtomi da Simona De Salvo e acquistato alla Libreria Therese di corso Belgio. Trovo che il suo linguaggio sia incespicante, contorto, ma più che altro non riesco a entrare nei temi, non riesco a consuonare con la sua sensibilità. La poesia è una faccenda personale, come l’amore, piace o non piace e non sai perché, avvicina o allontana e non sai perché, puoi scoprire sintonie o restare indifferente, non c’è un motivo razionale.

La complicata prefazione di Cesare Segre contribuisce ad allontanarmi, dichiarando subito che non si possono leggere queste poesie ad apertura di pagina, bisogna andare dall’inizio alla fine. Difficilissimo per me, che persino i romanzi li leggo un po’ ad apertura di pagina, allergico come sono a qualsiasi storia. «Le memorie dei nonni sono quelle che raccontiamo più volentieri» è il primo verso della raccolta; nel frontespizio c’è la dedica al figlio Giacomo – un figlio ancora bambino o ragazzino, presumo, perché l’autore è del 1974 e il libro del 2010. Nonni, figli, niente di male per carità, ma nel reparto radici del mercato dell’essere ho sempre faticato a entrare – più che altro, non l’ho mai desiderato. Giro fra altri scaffali.

Certo, ho le mie turbe, associo
istintivamente la radice alla schiavitù:
la schiavitù dell’essere alimentato,
la schiavitù del trarre origine,
la schiavitù dell’essere ancorato a qualcosa.
Ed essere il tralcio d’una vite
è l’inferno peggiore che posso immaginare.
E sicuramente in tutto questo
gioca qualche sbaglio di mia psiche:
non so obbedire né comandare,
né essere respinto né respingere,
vorrei solo volteggiare.

Se proprio radici hanno da esserci, voglio inventarle io: in questi mesi mi radico in Vanchiglietta, quartiere tra fiume e fiume. Ho fatto amicizia con un barista di corso Brianza che mi ha raccontato di essere, prima che barista, un cantastorie, e allora gli ho regalato un mio libro e abbiamo parlato di ciclopi e continenti – mi ha anche offerto il caffè. Ci sono le nutrie alla passerella sul Po, e bei tramonti, c’è il bar cinese Cigno Azzurro dove gli operai romeni chiacchierano con le vecchie vedove piemontesi che vengono appoggiandosi al deambulatore a bere un tè. C’è via Oropa in asse fra Superga e la Mole, e in via Oropa una semplice vecchia buona trattoria che neanche ti accorgi, da fuori, e il giornalaio che gli amici gli hanno regalato una targa per i trent’anni dell’edicola, me l’ha raccontato. Ci sono vie traverse dove allargando le braccia quasi bagno una mano nel Po e l’altra nella Dora. C’è la libreria Therese che mi ha fatto arrivare il libro di De Alberti, c’è il molo di Lilith, ci sono bei tram e bei bus, il tre, il sei, il quindici, il sessantotto, e poi il settantasette e il diciannove che fanno capolinea insieme in corso Cadore davanti alla chiesa. E poi sì certo c’è la casa di E. che è motrice della mia radice, ma faccio in modo di non incontrarla per non disturbare. Bene. Parafrasando Pessoa: la vita sociale normale, dio patria famiglia storia popolo radici lavoro progetti appartenenze passioni correttezze e relazioni, è un modo servile, consolidato, di ossessionarsi. Ma se devo ossessionarmi, perché ossessionarmi di ossessioni non mie?

Però nel libro di De Alberti, a seconda lettura, prendendolo, con buona pace di Segre, ad apertura di pagina, qualche consonanza alla fine la trovo, qualche dialettica. Le risaie, i rimpianti, la terra:

Qui c’erano le marcite, campi di noci,
la curva enorme del Beretta.
Vorrei un giorno portarti a vedere
gli alberi dei gelsi nella neve.

La mia infanzia vercellese ha infiniti ricordi di risaie, tutti simili a sogni. Non è storia, non esiste la storia. Sono nato vent’anni prima di lui e il Po a Pavia (come a Torino) per me ha la fresca antichità del 2018, vorrei portarti a vedere sull’erba le studentesse e gli studenti, quindici giorni fa, domani.

Sto a guardare

25 mercoledì Apr 2018

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scenari

C’è un buon odore di merda nei campi
fra Mappano e Leinì. Mi porta in mente
lenzuola stese, pubi di ragazze,
fango di rogge. A Vercelli i rosai
hanno ripreso, all’improvviso, forma:
erano bronchi secchi appena ieri.
Oscilla al vento la capigliatura
di piante di cui non so dire il nome.
Passano camion sulla provinciale
fumosi e variopinti come navi.

Che faccio qui? Non fertilizzo i campi
né stendo le lenzuola né ricerco
chiavi d’accesso a pubi di ragazze
né pulisco le rogge né ho potato
rosai né guido camion. Sto a guardare.


Scritta nel 2018.

A nozze

16 lunedì Apr 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, parole, scenari

Vieni con me, non avere paura.
Risaliremo fino a ritrovare
le nostre nozze, dove
saremo ciò che fummo:
una sola parola.

Farci una sola carne
sarà semplice: non ci serviranno
terrori di profeti né cassetti
segreti. Come vele
al nostro stesso vento schiuderemo
le anime incarnate, gli animati
corpi di vita aperta. Neanche un tono
di cielo resterà non combaciato.

Da una ferita un fiume
di luce svelerà che la catena
è inganno d’ombre, riprofonderemo
nell’odore degli occhi, creeremo
le stelle e gli alberi e nessun bisogno
di esserci, di dirci.

Ci parlerà la gioia, taceremo
senza ascoltare, presi
del nostro essere presi:
durerà, durerà un tempo, finché
una copula, una preposizione
vorrà legare o chiudere il periodo:
saremo nudi, dovremo coprirci
di frasi e di ricordi
come il primo mattino dopo un viaggio.


Scritta nel 2018.

Vanchiglietta

08 domenica Apr 2018

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scenari

Su una panchina in lungopò Antonelli
osservo a lungo il fiume verso sera.
Mi sento in pace. Non aspetto cadaveri
di nemici che porti la corrente.
Non ho nemici o comunque se ne ho
poco m’importa di loro, quasi niente.

Meglio sarebbe una persona viva
che percorrendo il viale alle mie spalle
mi facesse, vedendomi, un sorriso
amichevole: «Possiamo parlare».

Non lo riesco più nemmeno a immaginare.
Meglio anzi che non passi: ne avrebbe
fastidio e stizza. Sto in pace qui da solo,
guardo le ombre salire sugli argini,
anatre ancora insonni scivolare
sull’acqua e la mia notte dentro me.


Scritta nel 2018.

Non pranzo pasquale

02 lunedì Apr 2018

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cose di dentro, scenari

È così quieta la città. Il sole è limpido,
fa giustizia ai colori. L’aria è tiepida
con una brezza che mi accarezza
mentre cammino nei luoghi che scelgo
liberamente. Non rimpiango pranzi
di famiglia né di amici. Preferisco
contemplare la vita dolcemente scorrere:
vederla bene, nel modo che non puoi
se ci stai dentro. Verranno più tardi
le piacevoli chiacchiere o chissà
ancora qualche abbraccio. Ora cammino
nelle strade che sono quasi vuote,
accoglienti, spaziose. Prenderò
il sei o il sessantotto, quello che
per primo passerà in questa fermata:
non devo andare da nessuna parte,
soltanto osservo, cammino, respiro
godendo questa miracolosa opzione
che un giorno non lontano finirà.
Vediamo, cosa arriva? Il sessantotto.
Ecco, ci salgo. Ci sono salito.
Da un bel viaggio, a voi tutti un saluto.


Scritta nel 2018.

I sogni

26 lunedì Feb 2018

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amore, scenari

T’inquietano i miei sogni, eppure tu
sogni i tuoi sogni: l’influsso del sole,
i teneri germogli, posizioni
del corpo che t’uniscono alla luna,
malinconie di pensieri lontani
su luci liquide d’onde vicine,
i tuoi bambini che giocano, il fiume
che scorre, una natura da redimere
staccandola dal peso del dolore.
Tutta roba imperfetta, deperibile
che soltanto nel sogno può brillare:
nel tuo come nel mio. I miei germogli
sono i capelli che ti muove il vento
come prati, il mio sole è nei tuoi occhi
e il tuo seno è la luna a cui vorrei
unirmi per mistero: la natura
è il clivo dal tuo collo alla tua vulva
che tu mostravi all’orbe in belle foto
anni fa: lo stormire delle fronde
è la tua voce quando ride e chiama.
Tutta roba imperfetta, deperibile
che soltanto nel sogno può brillare:
nel tuo come nel mio. Se solamente
potessimo talvolta abbandonarci
quieti e sereni a mescolare sogni:
non cambierebbe la vita, ma sì
di qualche tono il colore del mondo:
godremmo uno scenario rinnovato
di breve gioia fresca, entusiasmante.


Scritta nel 2018.

Falena

21 mercoledì Feb 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, bellezza, scenari

L’amore, la bellezza, la medesima
vita sono una luce che m’abbaglia
e brucia, non ci posso rimanere
dentro a gustare, capire, sapere:

ci sbatto contro in brevissimi voli
per rimbalzare nella mia penombra
a ricordare qualche sensazione
che subito diventa solo sogno.


Scritta nel 2018.

Centro per anziani

22 lunedì Gen 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Uno spicchio di sole fa brillare le girandole
piantate in un triangolo d’erba
fra bassi muriccioli
nel cortile della casa di riposo
fra via Oropa e via Varallo:
il vento collabora facendo girare
le piccole pale e sventolare bandierine
colorate di verde, di giallo, d’arancio:
ronza quasi una musica dal cielo
tutto azzurro, nel pieno meriggio.

Ma nessun vecchio guarda: non è semplice
distrarsi dalla morte: resta ognuno
ripiegato, da solo, su sé stesso
fissato al seducente raccapriccio
del proprio sfarsi: l’unico spettacolo
superstite alla noia. Questa sera
succhieranno minestra avidamente
da cucchiai come capezzoli di madri
avare, traditrici. La bella giornata
di sole e di vento li prende per il culo
come gli sguardi di certi ragazzi
che corrono per strada, violenti e luminosi.


Scritta nel 2018.

Le lettere

06 sabato Gen 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

C’è quiete stasera. La monofaga
mangia in cucina, decide
se andare o no a ballare da sola. Ho letto
qualche pagina delle lettere a Bruna
di Ungà, disteso sul letto. La pioggia
è scesa, oggi, lieve. Ci sono
poche luci basse nella casa.

Penso alle lente lettere manoscritte
che in venti giorni traversavano
il mondo – nemmeno così lente, in fondo:
la monofaga si dispera in tempo reale
col ragazzo riottoso, non riesce
a mangiare nemmeno se la lascio,
come chiede, in cucina da sola.

Lettere a inchiostro su carta, voglio scriverne
una a Vanessa a Madrid, che ha
cambiato casa: inaugurare
il suo nuovo indirizzo. Ma ormai
si sa che è un gioco, che ci si accerterà
su Whatsapp: non è ancora arrivata?

Nel 1966, simultaneo a Ungà
scrivevo a Miho a Tokyo, ad Ángela a Madrid
con il mio inglese e spagnolo di bambino,
discúlpame Ángela porque lo estudio
solamente desde hace un mes:
era per sempre un mese, in realtà leggiucchiavo
pagine sparse d’una grammatica
senza nessun metodico progresso.

Per settimane o mesi aspettavo risposta,
di solito arrivava. L’innamorata in cucina
non riesce a deglutire, cerca tracce d’amore
sul cellulare. Alla velocità della luce
non arrivano. Ci sono poche luci
basse nella casa. Qualcosa è cambiato,
qualcosa resta uguale. La ragazza
non ce la fa, esce sotto la pioggia
digiuna. Qualcosa
da sempre e per sempre resta uguale.

Ho scritto su carta dalla Catalunya
una lettera a Torino: nell’ufficio postale di Reus
l’impiegata gentile mi ha dato un francobollo
molto bello. Ma è stalking. Qualcosa
da sempre e per sempre resta uguale,
mentre qualcosa cambia. Spero
non prenda troppo freddo la mia
ospite disperata: il cavaliere
riottoso è un deejay. Quanto a me,
ora lo so, non m’innamoro più.

Ci sono poche luci basse, dolci
nella casa. Prendo un foglio di carta
e una buona penna scorrevole:
voglio mandare una lettera a Madrid:
tutto il vuoto del nulla che ho da dire
sarà confortato dal lieve frusciare
e piegare e poter infilare
nella busta una piuma, un biglietto
del tram consumato, qualcosa
che sia da sé, non detto da me:
e soprattutto poi
la lunga attesa di tutto o di nulla
con lunghe pause quiete:
non lo spasmo a ogni bip di cellulare
ma solamente quando passa il postino.

Però niente, indietro non si torna:
qualcosa è cambiato anche se
la gola chiusa d’amore resta uguale.
Ecco, ora è tornata, la ragazza, la vorrei
confortare ma dice
che intender non lo può chi non lo prova
– e ha ragione, ha da sempre ragione.

La aiuto a mandare dei curriculum
in formato europeo a qualche bar
e centro commerciale, bisogna lavorare.


Scritta nel 2018.

Smettete, ragazzi, di rinunciare all’amore

01 lunedì Gen 2018

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, impegno civile, scenari

Gli sballi, gli schemi, gli sbagli, i paletti,
divertirsi in modi fighi, accettati, il timore
del troppo, amfetamine per fare
da programma l’alba, poi senza navigatore
vi perdete fra Beinasco e Orbassano
in devastanti solitudini, un taglio
di capelli, un trucco, la musica
e le lacrime, quelle vere, nascoste:
mi finirete, lo so, nelle stesse
malinconiche dinamiche di coppia
dei padri e dei nonni, nessuna
rivoluzione: fa troppo paura
la liberazione – che gabbia di dèmoni
è il cuore, che inferno è il paradiso
di luce immensa fuori, che non s’apra
la porta, che nemmeno si socchiuda – ma
questo frastuono che ai sentimenti mescola
la propaganda dei venditori furbi
è una gabbia peggiore, è la stia
dove ingrassare polli redditizi:
non ci sarà nessuno a consolarvi
nel giorno del macello
dunque gridate più forte, cercatevi,
trovatevi, tenetevi per mano:
smettete, ragazzi, di rinunciare all’amore.


Scritta nel 2017.

Puro impuro

16 sabato Dic 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

l’odiosa purezza del mio essere impuro
mi rende inviso ai periti settori
delle scienze sepolte dentro i muri
delle accademie, delle beauty farm

coi pugni chiusi, coi gomiti tesi
salgo il corso delle vostre cantilene

non chiedo scusa
se spacco qualche naso

tenace come un rampicante salgo
sulla torre vulgata
dove sei prigioniera

non ti servono lunghi capelli
abbràcciati al mio stelo
e comincia a guardarti

i tuoi capezzoli sono stelle nuove
gonfie di luce, l’universo è un tumore
oscuro e infausto, tu escine linda
come un gatto da un bidone
corri verso di me

amo il profumo del tuo ventre, non m’importa
che cosa partorisce

ma t’ingravido se vuoi, facciamo figli
a iosa, a bizzeffe
spargiamo nostri figli dappertutto

è un quadretto la scena del mondo
folle di abeti che cercano il sole
folle diabetiche in cerca d’insulina
onde d’infranta fame sulle rive
spumeggiano

è un quadretto la scena del mondo
danza macabra d’alta qualità
in verticale 1080 pixel

o quanti gigabyte madama dorè
li voglio cancellare ma ecco
romba l’assalto dei teratosauri

ho bisogno di forza
ho bisogno di potere
devo fare cose che diano piacere
piacere è potere
piacerci è poterci

ho ingaggiato una modella per un cortometraggio
le ho precisato
nuda, e senza problemi di posizione delle gambe
voglio apertura

ha accettato, cinquanta euro all’ora, uguale
come la psicoterapeuta

sono rare le persone che accettano
l’odiosa purezza del mio essere impuro

è che
l’editto etico lo promulgarono
eunuchi revanscisti
penetrarono in tutte le parole
con la ferrea impotenza
della loro mancanza

tu dunque lascia che ti lecchi tutta
ascolta il mio odore, la mia bava, il mio dolore
ascolta il mio sudore, io
non ho niente da dirti


Scritta nel 2017.

Non so

09 sabato Dic 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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scenari

Maledetto disordine, ho lasciato sul frigo
la carta della tavoletta di cioccolata,
così m’ha illuso, invece è vuota, vuota.
Sì, era quella da 49 centesimi all’etto
ma adesso non facciamo come la volpe e l’uva.
Fra l’altro anche l’uva è finita, l’avevo
presa ieri all’Ekom di corso Belgio
ed è finita. C’è qualche mandarino.
È una sera così, non è che va male,
sono in cucina e tutto intorno c’è il mondo
con gli amori reietti, il football, la fame,
nei bar ci sono uomini che in piedi al bancone
muovono il collo in un certo loro modo
come dei onnipotenti, altri seduti ai tavoli
intimoriti scansano gli sguardi – io non so
chi si dovrebbe amare, chi ammirare
e chi invece spregiare, non capisco
il meccanismo, c’è un continuo scarto
da norme che comunque non conosco.
Mi metto su la giacca e vado al supermercato
aperto di notte a comprare cioccolato?
Ma forse nel tragitto mi passa la voglia.
Ho uno yogurt alla prugna e dei biscotti.
Fuori c’è tutta quella gente che cammina
e dice cose, non so. Sono stanco
o forse no, forse uscirò, non so.


Scritta nel 2017.

Disse il puttaniere

01 venerdì Dic 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore, scenari

Gentile e onesto – disse il puttaniere –
è il lavoro della puttana: quasi nessuna
mi tratta con violenza, l’abbandono
è programmato e non irreversibile,
il rifiuto raro e, nel caso, motivato,
ciò che io devo dare pattuito
da prima, con chiarezza. C’è spesso
buon intendersi, buona volontà
e pochi malintesi. A qualcuna confido intimità
che nemmeno a una moglie dopo un secolo,
qualcuna s’impunta con orgoglio di mestiere
a curare il mio sesso riottoso
senza disagio, senz’ombra di giudizio:
qualunque cosa faccia, la puttana terrà
illesa la sua e la mia libertà.

Chiede per questo – disse il puttaniere –
una giusta mercede, è il suo lavoro.
Avessi mai trovato in vita mia
chi m’offrisse anche solo la metà
per le ragioni che chiamano amore.


Scritta nel 2017.

Facciamo che è

19 giovedì Ott 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

amore, cose di dentro, linguaggio, scenari

Può essere un vantaggio
non avere più nulla da perdere:
capire che l’amore, ove mai esistesse
– il che non mi pare dimostrato –
non è né è mai stato
a mia portata.

Smettere di costruire, smettere
di scomporre, di studiare, d’indagare:
coltivare un caos garbato, curare
non fiori classificati
ma smilzi fili d’erba o strane
piante su orli di discariche
senza cercarne su lemmari il nome.

Tanto il nome sarebbe a me straniero:
la pianta che osservo, che annuso
seduto a terra sul margine
d’uno spazio di banlieue, fra rottami
d’ombrelli e passeggini e brandelli
di plastica bianca, non è
– anche affermasse una scienza che fosse –
la pianta battezzata da Linneo
o da altri dotti. Non lo è:
è la pianta a cui do nome io,
non è mai, mai spuntata né cresciuta
altrove che ora qui, ne sono certo.

Ci siamo ingannati. Non ho mai saputo
la vostra lingua, né voi la mia.
Abbiamo dato risposte
che non c’entrano: tutto
non è mai stato che un’ecolalia.

Ammesso questo, possiamo giocare
a guardare le barche sul fiume o a salvare
il mondo – che c’importa, alla fine
che non sia la medesima barca
ad alzare dall’acqua farfalle di luce,
che non uguale si disegni il mondo
negli occhi e nel pensiero?
Noi giochiamo. Facciamo che è.


Scritta nel 2017.

Quarantunesimo anniversario

24 domenica Set 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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adolescenza, cose di dentro, riflessioni, scenari

Mio padre non rispettava i limiti di velocità
né certe altre cose, sembrava
impacciato nelle sue sicurezze, forse
non si domandò mai cosa fosse la vita:
con gli oggetti era bambino, travolto
dall’esplosione economica, imbruttì
la vecchia casa con aggeggi di lusso
e lavorò, lavorò per fare soldi
moltissimo, morì con cinquantuno
anni forse d’infarto. Non ricordo da lui
insegnamenti profondi, parlava
del più e del meno, non ricordo
nemmeno esempi profondi di vita,
anzi alcune cose che direi deplorevoli.
Si penserà che sto mancando
di filiale rispetto, ma così non è:
penso con tenerezza a mio padre
che credo mai si concesse tenerezze
perché non erano cose da uomini.
Sono oggi quarantun anni che è morto.
Io non so se i miei genitori si amassero,
non lo sapevo da bambino
e non lo so ora: certe cose
si davano per scontate e nessuno
controllava che fossero vere.
Spesso gli adulti mi mostravano
altisonanti realtà, io guardavo
e vedevo noia, miseria, falsità:
ma tacevo e provavo a inventare
mondi miei dove meglio abitare.
Se esistesse un aldilà
potrei poi parlare con mio padre
di queste faccende, ma non credo.
Nella vita parlare non s’è fatto:
si era tutti fragilissimi e chiusi
in corazze apparenti. Ma patii
quando fece cambiare le porte
delle stanze, vecchie porte alla buona
con i vetri e mise porte più lussuose
di legno duro, senza vetri, mi mancò
percepire almeno nello sfocato
smeriglio dei riquadri qualcosa
che fosse un poco più ampio di me.


Scritta nel 2017.

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