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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

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Nei suoi versi

27 martedì Apr 2021

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amore e morte, cose di dentro, scenari

Mi piace ritrovarti nei suoi versi:
riconoscerti in un disegno nitido
senza l’ansia di mie sbavature

(mi hai detto quell’ultima volta al telefono:
“Carlo, spesso ricordi a modo tuo”)

I suoi versi sono bellissimi
limpidi anche nei punti crudeli
dove io invece mi confondo e intorbido.

Ce ne sono tre che ho imparato a memoria
chiudono una poesia di salire le scale
scale che anch’io ho salito con te

«Come un passero senza nessuna madre,
sei stata in quel nido a cibarti di solitudine,
fino a quando hai deciso di prendere il volo.»

È bravo, quel «nessuna» è magistrale,
parola chiave fra parole semplici
come elementi chimici periodici
che fanno tutto ciò che il mondo è.

La stessa Musa in due, credo che sia
poco frequente – però ti piaceva
essere nelle poesie d’entrambi:
t’è successo persino di confondere
l’uno con l’altro e io, il meno amato
sono lieto che tu ci confondessi.

Infine entrambi hai condannato a scrivere
poesie di dopo il volo, non avremmo
voluto mai, voluto mai. Non so
vivere adesso, adesso dopo te.

Mi piace ritrovarti nei suoi versi:
t’abbiamo amata come s’è potuto:
niente è mai stato facile, lo sai.


Scritta nel 2021.

Un garbo libero, un libro

24 sabato Apr 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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Oggi pomeriggio mi sono accucciato in riva al fiume, proprio vicino all’acqua, fra l’erba alta e le canne, con il culo in umido. Il culo in umido: infatti non mi sono accucciato, mi sono seduto. Non so stare accucciato, non ero capace neanche da bambino. Perché allora, di getto, ho scritto accucciato? Perché è un’immagine, un quadretto. Perché il linguaggio ha i suoi solchi e anche se cerchi di camminare di traverso ci finisci dentro, come la ruota della bici nella scanalatura del tram se non c’è angolo abbastanza, e cadi.

Guardavo il fiume, il colore di poco prima che vada via il colore, nella sera. Sull’altra sponda passavano ancora camminatori e ciclisti. L’aria prendeva sapore. Il mio fiume, la mia aria, i miei ciclisti. Però no, invece: nulla di mio.

Ogni sguardo cattura, trasforma, possiede. Ciò che attraversa le cornee dei miei occhi, i timpani delle mie orecchie, la pelle delle mie dita, prende vita dentro me. E diventa ciò che so, tutto ciò che so del mondo. E invece non lo posso sapere. È solo il mio sguardo, la mia sensazione. Roba piccola, limitata, chiusa in me. Questo, di per sé, sarebbe un problema di scarsa importanza. Ma se la roba la tiro fuori in una relazione, va a toccare il contenuto di altri sguardi, il filtro di altre cornee, la sensazione di altri polpastrelli, allora ci sono scintille come di una mola su una lama, il mondo è da ricostruire ogni momento. È faticoso. Ma è bello. Si chiama condivisione, unione. Forse, portato all’estremo, si potrebbe chiamare persino amore.

Impararlo da piccoli aiuta a vivere in armonia. Non impararlo, forse, fa diventare assassini, oppure scrivere poesie. L’arte proietta quell’esasperato egocentrismo del sentire, quel confondere il cielo con la fotografia scattata al cielo. Le fotografie sono bugiarde. Eppure a tratti, raramente, una fotografia coglie qualcosa che non sarebbe mai stato colto nella sana dialettica degli sguardi. Da una profondità autistica, lancia un dettaglio, piccolo, di cielo che, misteriosamente, va a illuminare meglio, per tutti, il cielo. Allora è utile. Raramente.

Ma il rischio è forte, la responsabilità è alta. I poeti più cauti le Muse se le inventano, così non c’è problema. Non risulta che Beatrice abbia passato lunghe notti a confidarsi con Dante, né gli abbia corretto qualche verso. Nella Commedia, è un personaggio di fantasia, come Catone, come Farinata degli Uberti, come Francesca da Rimini: che siano veramente esistite, quelle persone, è irrilevante.

Chi come me non sa inventare ma soltanto sognare – e anche il sogno può essere un sopruso – incappa in una Musa più attiva, più forte – forte in un’inquietudine senza tregua, in una tragica fatale fragilità – non c’è contraddizione – capace di fracassare i quadretti, di imporre e difendere sé stessa, di chiedere cura per lei tutta vera e intera, non per un vano vagheggiare – difendendo, alla fine, anche l’autonomia del fiume, del colore, della sera – sfrondando l’ego ai poeti che scrivono, scrivono: rivelando a loro stessi, come a sé stessa, di che lacrime grondi, e di che sangue. Un’operazione dolorosissima, salutare.

“Se lo sai senza poterlo sapere, se lo sai ma non è tuo… potresti averne cura. Non è necessaria facoltà d’amore per questo ma è sufficiente il senso della lealtà e una minimale intelligenza. Io credo che tu sia intelligente, Carlo, che tu sia molto intelligente. Avrai modo di mostrare la tua cura” (messaggi di C., 2 febbraio 2021).

Del libro che avevo preparato a dicembre, ho buttato via la metà. L’altra metà uscirà, è deciso, nella collana Sonar delle Edizioni del Faro. Grazie alla proposta gentile di Paolo Agrati, e alle cure di Adriano Cataldo. Non è possibile dare ancora una tempistica, ma è deciso, e perciò lo annuncio. È una collana bellissima, non bulimica, tre libri in tre anni, tre libri che ho letto e che mi hanno colpito, è un onore essere il quarto. Tre autori nati nel 1984, 1985 e 1992. Mi sento bene con loro, io che sono per sempre un poeta, più che emergente, annaspante, uno che non sa ancora bene cosa dire, percepisce stonature in ogni verso e china il capo davanti all’immensità del fiume, dei colori, della Musa, di tutte le cose vere, di tutte le cose sul serio. Un’emersione (emergenza?) continua – che poi, una volta che fossi emerso, non saprei più neanche cosa fare. Guardo, vivo, lentissimamente imparo, poi andrò via, non importa.

Ah, ecco, dimentico sempre qualcosa: il titolo del libro sarà Un garbo libero. Conterrà una nota, o prefazione, che mi ha scritto il bravo Alfredo Rienzi. C’è altro da dire? Adesso, mi pare di no. Poi vi terrò aggiornati.

Accanto a un albero

24 sabato Apr 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore e morte

Era meglio seppellirti accanto a un albero
tu che li amavi e ti ci arrampicavi
così in alto da farmi paura, guardavo
– animale pesante – da sotto
te che agile salivi. Era meglio seppellirti
fra le radici, che l’albero potesse
in rami e foglie trasformarti, primavera.

Abbiamo strane usanze deplorevoli:
casse di morto legno duro e zinco
a prolungare decomposizioni
non fertili, inutili, in muri di loculi.

Ma tu – io credo – in luoghi che nessuno
può sapere né dire, fiorisci.


Scritta nel 2021.

C’era la luna piena

07 mercoledì Apr 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, morte

mi sento il corpo soffocato di pietrisco
come un topo schiacciato da ruote
su una carreggiata friabile a cui
si mischia, s’impasta – non è interessante

scrivo per aggrapparmi a qualcosa
ma ha sempre meno senso, si allarga
lo spettro infrarosso o ultravioletto
il fischio che solo certi cani odono

non assomigli alle fotografie
somigli all’amore tenuto fra le braccia

(per comunicarmi come ti sentivi
quando eri lontana, mandavi
raffiche di foto sul telefono
anche in lacrime, disperata
da nessuno ti saresti fatta vedere
così – con me eri spudorata)

dio santo, lo so che è tutto un nodo
so che tutto è il rovescio di tutto, ma
se non ci siamo amati l’amore non esiste

(mi dicevi che riuscivo sempre
ad arginare le tue angosce – ma poi
non me l’hai più permesso
…
ti fossi stato accanto
afferrarti, tenerti
tenerti, tenerti, finché passa, bambina)

ho sempre pensato che i tuoi baci
sarebbero stati gli ultimi
di questa mia vita
ma ultimi i miei della tua no
no, no, no, non doveva
finire così

sciocchezze, scrivo per tenermi
non so nemmeno perché voglio tenermi
s’è spezzato l’anello
ho visto Nina cadere
fra le corde dell’altalena

il vento non l’ha presa
c’era la luna piena


Scritta nel 2021.

Aspettami se vuoi

06 martedì Apr 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, morte

stamattina mi sono svegliato fra le tue ossa dilaniate
circondato dalla tua gabbia toracica sottile
un organo abusivo
un feto morto in un utero di costole

è stato, più che un sogno, un sentire nel risveglio
poi la sensazione si è dissolta
lasciando il vuoto

quest’impotenza così definitiva
ieri scrivendo contro i vaccini obbligatori
ho pensato che con un TSO
i farmaci psichiatrici che non volevi prendere
forse…

no

tutto si sovrappone, il piccolo fico
che t’incuriosiva sul nostro terrazzo

[il “nostro” terrazzo: curavi la casa
come una sposa – sapevamo
che era un gioco provvisorio
però che meraviglia]

traslocato qui in piazza Sofia è rigoglioso
è rigoglioso, lui, bastardo
– no, scusa, fico, non volevo, è un delirio

vive in un vaso, vive dove lo si porta
e se invece fosse nato in un bosco
sarebbe rimasto tutta la vita nel bosco
come fanno gli alberi

però la sua storia è diversa, te l’avevo raccontata
a Vercelli mia madre mi aveva detto:
togli quel rampollo di fico
che infesta l’aiuola dove non deve essere
e buttalo nella roggia

invece me l’ero portato in treno a Torino
ed è qui, rigoglioso, affacciato
su piazza Sofia, adesso

avrei voluto tenerti sempre con me
tu erba strappata
curarti, proteggerti, innaffiarti
è un discorso cretino lo so
ogni persona è un mondo indescrivibile
inconoscibile

[non ho imparato ad annaffiarmi da sola
– dice un verso d’una tua poesia]

ma ci siamo mescolati così
da non poter più staccare certi pezzi
pezzi di me si sono schiantati
nello schianto delle tue ossa sottili
si sono spenti nel tuo corpo inquieto

trasformarli in ricordi è un palliativo difficile
e poi perché, per farli
rimorire con me? anche i ricordi muoiono
sono così confuso, così perso

ci siamo a lungo mescolati ma
c’erano parti insolubili, dure
ghiaccio tagliente
che gelava e straziava il tuo mare

nessun abbraccio né mio né di nessuno
poteva scioglierlo

[anche il mio cuore è pieno di sassi
qualcuno tu l’hai tenuto nelle mani
con amore]

adesso
ho comunque messo la videocamera a filmare l’aurora
forse faccio il caffè
e viene primavera
vita immensa leggera
se esiste un luogo, aspettami
aspettami se vuoi


Scritta nel 2021.

Questo buio

24 mercoledì Mar 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro

Umiltà. Faccio il bravo poeta:
ci giro intorno, scavo dentro
i ricordi, le cose, agghindo
meglio che posso. Poi la sera
a descrivermi tutto
bastano canzonette:
freddo al cuore, tristezza, dolore,
come posso stare una vita senza te,
stasera pago io.

Agghindo. Chissà che vestito
t’hanno messo nella bara.
Ho saputo tardi dov’eri.
Forse meglio così.
È lo stesso ospedale, qui vicino
dove fui ricoverato
tantissimi anni fa.

Umiltà. Fu pieno di conflitti,
non facciamo quadretti:
forse chiamarlo amore
è un abuso: chi sa amare, di noi?
Abbiamo condiviso la ferita.
È stata, questo sì
la cosa più bella di tutta la mia vita.

Qualche illusione: “attraverso te
sto imparando ad amare me stessa”
m’ha fatto sentire – io inetto – capace
di salvare chi amavo: che è
la sensazione più bella del mondo.
Umiltà. Non era vero. Se lo fosse
stato, non sarebbe finita così.

È sera, è buio, sono qui da solo
e il tuo corpo è in un loculo
all’entrata di un minuscolo
camposanto fra i monti. La realtà
è tutta qui, si descrive in due righe.
Una riga è la lama e l’altra il ceppo.

Umiltà. Sognerò da ignorante
un paradiso accogliente
dove nulla si perde, con angeli attenti
a capire ogni cosa, a rassicurarti:
corri e gioca tranquilla
bambina, non ci sono mostri qui
ma boschi nuovi, boschi da scoprire.

Intanto è buio, ma è naturale
questo buio.


Scritta nel 2021.

I canti in chiesa

12 venerdì Mar 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, dolore, scenari

Ti accolgano gli angeli
con cautela, che so io cosa vuol dire
sbagliare mezza parola con te

Ricorda Signore che l’uomo è come l’erba
“se ne ricorda, se ne ricorda”
– mi pare di sentirti mormorare

Quest’anima che hai chiamato
“ma che chiamato, l’ho deciso io
almeno questo”
– mi pare di sentirti gridare

come gridavi a me le mille volte
che non capivo
piccole cose o più grandi
“io t’ho amato, coglione”
furiosa, la tua dichiarazione

la mia voce era debole, fragile
“anch’io ma tu non vuoi”
chissà cos’era, cos’è, cos’è mai stata
la verità

però Gesù ti piaceva: “un tipo in gamba
e così maltrattato”

io non lo credo, Cri, ma se per caso
esistesse e lo trovi
diglielo, che è in gamba
e che sai com’è stato maltrattato

e che non dubiti che lui si ricordi
dell’uomo e dell’erba:
forse è solo, in paradisi di teologi
potrebbe avere bisogno di te


Scritta nel 2021.

Un limite

08 lunedì Mar 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, dolore

c’è un limite

oltre il quale nulla
si può dire né dipingere
solo a volte qualcosa
in parte ricordare
ma confusi, in angoscia

i poeti finti
a distanza di sicurezza
se lo inventano, sono ridicoli
buffoni

quelli veri lo rasentano
con cautela, bisogna
salvare la pellaccia
e pubblicare i versi

c’è, al di là, un infinito oscuro
inutile ai nostri bei costrutti
una luce per cui le parole
sbiadiscono davvero

una luce o un buio, non si distingue
le parole si dileguano
davvero
non ne avrai nessuna gloria

se ti sporgi, in quello spazio
senza parole qualcosa ti chiama
qualcosa di molto importante
tu

ti chiama con un grido d’amore
muto, incessante
ma senza le parole ti sgretoli
in frammenti che non possono rispondere

se mai c’è stata una bussola
per una rotta su mari di non lingua
l’abbiamo persa: è spago di parole
a imbastirci, ci sfilacciamo senza

c’è un limite

e lo spazio al di qua
è quello della vita: non si può
tracimare: ci devi stare dentro

crescere è rimpicciolire
e diventare grandi
è diventare piccoli
abbastanza per non soffocare

ogni madre lo sa: per istinto
educa a muoverti meglio che puoi
nello spazio al di qua
così una leonessa insegna ai cuccioli
una donna ai bambini

ma qualcuno si affaccia
o è spinto a guardare, forse gli pare o sa
di venire da là
dall’infinito privo di parole

può essere un poeta ardimentoso
o un bimbo a cui il castello dei sensi
non viene bene: le carte
gli cadono, vede e rivede quel prima
che non si può né dire né dipingere

o può essere altro, non conosco le vie
ma qualunque sia il motivo c’è chi
sta male qua, è monco: da oltre
il limite sente sé stesso chiamare

forse un trauma, una ferita, d’altronde
le ferite sono porte, passaggi
labbra aperte su un vuoto che chiede
in silenzio di non essere vuoto

tu sei qui, qui dove non puoi essere
sussurra forse (ma è solo un’illazione
per il mistero che resta mistero)

qualcuno si sporge, riporta
(se si è tenuto saldo)
di qua un suono, un bagliore
che prova a evocare, trasportare
in parole, con esito modesto

ad altri non basta, è tutto più in là
più in là
chiama

c’è un limite, non lo posso descrivere
se non con grossolana
approssimazione

un filo d’acciaio a traverso degli occhi
un muro in fondo all’orto
la ringhiera d’un balcone


Scritta nel 2021.

Ciao Cri

08 lunedì Mar 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, dolore

Il portapenne che tenevi sul tuo tavolo
quando avevi un tuo tavolo a casa mia
quando stavamo insieme
è un barattolo di vetro di un succo di frutta
che ti piaceva, tolta l’etichetta
e messa, al posto, una tua fotografia.

Quando sei andata a stare altrove
l’hai lasciato da me. Ci sono dentro penne
nere, rosse, verdi, pennarelli,
un accendino, un rasoio per depilazione,
un tampax non usato… L’ho tenuto
così intatto, sperando in un ritorno
o in qualcosa, non so nemmeno cosa.

Dopo un anno di silenzio tre settimane fa
mi hai telefonato, parlato di cose
profonde o futili, m’hai confidato
ancora altri pensieri, ma hai ribadito
che non volevi vedere né me né nessuno.
Ho sperato che fosse un aprirsi,
m’hai detto dell’iscrizione all’università,
uno spiraglio, una possibilità.

Ora capisco che era un saluto:
prima di andare via, concedermi di udire
ancora la tua voce. Hai parlato
della promessa di non perderci mai,
hai detto che io non ricordavo bene:
tu non me l’avevi proprio fatta,
solo accennata come possibilità.

Hai passato un anno in totale solitudine:
neanche i giri ai tavolini dei bar
a parlare a sconosciuti, ti piaceva.
Ma non daremo la colpa al Governo
né ti chiedo perché non m’hai chiamato
sull’orlo degli abissi, in minuti
sarei stato da te. Il perché lo intuisco
con dolore e rispetto. Il dolore va bene:
non desidero che passi, sei tu.

Ora accanto al portapenne ho messo qualcosa
che mai avrei voluto, mai vedere:
l’ho preso ieri in chiesa nel tuo piccolo paese
nell’estremo saluto: se davvero ci credessero
non direbbero estremo, io che non credo in nulla
continuo a salutarti: senza nessuna fede
penso spazi dove poterci sorridere
ancora, dove amare non sia l’intricato
groviglio che è qui: dove l’amore basti.

Ciao Cri. Ora, non soffrire più.


Scritta nel 2021.

Cinema Corso

24 mercoledì Feb 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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scenari

…c’era sempre un uomo con le caramelle in mano
e una fanciulla di un’altra età, smarrita in quella sala
che ti parlava di giostre…

Milo De Angelis

Mia madre è vecchia e grossa, dorme nell’ultima
di un labirinto di stanze al pianterreno
della casa ove nacqui. Al cinema Corso
nei primi anni Sessanta non c’erano
ragazze, ch’io vedessi, né per strada
che io ricordi: c’era un plastico di cose
ai lati della bici, pedalando, alcune
cose erano sagome, forse persone.

Qualche bambino sì, ma raro, irraggiungibile:
maschio o femmina m’era indifferente
purché bello – e fuori dalla cinta
urbana i fossi, la terra, gli insetti:
in acqua linda pescai sanguisughe
e attento le osservai, poi le lasciai
morire piano, disseccate al sole.

Ma non è che ricordo tanto bene.
Al cinema Corso, cento lire per Maciste,
dovevano pur esserci ragazze
e militari, lo raccontano tutti:
forse anche l’uomo con le caramelle
che dice il Milo: però non ricordo.

Sullo schermo ricordo una scena:
volevano schiacciare Maciste
(credo fosse Maciste, in ogni caso
un eroe nudo il torso, luccicante
d’olio o sudore) fra pietre-pareti
che lentamente spostavano, mosse
da decine di uomini con corde:
Maciste gonfia i muscoli, spinge
con le braccia, uno spasmo, le corde
il corso invertono, tutti gli uomini
cadono, si ribaltano, s’intende
che lui li ucciderà perché è più forte.

Un’altra scena ricordo che uno
messo alla ruota, tirato, moriva:
gli usciva un filo di sangue alla bocca
nel reclinare il capo. Erano film
per bambini-soldato, le ragazze
se c’erano, forse, non guardavano, baciavano
i militari, questo non lo so:
ricordo a terra le cicche, le carte
e gli odori di corpi, di fumo, d’estate
questo sì: ne uscivo silenzioso.

Dice mia madre che sua madre, mia nonna
metteva da giovane al collo la volpe
intera, conciata, coi denti e la coda:
ci teneva, era salita di classe
sposando l’avvocato, le signore
di classe avevano al collo la volpe
come le prede i cacciatori antichi.

Dell’uomo sulla ruota più che il sangue
mal pitturato dalla bocca alla guancia
vedevo spezzarsi, distaccarsi gli organi
dentro, il fegato creparsi, scricchiolare
le cartilagini, svellersi il cuore
e cedere le arterie: in bianco e nero
nella scena abbozzata, approssimata
senza effetti speciali, vedevo
quello sfacelo dentro il corpo, la morte:
non lo so se ci fossero ragazze
a baciare soldati, così narrano
che fosse, non ricordo, non lo so.

Mia madre è vecchia e grossa, si rintana
nella stanza più in fondo, le ragazze
sono rimaste nelle cartoline
a baciare i soldati. Mia madre, invadente
dice – sempre un poco beffarda – che è difficile
scrivere l’ultimo verso, non lo so?


Scritta nel 2021.

Nuda sulla pianta

20 mercoledì Gen 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore vissuto, eros, relazioni

nuda sulla pianta
dice una canzonetta del ’72
e tu davvero nuda sull’albero
mi sorridevi

io da sotto un po’ in ansia
(a cinque o sei metri di altezza
i tuoi piedi nudi sui rami)
ti scattavo qualche foto

altro che canzonette
eri davvero nuda
eri davvero sull’albero
soprattutto eri contenta

sorridevi davvero contenta
era la primavera del ’19
audacemente nuda
al parco della Mandria

nuda i piedi le mani
le gambe il seno la fica
nuda tutta adagiata
nei gomiti dell’albero

è quasi un anno adesso
che non ti vedo più
guardo le foto
dove nuda sorridi

magra consolazione
le foto ci uniscono
non esisterebbero
se non le avessi scattate io a te

la domanda è
perché tu non puoi vivere sugli alberi?
tu stai così bene nei boschi
così a tuo agio

è una domanda poetica
è una domanda trabocchetto
che può intralciare
tanto lo sappiamo che non puoi

e giù dagli alberi
i problemi – come stai?
ti sei incamminata
per una vivibile vita?

ardo dal desiderio
di rivederti eppure forse
hai fatto bene a troncare
io sono uno che ti può intralciare

io che una vita vivibile
la cerco con chi capita
parlo a vanvera
di tutto m’innamoro e disamoro


Scritta nel 2021.

Trigonometria

12 martedì Gen 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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scenari

C’è una tua foto che mi piace tanto,
le sono affezionato. Tu sei accovacciata
– integralmente nuda – sulla punta dei piedi
a cosce aperte, con il busto eretto
e anche le braccia aperte, appoggiate
a qualcosa, non si vede a che cosa
perché l’inquadratura ti taglia fuori le mani:
ciò che farebbe inorridire i veri fotografi,
mai tagliar via un pezzo del soggetto,
però anche i veri fotografi a volte
sono rompicoglioni, perché
non esiste una regola nell’arte,
dovrebbero saperlo. Dunque, sei presa
di fronte, lo sguardo fiero puntato
nell’obiettivo, sei eretta e tutta aperta:
sei bellissima come tu sai essere
in qualsiasi luce o angolazione:
trovo che tu sia, qui, la versione eccitante
dell’uomo vitruviano di Leonardo:
dunque questa foto è un involontario
capolavoro, Leonardo capirebbe.

Così nel mio talento di perdere tempo
faccio misure delle proporzioni
tue più che auree. Vediamo. In una foto
l’unità di misura è relativa, dipende
da in che formato è stampata la foto
ovviamente. Adotto dunque, invento
i “millimetri [in] questa stampa”: mqs.

Cominciamo con l’individuare un triangolo
che unisce i due capezzoli al punto
superiore della fica, cioè dove
comincia la rima vulvare e finisce
la strisciolina di pelo che hai lasciato
sopra – acconciatura da modella.

Abbiamo 38 mqs fra i due capezzoli,
80 mqs fra il capezzolo destro
(a sinistra nella foto) e la fica,
81 mqs fra la fica e il capezzolo sinistro:
per un solo mqs non sei isoscele.

La distanza fra le tue ginocchia
è 125 mqs. Nella mia giocosa
(o maniacale, è lo stesso) eroticometria
potrei inventare che la relazione
fra la distanza intercapezzolare
e la distanza interginocchiale
dà il coefficiente d’apertura di cosce:
in questo caso 125:38 = 3,29.

Possiamo immaginare che a gambe unite
le ginocchia starebbero all’incirca
sotto i capezzoli, coefficiente 1.
È suggestivo. Cosce aperte a 3,29
è una buona allargatura ma non esagerata.

Poi vediamo. La distanza fra l’ombelico
e la fica è 33 mqs, mentre la distanza
fra l’ombelico e ciascun capezzolo
è 50 mqs – in questo caso
perfettamente isoscele è il triangolo.

La verticale totale del tuo corpo
accovacciato, intesa come distanza
fra l’attaccatura dei capelli sulla fronte
e il limite inferiore della fica
(il punto sotto il quale c’è il vuoto,
in questa posizione accosciata)
è 156 mqs. Ma trovo più interessante
valutare la distanza fra la linea degli occhi,
la linea dei capezzoli, l’ombelico e la fica:
abbiamo nell’ordine 60, 44, 37.

I più attenti obietteranno: ma prima
hai detto 33 fra ombelico e fica,
adesso 37. Già, ma prima mi riferivo
al punto alto dove rosea comincia
la rima vulvare, adesso intendo
il limite inferiore. Eh, sono complesse
queste misurazioni! C’è anche
la strisciolina di pelo, che ci porta
ancora a 6 mqs più sopra. Non essendo
perfetta la depilazione (ho premesso
che in sé la foto non è riuscitissima
pur essendo, in sé, un capolavoro: chi
non lo capisce, è peggio per lui)
intuiamo che il pelo al naturale
andrebbe ancora 3 o 4 mqs più su.

Su questo tema esistono trattati,
“de tonsura vulvae”, ne ho scritto
in altri miei carmi, ora non divaghiamo.

Le tue areole hanno un diametro
di 4 mqs, le tue poppe 24 mqs,
6 mqs lo spazio interpoppe:
mammelle ben distinte, di media misura.

Sul lato destro della foto, il tuo sinistro,
il seno sporge oltre la linea del torso,
sull’altro lato no. Qui trovo interessante
il percorso limpido, lineare, fra braccio
e torso e fianco fino all’intersezione
con la coscia piegata (è difficile
descrivere le immagini): l’ascella
fa col torso un angolo di 128 gradi
(sono un po’ sollevate le tue braccia)
mentre il torso dove diventa fianco
(il punto vita) fa col fianco un angolo
di 144 gradi. Lo trovo armonioso.

La curva inferiore delle cosce
congiungendosi alla fica fa un angolo
di 128 gradi, come l’ascella:
ci pensi se il fotografo avesse chiesto
di metterti proprio così, per fare
coincidere questi angoli? Con prove
estenuanti? Non è stato così
ma è questo il bello.

La parte lunga, dritta della coscia
è invece perpendicolare
alla linea vulvare: verticale
questa, orizzontale quella, è perfetto.

E insomma. Bella sei. Sinceramente
preferirei stare nel letto con te
a misurarti tridimensionale
e calda, con le braccia, con le mani:
in mancanza, guardo la fotografia,
vado d’amore e trigonometria.


Scritta nel 2021.

Romantico

06 mercoledì Gen 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

bellezza, scenari

Ma voi cosa intendete per romantico?

Una donna che piscia, cosce aperte
sul prato e sorridendo ti permette
d’osservare lo scroscio, la dischiusa
fica che lieve un filo d’erba vellica

forse è meno romantica del fonte
che dalla roccia sull’erta montana
scaturisce, zampilla, s’inruscella
fra i sassi scintillando e ruzzolando?

Ma voi cosa intendete per romantico?


Scritta nel 2021.

La videocamera bene orientata

03 domenica Gen 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, scenari

Calcolo col goniometro e la mappa
il punto dove sorgerà la luna.
Ma pioviggina, è nuvolo, è impossibile
(quasi) che la si veda. Eppure piazzo
la videocamera bene orientata
sul balcone. Tutto è sempre possibile.
Due ore dopo, non s’è visto nulla
com’era prevedibile. Riporto
in casa il cavalletto, stacco il filo.
Ma non sono pentito, io vivo così.


Scritta nel 2021.

Tiramisù cinese

02 sabato Gen 2021

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

scenari

Stasera per un poco di malinconia
sono andato al cinese, mi piace
mangiare fuori da solo, in generale
mi piace più da solo che in compagnia
tranne se la compagnia è tratta da un numero
ristretto di persone, la metà delle quali
non cenerebbe con me neanche morta,
quindi ancora più ristretto. Dunque
sono andato al cinese ma adesso
non si può (per chi leggerà
questa poesia nel 2990
spero in note a piè di pagina
che spieghino il perché)
e quindi ho preso da asporto
spaghetti di soia con verdure
e un tiramisù. Le tre cameriere
disoccupate ma presenti, sedute
ai tavolini discorrevano fra loro
di non ottimo umore. Quello al banco
ha preso l’ordine, poi una ragazza
mi ha portato la roba. Pioveva.
Ho rallentato in Regio Parco il passo
per far finire il verde e godere il lungo rosso
di un semaforo, per stare ancora fuori:
i semafori di piazza Sofia sono snervanti
per chi ha premura, amici di chi
preferisce una pioggia leggera alla casa
talvolta almeno. Poi a casa ho mangiato
ed era tutto buono, il tiramisù
(a differenza della maggior parte dei cinesi)
è artigianale, lo fanno proprio loro
ed è particolare. Mi ha tirato su
e adesso scrivo, qui dentro la sera:
quest’anno, prima volta in vita mia
ho messo luci di natale alla ringhiera.


Scritta nel 2021.

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