Di sera l’assalto è forte. Incredulo della tua assenza irrevocabile mangio in fretta, con il fastidio di chi sa che sta perdendo un tempo in cui dovrebbe fare qualcosa di urgente, importante. Invece nulla. Resto immobile. Il tempo passa ancora, non so come possa: qual è il suo movente?
Ieri un lapsus, parlando di te con l’amico, dicevo che benché la mia carne non sia spenta può essere il migliore compimento del mio tramonto che tu rimanga volevo dire: l’ultima ed è uscito dalla bocca: l’unica.
In me sei dilagata, adesso il vuoto io non ho le parole per dirlo né il corpo per toccarlo, ci scivolo dentro, fuori, non distinguo spazio né te né me.
Dove sei? Dove siamo? Sale un blando rumore dalla strada. Vorrei che si facesse più baccano vorrei che si urlasse più forte di me. O invece in un silenzio – ma è impossibile – riudire la tua voce.
La tua voce. Perché quando scrivo di te vorrei che fosse un’altra lingua con altri suoni, per sentirci solo musica, un ritmo, senza capire?
In un film che ho visto ieri la protagonista cita una poesia d’amore, un po’ americana un po’ niente di speciale, dice che lei, l’amata, vivrà per sempre perché lui, l’amante, la farà vivere nei suoi versi. Bella presunzione.
Io scrivo solo per non soffocare e ugualmente soffoco, mi schiaccia tutto ciò che t’ha schiacciata, cerco di salvare sorrisi, ali di libellule nel peso del tuo corpo dilaniato ogni ricordo più luccica più taglia: vetro spezzato che un sole abusivo sfrutta per fare giochi di riflessi.
Farti vivere? Non ci sono riuscito quando dovevo, ed è finito il tempo: adesso sono solo un parassita che sopravvive in tracce che hai lasciato vergognoso strisciando nei rimpianti sul campo che tu hai di te fiorito.
se ferivi era perché camminando nel tuo bosco di cristallo finissimo succedeva – volendo o non volendo – che si rompesse un ramo, una foglia e il cristallo spezzato è taglientissimo
alcuni dei colpevoli sanguinando accusavano te d’essere stronza, crudele
ma chi si inoltra in foreste frangibili deve mettere in conto alcune cose primo, camminare con infinita attenzione con un passo più leggero di un passero secondo, sapere che ciononostante qualcosa spezzerà, ti farà male
ho provato a scendere, hai provato ad accogliermi nel labirinto impervio degli abissi dove il buio annodato alla luce proibiva alla tua vita il dipanarsi
non per sciogliere quei nodi, soltanto per starti accanto finché non si sciogliessero per una terapia, per un miracolo
perché ero e sono innamorato di te
ho camminato più adagio che potevo assottigliandomi in riva ai tuoi disegni e se, maldestro, qualcosa spezzavo il tuo sguardo e il rimorso mi colmavano ogni minimo spazio, perciò di sangue da miei tagli nemmeno m’accorgevo
il mio fine, il progetto, il desiderio era che tu trovassi intatta una tua gioia da cui partire, un tuo spazio invogliante dove sgranchire le tue braccia magre a toccare, spostare, modellare, vivere vivere, vivere, vivere, vivere
ma per minimo che sia e involontario un errore imprevisto dell’attento in cui tu provi ad avere fiducia delude più della mandria di bisonti che tutto tritura nel modo previsto
affiorano cose, molte, è naturale di gennaio, di febbraio, un disegno lasciato su una sedia, un foglio scritto o un oggetto, una riga richiamata in rete, affiorano cose di giorni in cui tu respiravi e il dolce lume entrava nei tuoi occhi, giorni che erano gli ultimi e non lo sapevo ed è ridicolo, a questo affiorare ho l’impulso di muovermi di scatto come a bloccare una biro che rotola verso lo spigolo del tavolo, o correre in cucina a spegnere il fuoco sotto il caffè che trabocca: fare qualcosa, impedire la caduta come se ancora non fosse compiuta è una frazione d’attimo, è ridicolo ricado dentro il mio corpo impotente per l’ennesima volta ripasso la lezione irrevocabile, non c’è più nessun compito, preme nel petto, inutile, un’onda di pianto
Mi piace ritrovarti nei suoi versi: riconoscerti in un disegno nitido senza l’ansia di mie sbavature
(mi hai detto quell’ultima volta al telefono: “Carlo, spesso ricordi a modo tuo”)
I suoi versi sono bellissimi limpidi anche nei punti crudeli dove io invece mi confondo e intorbido.
Ce ne sono tre che ho imparato a memoria chiudono una poesia di salire le scale scale che anch’io ho salito con te
«Come un passero senza nessuna madre, sei stata in quel nido a cibarti di solitudine, fino a quando hai deciso di prendere il volo.»
È bravo, quel «nessuna» è magistrale, parola chiave fra parole semplici come elementi chimici periodici che fanno tutto ciò che il mondo è.
La stessa Musa in due, credo che sia poco frequente – però ti piaceva essere nelle poesie d’entrambi: t’è successo persino di confondere l’uno con l’altro e io, il meno amato sono lieto che tu ci confondessi.
Infine entrambi hai condannato a scrivere poesie di dopo il volo, non avremmo voluto mai, voluto mai. Non so vivere adesso, adesso dopo te.
Mi piace ritrovarti nei suoi versi: t’abbiamo amata come s’è potuto: niente è mai stato facile, lo sai.
Oggi pomeriggio mi sono accucciato in riva al fiume, proprio vicino all’acqua, fra l’erba alta e le canne, con il culo in umido. Il culo in umido: infatti non mi sono accucciato, mi sono seduto. Non so stare accucciato, non ero capace neanche da bambino. Perché allora, di getto, ho scritto accucciato? Perché è un’immagine, un quadretto. Perché il linguaggio ha i suoi solchi e anche se cerchi di camminare di traverso ci finisci dentro, come la ruota della bici nella scanalatura del tram se non c’è angolo abbastanza, e cadi.
Guardavo il fiume, il colore di poco prima che vada via il colore, nella sera. Sull’altra sponda passavano ancora camminatori e ciclisti. L’aria prendeva sapore. Il mio fiume, la mia aria, i miei ciclisti. Però no, invece: nulla di mio.
Ogni sguardo cattura, trasforma, possiede. Ciò che attraversa le cornee dei miei occhi, i timpani delle mie orecchie, la pelle delle mie dita, prende vita dentro me. E diventa ciò che so, tutto ciò che so del mondo. E invece non lo posso sapere. È solo il mio sguardo, la mia sensazione. Roba piccola, limitata, chiusa in me. Questo, di per sé, sarebbe un problema di scarsa importanza. Ma se la roba la tiro fuori in una relazione, va a toccare il contenuto di altri sguardi, il filtro di altre cornee, la sensazione di altri polpastrelli, allora ci sono scintille come di una mola su una lama, il mondo è da ricostruire ogni momento. È faticoso. Ma è bello. Si chiama condivisione, unione. Forse, portato all’estremo, si potrebbe chiamare persino amore.
Impararlo da piccoli aiuta a vivere in armonia. Non impararlo, forse, fa diventare assassini, oppure scrivere poesie. L’arte proietta quell’esasperato egocentrismo del sentire, quel confondere il cielo con la fotografia scattata al cielo. Le fotografie sono bugiarde. Eppure a tratti, raramente, una fotografia coglie qualcosa che non sarebbe mai stato colto nella sana dialettica degli sguardi. Da una profondità autistica, lancia un dettaglio, piccolo, di cielo che, misteriosamente, va a illuminare meglio, per tutti, il cielo. Allora è utile. Raramente.
Ma il rischio è forte, la responsabilità è alta. I poeti più cauti le Muse se le inventano, così non c’è problema. Non risulta che Beatrice abbia passato lunghe notti a confidarsi con Dante, né gli abbia corretto qualche verso. Nella Commedia, è un personaggio di fantasia, come Catone, come Farinata degli Uberti, come Francesca da Rimini: che siano veramente esistite, quelle persone, è irrilevante.
Chi come me non sa inventare ma soltanto sognare – e anche il sogno può essere un sopruso – incappa in una Musa più attiva, più forte – forte in un’inquietudine senza tregua, in una tragica fatale fragilità – non c’è contraddizione – capace di fracassare i quadretti, di imporre e difendere sé stessa, di chiedere cura per lei tutta vera e intera, non per un vano vagheggiare – difendendo, alla fine, anche l’autonomia del fiume, del colore, della sera – sfrondando l’ego ai poeti che scrivono, scrivono: rivelando a loro stessi, come a sé stessa, di che lacrime grondi, e di che sangue. Un’operazione dolorosissima, salutare.
“Se lo sai senza poterlo sapere, se lo sai ma non è tuo… potresti averne cura. Non è necessaria facoltà d’amore per questo ma è sufficiente il senso della lealtà e una minimale intelligenza. Io credo che tu sia intelligente, Carlo, che tu sia molto intelligente. Avrai modo di mostrare la tua cura” (messaggi di C., 2 febbraio 2021).
Del libro che avevo preparato a dicembre, ho buttato via la metà. L’altra metà uscirà, è deciso, nella collana Sonar delle Edizioni del Faro. Grazie alla proposta gentile di Paolo Agrati, e alle cure di Adriano Cataldo. Non è possibile dare ancora una tempistica, ma è deciso, e perciò lo annuncio. È una collana bellissima, non bulimica, tre libri in tre anni, tre libri che ho letto e che mi hanno colpito, è un onore essere il quarto. Tre autori nati nel 1984, 1985 e 1992. Mi sento bene con loro, io che sono per sempre un poeta, più che emergente, annaspante, uno che non sa ancora bene cosa dire, percepisce stonature in ogni verso e china il capo davanti all’immensità del fiume, dei colori, della Musa, di tutte le cose vere, di tutte le cose sul serio. Un’emersione (emergenza?) continua – che poi, una volta che fossi emerso, non saprei più neanche cosa fare. Guardo, vivo, lentissimamente imparo, poi andrò via, non importa.
Ah, ecco, dimentico sempre qualcosa: il titolo del libro sarà Un garbo libero. Conterrà una nota, o prefazione, che mi ha scritto il bravo Alfredo Rienzi. C’è altro da dire? Adesso, mi pare di no. Poi vi terrò aggiornati.
Era meglio seppellirti accanto a un albero tu che li amavi e ti ci arrampicavi così in alto da farmi paura, guardavo – animale pesante – da sotto te che agile salivi. Era meglio seppellirti fra le radici, che l’albero potesse in rami e foglie trasformarti, primavera.
Abbiamo strane usanze deplorevoli: casse di morto legno duro e zinco a prolungare decomposizioni non fertili, inutili, in muri di loculi.
Ma tu – io credo – in luoghi che nessuno può sapere né dire, fiorisci.
mi sento il corpo soffocato di pietrisco come un topo schiacciato da ruote su una carreggiata friabile a cui si mischia, s’impasta – non è interessante
scrivo per aggrapparmi a qualcosa ma ha sempre meno senso, si allarga lo spettro infrarosso o ultravioletto il fischio che solo certi cani odono
non assomigli alle fotografie somigli all’amore tenuto fra le braccia
(per comunicarmi come ti sentivi quando eri lontana, mandavi raffiche di foto sul telefono anche in lacrime, disperata da nessuno ti saresti fatta vedere così – con me eri spudorata)
dio santo, lo so che è tutto un nodo so che tutto è il rovescio di tutto, ma se non ci siamo amati l’amore non esiste
(mi dicevi che riuscivo sempre ad arginare le tue angosce – ma poi non me l’hai più permesso … ti fossi stato accanto afferrarti, tenerti tenerti, tenerti, finché passa, bambina)
ho sempre pensato che i tuoi baci sarebbero stati gli ultimi di questa mia vita ma ultimi i miei della tua no no, no, no, non doveva finire così
sciocchezze, scrivo per tenermi non so nemmeno perché voglio tenermi s’è spezzato l’anello ho visto Nina cadere fra le corde dell’altalena
stamattina mi sono svegliato fra le tue ossa dilaniate circondato dalla tua gabbia toracica sottile un organo abusivo un feto morto in un utero di costole
è stato, più che un sogno, un sentire nel risveglio poi la sensazione si è dissolta lasciando il vuoto
quest’impotenza così definitiva ieri scrivendo contro i vaccini obbligatori ho pensato che con un TSO i farmaci psichiatrici che non volevi prendere forse…
no
tutto si sovrappone, il piccolo fico che t’incuriosiva sul nostro terrazzo
[il “nostro” terrazzo: curavi la casa
come una sposa – sapevamo
che era un gioco provvisorio
però che meraviglia]
traslocato qui in piazza Sofia è rigoglioso è rigoglioso, lui, bastardo – no, scusa, fico, non volevo, è un delirio
vive in un vaso, vive dove lo si porta e se invece fosse nato in un bosco sarebbe rimasto tutta la vita nel bosco come fanno gli alberi
però la sua storia è diversa, te l’avevo raccontata a Vercelli mia madre mi aveva detto: togli quel rampollo di fico che infesta l’aiuola dove non deve essere e buttalo nella roggia
invece me l’ero portato in treno a Torino ed è qui, rigoglioso, affacciato su piazza Sofia, adesso
avrei voluto tenerti sempre con me tu erba strappata curarti, proteggerti, innaffiarti è un discorso cretino lo so ogni persona è un mondo indescrivibile inconoscibile
[non ho imparato ad annaffiarmi da sola – dice un verso d’una tua poesia]
ma ci siamo mescolati così da non poter più staccare certi pezzi pezzi di me si sono schiantati nello schianto delle tue ossa sottili si sono spenti nel tuo corpo inquieto
trasformarli in ricordi è un palliativo difficile e poi perché, per farli rimorire con me? anche i ricordi muoiono sono così confuso, così perso
ci siamo a lungo mescolati ma c’erano parti insolubili, dure ghiaccio tagliente che gelava e straziava il tuo mare
nessun abbraccio né mio né di nessuno poteva scioglierlo
[anche il mio cuore è pieno di sassi
qualcuno tu l’hai tenuto nelle mani
con amore]
adesso ho comunque messo la videocamera a filmare l’aurora forse faccio il caffè e viene primavera vita immensa leggera se esiste un luogo, aspettami aspettami se vuoi
Umiltà. Faccio il bravo poeta: ci giro intorno, scavo dentro i ricordi, le cose, agghindo meglio che posso. Poi la sera a descrivermi tutto bastano canzonette: freddo al cuore, tristezza, dolore, come posso stare una vita senza te, stasera pago io.
Agghindo. Chissà che vestito t’hanno messo nella bara. Ho saputo tardi dov’eri. Forse meglio così. È lo stesso ospedale, qui vicino dove fui ricoverato tantissimi anni fa.
Umiltà. Fu pieno di conflitti, non facciamo quadretti: forse chiamarlo amore è un abuso: chi sa amare, di noi? Abbiamo condiviso la ferita. È stata, questo sì la cosa più bella di tutta la mia vita.
Qualche illusione: “attraverso te sto imparando ad amare me stessa” m’ha fatto sentire – io inetto – capace di salvare chi amavo: che è la sensazione più bella del mondo. Umiltà. Non era vero. Se lo fosse stato, non sarebbe finita così.
È sera, è buio, sono qui da solo e il tuo corpo è in un loculo all’entrata di un minuscolo camposanto fra i monti. La realtà è tutta qui, si descrive in due righe. Una riga è la lama e l’altra il ceppo.
Umiltà. Sognerò da ignorante un paradiso accogliente dove nulla si perde, con angeli attenti a capire ogni cosa, a rassicurarti: corri e gioca tranquilla bambina, non ci sono mostri qui ma boschi nuovi, boschi da scoprire.
oltre il quale nulla si può dire né dipingere solo a volte qualcosa in parte ricordare ma confusi, in angoscia
i poeti finti a distanza di sicurezza se lo inventano, sono ridicoli buffoni
quelli veri lo rasentano con cautela, bisogna salvare la pellaccia e pubblicare i versi
c’è, al di là, un infinito oscuro inutile ai nostri bei costrutti una luce per cui le parole sbiadiscono davvero
una luce o un buio, non si distingue le parole si dileguano davvero non ne avrai nessuna gloria
se ti sporgi, in quello spazio senza parole qualcosa ti chiama qualcosa di molto importante tu
ti chiama con un grido d’amore muto, incessante ma senza le parole ti sgretoli in frammenti che non possono rispondere
se mai c’è stata una bussola per una rotta su mari di non lingua l’abbiamo persa: è spago di parole a imbastirci, ci sfilacciamo senza
c’è un limite
e lo spazio al di qua è quello della vita: non si può tracimare: ci devi stare dentro
crescere è rimpicciolire e diventare grandi è diventare piccoli abbastanza per non soffocare
ogni madre lo sa: per istinto educa a muoverti meglio che puoi nello spazio al di qua così una leonessa insegna ai cuccioli una donna ai bambini
ma qualcuno si affaccia o è spinto a guardare, forse gli pare o sa di venire da là dall’infinito privo di parole
può essere un poeta ardimentoso o un bimbo a cui il castello dei sensi non viene bene: le carte gli cadono, vede e rivede quel prima che non si può né dire né dipingere
o può essere altro, non conosco le vie ma qualunque sia il motivo c’è chi sta male qua, è monco: da oltre il limite sente sé stesso chiamare
forse un trauma, una ferita, d’altronde le ferite sono porte, passaggi labbra aperte su un vuoto che chiede in silenzio di non essere vuoto
tu sei qui, qui dove non puoi essere sussurra forse (ma è solo un’illazione per il mistero che resta mistero)
qualcuno si sporge, riporta (se si è tenuto saldo) di qua un suono, un bagliore che prova a evocare, trasportare in parole, con esito modesto
ad altri non basta, è tutto più in là più in là chiama
c’è un limite, non lo posso descrivere se non con grossolana approssimazione
un filo d’acciaio a traverso degli occhi un muro in fondo all’orto la ringhiera d’un balcone
Il portapenne che tenevi sul tuo tavolo quando avevi un tuo tavolo a casa mia quando stavamo insieme è un barattolo di vetro di un succo di frutta che ti piaceva, tolta l’etichetta e messa, al posto, una tua fotografia.
Quando sei andata a stare altrove l’hai lasciato da me. Ci sono dentro penne nere, rosse, verdi, pennarelli, un accendino, un rasoio per depilazione, un tampax non usato… L’ho tenuto così intatto, sperando in un ritorno o in qualcosa, non so nemmeno cosa.
Dopo un anno di silenzio tre settimane fa mi hai telefonato, parlato di cose profonde o futili, m’hai confidato ancora altri pensieri, ma hai ribadito che non volevi vedere né me né nessuno. Ho sperato che fosse un aprirsi, m’hai detto dell’iscrizione all’università, uno spiraglio, una possibilità.
Ora capisco che era un saluto: prima di andare via, concedermi di udire ancora la tua voce. Hai parlato della promessa di non perderci mai, hai detto che io non ricordavo bene: tu non me l’avevi proprio fatta, solo accennata come possibilità.
Hai passato un anno in totale solitudine: neanche i giri ai tavolini dei bar a parlare a sconosciuti, ti piaceva. Ma non daremo la colpa al Governo né ti chiedo perché non m’hai chiamato sull’orlo degli abissi, in minuti sarei stato da te. Il perché lo intuisco con dolore e rispetto. Il dolore va bene: non desidero che passi, sei tu.
Ora accanto al portapenne ho messo qualcosa che mai avrei voluto, mai vedere: l’ho preso ieri in chiesa nel tuo piccolo paese nell’estremo saluto: se davvero ci credessero non direbbero estremo, io che non credo in nulla continuo a salutarti: senza nessuna fede penso spazi dove poterci sorridere ancora, dove amare non sia l’intricato groviglio che è qui: dove l’amore basti.
…c’era sempre un uomo con le caramelle in mano e una fanciulla di un’altra età, smarrita in quella sala che ti parlava di giostre… Milo De Angelis
Mia madre è vecchia e grossa, dorme nell’ultima di un labirinto di stanze al pianterreno della casa ove nacqui. Al cinema Corso nei primi anni Sessanta non c’erano ragazze, ch’io vedessi, né per strada che io ricordi: c’era un plastico di cose ai lati della bici, pedalando, alcune cose erano sagome, forse persone.
Qualche bambino sì, ma raro, irraggiungibile: maschio o femmina m’era indifferente purché bello – e fuori dalla cinta urbana i fossi, la terra, gli insetti: in acqua linda pescai sanguisughe e attento le osservai, poi le lasciai morire piano, disseccate al sole.
Ma non è che ricordo tanto bene. Al cinema Corso, cento lire per Maciste, dovevano pur esserci ragazze e militari, lo raccontano tutti: forse anche l’uomo con le caramelle che dice il Milo: però non ricordo.
Sullo schermo ricordo una scena: volevano schiacciare Maciste (credo fosse Maciste, in ogni caso un eroe nudo il torso, luccicante d’olio o sudore) fra pietre-pareti che lentamente spostavano, mosse da decine di uomini con corde: Maciste gonfia i muscoli, spinge con le braccia, uno spasmo, le corde il corso invertono, tutti gli uomini cadono, si ribaltano, s’intende che lui li ucciderà perché è più forte.
Un’altra scena ricordo che uno messo alla ruota, tirato, moriva: gli usciva un filo di sangue alla bocca nel reclinare il capo. Erano film per bambini-soldato, le ragazze se c’erano, forse, non guardavano, baciavano i militari, questo non lo so: ricordo a terra le cicche, le carte e gli odori di corpi, di fumo, d’estate questo sì: ne uscivo silenzioso.
Dice mia madre che sua madre, mia nonna metteva da giovane al collo la volpe intera, conciata, coi denti e la coda: ci teneva, era salita di classe sposando l’avvocato, le signore di classe avevano al collo la volpe come le prede i cacciatori antichi.
Dell’uomo sulla ruota più che il sangue mal pitturato dalla bocca alla guancia vedevo spezzarsi, distaccarsi gli organi dentro, il fegato creparsi, scricchiolare le cartilagini, svellersi il cuore e cedere le arterie: in bianco e nero nella scena abbozzata, approssimata senza effetti speciali, vedevo quello sfacelo dentro il corpo, la morte: non lo so se ci fossero ragazze a baciare soldati, così narrano che fosse, non ricordo, non lo so.
Mia madre è vecchia e grossa, si rintana nella stanza più in fondo, le ragazze sono rimaste nelle cartoline a baciare i soldati. Mia madre, invadente dice – sempre un poco beffarda – che è difficile scrivere l’ultimo verso, non lo so?