Ma tu qui

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il presagio di trasparenza della pelle
quando ti accarezzo i polsi il mattino
nella luce bianca della stanza
che è entrata a poco a poco perché noi
non abbassiamo mai le tapparelle

come la luce a poco a poco il tempo
entra e ci ruba – ho inseguito ragazze
che sono fuggite in labirinti di vicoli
ma tu qui come ti tengo da questo
andare che né tu né io decido


Scritta nel 2016.

Ballata al capolinea del tre

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del lavoro la schiavitù
è madre della virtù
mentre l’ozio è padre del vizio
se ti vizia ti sevizia
le obese insaccate con frotte di bambini
di cui i maschi già le guardano protervi
mi irritano i nervi
così come
le finestre abbandonate del settimo piano
ennesim’Eden lasciato da Eva
così come
l’idiota tranviere che vuole sopprimere
i tram di sera perché c’è poca gente
solo tossici e troie
così come
l’obesa non insaccata che al tranviere pontifica
in lingua oscura d’Italia meridionale
ch’avrebbe il sindaco a scacciare
gl’immigrati
contestualizzare?
io dovrei cordialmente contestualizzare?
e a quale immondo mondo?
chine sotto bollette luce e gas
le obese insaccate e non insaccate
secernono bava di rabbia impotente
stagnante maleolente
mai comprenderebbero il dramma ventoso
d’Eva che non mi parla
io come posso comprendere il loro
blatte lente con zampe malate
sotto natiche abnormi
adoratrici di un breve suolo
grumo che imbratta i cieli e gli abissi
è da voi che vorrei poter difendere
io prode paladino
la bella Eva che avvolgendo in mormorii
nella vostra pochezza attraete
io prode paladino
il mio nulla è più del vostro tutto
vola il mio nulla
sulle grevi carcasse del tutto
tarchiati insetti ciarlieri
con giacche alla moda fintamente trascurate
io ho acqua valente a lavare
la saggezza che voi vomitate
ma sono solo a passare e ripassare
lo straccio vendicatore
ed è fitta boscaglia di spine
la zizzania che voi seminate
fra Eva e me
con naturalezza perché
fra qualunque Eva e qualunque me
davanti a ogni Angelica pensata
voi ciechi gaudenti di vostra cecità
seminereste
fra voi annuendo la vostra sapienza merdosa
di lavoro e serena sicura schiavitù
mentre l’ozio terribile e divino
schianta il mio cuore nell’incessante bufera
di noia e d’ardimento
io sono preso in un turbine di vento
che voi protetti nelle crepe del fango
riuscite a credere di non percepire
ma il vento porta l’acqua
che vi sommergerà
strilleranno come scrofe le insaccate rovesciate
fra gli annegati figli
una palla di fucile farà esplodere
il cranio dell’idiota tranviere
e liberi sul suo sangue i tram danzeranno
giorno e notte
e benché la mia morte sembri uguale
sarà diversa
col braccio teso a Eva da salvare


Scritta nel 2016.

La studentessa di medicina del 1896

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Su un tram di Torino nel 1896 sale una studentessa di medicina – strana creatura della modernità: lo racconta Edmondo De Amicis nel suo interessantissimo libro La carrozza di tutti.

Due uomini presenti sul tram incominciano a parlare di questa giovane che non se ne sta più a casa a cucire, ricamare, fare le pulizie e aspettare un marito, ma va all’università, e perdipiù a studiare medicina.

Trovo molto significativa la dialettica delle opinioni. Siamo a Torino nel 1896, il Novecento incombe.

Il primo uomo parte in modo concessivo a malincuore: «certo, sono cose moderne, adesso è così, però era meglio quando le ragazze stavano in casa».

Il secondo uomo, più progressista, ribatte che non c’è niente di male e che anzi è una cosa utile che ci siano donne che fanno il medico, soprattutto per visitare le altre donne, e dice più o meno così: «lotto con le unghie e con i denti per tenere mia figlia chiusa in uno scrigno, e poi lei ha un malessere nelle parti intime e arriva uno sconosciuto che ci mette le mani dappertutto».

Il primo uomo è un po’ toccato in positivo dall’argomentazione (evitare che un uomo medico metta le mani dappertutto) ma non è convinto, scuote il capo: «mah, sì, però a me una ragazza che sa tutto, non mi piace».

Il progressista replica in questo modo: «e allora dovresti andare a teatro, a vedere come tante ragazze in platea le fanno vedere [le tette nelle scollature] come frutta sul banco del mercato… io preferisco una che sa tutto a una che mostra tutto».

Riassumendo: la studentessa di medicina è una novità difficile da accettare, ma è utile perché eviterà che un uomo medico vada a toccarti una figlia o una moglie, aprendo lo scrigno dove le tieni giustamente chiuse. Inoltre, è più lodevole di quelle sgualdrinelle che vanno a teatro in abiti scollacciati (sembra sottinteso che si ritiene che le studentesse di medicina non vadano a teatro).

Trovo interessante il dialogo perché evidenzia che i due principali valori femminili sono non sapere e non mostrare (con la palese eccezione del bordello, dove le donne sanno e mostrano, ma va bene perché non sono donne, sono puttane).

Vabbè, era il 1896, sono passati centoventi anni e adesso è diverso. Resta, al massimo, qualche modo verbale – poco tempo fa a una serata di poesia una mia amica disse di un’altra amica, gradevolmente scollata: «eh, così è proprio come mostrarle sul banchetto al mercato».

Oggi (nella cosiddetta «nostra cultura») è abbastanza accettato che una donna sappia. Che mostri, è accettato anche – ma forse un po’ meno: il mostrare liberamente sé è collegato a un dare liberamente sé che un certo allarme qua e là lo crea ancora.


Scritto nel 2016.

Ma forse un po’ sì

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incosciente e superficiale
e stronzo
lo sono certamente: quel senso
di sgomento e rimpianto
(non so se avete presente)
proprio dentro le viscere, mordente
quando affiora il ricordo
di qualcosa di sbagliato o mancato
per propria colpa, nella vita
(credo che abbiate presente)

mi prende sì per il matrimonio svogliato,
per l’inganno più o meno consapevole
ai danni di quella che ho sposato,
per vent’anni di recitata borghesia,
per il divorzio coi bambini in età critica,
per l’essermi con inerzia adagiato
trent’anni interi in un lavoro noioso,
per un quarto di secolo annegato
in alcolismo triste, rancoroso,
per la vita chiusa in sogni,
priva di vere umane relazioni,
per aver letto pochissimi libri
e ascoltato pochissima musica
e sapere quasi niente del mondo,
e per altre cosette così

ma mi prende molto di più
per non essere andato al Teatro della Caduta
un giorno di primavera del 2009
quando in uno spettacolo di Federico
Eva dal vivo faceva Camilla
e io non m’ero accorto,
ero a cena da Malvina
e non m’ero accorto

razionalmente
poi lo so che è più importante
aver perso il maggior tempo dell’unica vita
in un lavoro di merda
in un matrimonio sbagliato
in nausea di bottiglie d’alcol da supermercato
e avere me stesso ingannato
e altre persone con me
razionalmente
lo so

ma nelle viscere
c’è molto più scompiglio di vuoto
se mi ritorna in mente
di non essere andato
al Teatro della Caduta
quando Eva dal vivo faceva Camilla

e sono le viscere che contano
non l’appiccicata estranea
finta imparaticcia
ragionevolezza

dunque non ho scusanti
e nemmeno più le cerco
sono incosciente e superficiale
e stronzo

e non so nemmeno
quanto mi sia utile sapere di esserlo
– ma forse un po’ sì


Scritta nel 2016.

Le ceneri

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Non mi legherò a una sola persona
perché nell’istante stesso
smetterei d’amarla,
né a una sola terra
perché nell’istante stesso
la odierei come un paese nemico.

Vi chiederei, alla mia morte,
di spargere al vento le mie ceneri,
perché nemmeno quelle appartengano a un luogo:
ma so che in Italia
è burocraticamente difficile
quindi non importa, fate com’è più comodo
ed economico: tanto le mie ceneri
come le mie radici
non hanno nulla in comune con me.


Scritta nel 2015.

Cruel

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Eres, a veces, de veras cruel.
Si yo fuese un poeta del Duecento
y tú la amada enemiga, no sería
un problema decírtelo: sería
casi un cumplido.
En el siglo XXI, en cambio,
parece incorrecto, lesivo del derecho
que tienes de rechazar todo contacto conmigo.
Este siglo es demasiado racional:
en la idolatría a lo políticamente
correcto esconde un nada
que decir y un demasiado dicho.
Queda el hecho
de que tú eres, a veces, de veras cruel:
y esto es lo que siento – decirte lo que siento
no puede ser un mal.

(Traduzione di Jorge Aulicino, vedi qui.)


Questa è una mia poesia tradotta dal poeta argentino Jorge Aulicino e pubblicata nel blog  otra iglesia es imposible

Qui un’intervista a Jorge Aulicino.

L’uomo che fu ucciso da un dosso artificiale per interposta persona

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Così, nella notte di Natale, da solo in casa, ma non è che mi dispiaccia, non ho voglia di uscire, mi era venuta l’idea per un raccontino un po’ giallo, ma poi mi accorgo che non sono capace, mi viene il titolo che è abbastanza divertente, forse accattivante, il titolo sarebbe L’uomo che fu ucciso da un dosso artificiale per interposta persona. La successione degli eventi ce l’avrei in testa, ma a me le successioni di eventi mi annoiano, mi blocco, penso ad altro, c’era quel regista che diceva che al pubblico devi dare tre cose, la storia, la storia e la storia, e a me invece la storia mi annoia, mi eccitano le immagini e le sensazioni e la storia mi annoia, sono un diverso, forse è una patologia, comunque adesso la successione degli eventi ce l’avrei in testa, ci sono due che vanno in auto, due fidanzati, maschi, gay, vanno in auto, un autore serio riempirebbe qualche pagina con chi sono e da dove vengono e dove vanno ma a me che importa?  Vanno in auto, facciamo che è sera, o notte, e davanti a loro c’è un’altra auto, è una strada di un quartiere residenziale di periferia, quelli che adesso a volte li rimettono un po’ a posto, la strada è stretta e a un certo punto l’auto davanti a loro si ferma e quindi devono fermarsi anche loro, che non c’è spazio per superare. Dall’auto davanti esce un energumeno, mi fa un po’ ridere la parola energumeno, insomma uno grosso, ma mi fa ridere anche dire uno grosso, mi sa di quei racconti dove c’è uno grosso, tanto si sa che c’è e mi annoio. Insomma, c’è uno che scende dall’auto davanti ed è incazzato nero, no, anche incazzato nero si usa troppo, io le parole abusate mi fanno star male, è una cosa fisica. Ma comunque è incazzato non si sa perché, si avvicina all’auto dei due fidanzati gay, apre la portiera e strattona fuori quello che guida, lo tira fuori di brutto, niente, anche di brutto è una parola che non mi piace, la mia è una condanna, sono assediato da narrazioni che mi nauseano, un attimo che tiro il fiato. Questo qui con violenza tira fuori dall’auto il gay che è alla guida e lo picchia a morte mentre il fidanzato terrorizzato guarda e grida, o guarda solo, non so se in questi casi si grida, non so cosa si fa, non so cosa succede. Ma adesso la situazione è che uno è morto ucciso da uno che è sceso dall’auto davanti che si era fermata bloccandolo. Qui si potrebbero fare un sacco di descrizioni, tre o quattro pagine di botte e di agonia, la disperazione, il dolore, io però non sono capace, comunque è morto e l’assassino (adesso lo possiamo chiamare così che è comodo e fa molto giallo) è lì tutto furioso ma anche barcollante, potrebbe essere drogato, oppure è fuori di suo, avrà i suoi problemi, roba anche da venti pagine ma non le so scrivere. Arriva la polizia, arriva in tempo per arrestarlo, potrebbe averla chiamata il fidanzato con il cellulare, oppure era una pattuglia che passava di lì, l’assassino prova a scappare, o non prova, sparano, intimano, bloccano, afferrano, a me che cosa importa? Lo arrestano, insomma, basta. Adesso facciamo che siamo alla stazione di polizia e interrogano l’assassino e il fidanzato gay del morto: che l’assassino sia l’assassino è assodato, si tratterebbe di capire perché l’ha fatto, io comunque sto facendo fatica a scrivere. Dopo vari torchiamenti (torchiamenti?) l’assassino dice, con quella voce un po’ rantolante catarrosa che hanno a volte gli assassini, dice: «A me non si fanno i fari». Qui si capisce che è uno di quei duri di periferia, instabili di mente, che ti ammazzano per una cosa qualsiasi, tipo appunto, si capisce, lui andava un po’ adagio, per motivi suoi, e il gay dietro gli ha fatto segno con i fari di accelerare, di togliersi dalle palle, e questo è un oltraggio, a lui non si fanno i fari, lui è forte e potente e la strada è sua, quindi è sceso e l’ha ucciso. Va bene, fin qui ci siamo. Il commissario o l’ispettore o quello che è, facciamo ispettore, praticamente chiude il caso, dice al fidanzato gay che è proprio una tragedia assurda, il suo compagno è morto ucciso da un pazzo violento per avergli fatto un segno con i fari. Qui potrebbe anche esserci in agguato alla stazione di polizia un giornalista che già scrive il pezzo, titolo Ucciso per un lampo di fari, la gioventù bruciata delle periferie, l’assenza di valori, la droga, le sale giochi, le famiglie sfasciate, poi per farci entrare pure che la vittima è gay vediamo dopo. Però il fidanzato superstite, benché affranto e distrutto, dice con sicurezza: «Alvin non ha fatto nessun segnale con i fari, sono sicuro che non l’ha fatto, era timidissimo, non l’avrebbe fatto mai, anche ai semafori sta sempre paziente, mai un clacson, anche se quello davanti è nelle nuvole e sta fermo tutto il tempo del verde, lui aspetta, zitto, nessun segnale, sono sicuro che non l’ha fatto». Alvin, che nome del cazzo, ma un’altra cosa che non so fare è inventare nomi ai personaggi. Insomma la cosa s’ingarbuglia, se Alvin non ha fatto segno con i fari allora che cosa dice l’assassino, c’è sotto qualcos’altro, forse non è così pazzo, forse è un omicidio premeditato, forse l’assassino è omofobo, è un vicino di casa dei fidanzati gay, non tollerava quello scandalo e ha fatto un agguato per picchiarli e ne ha ucciso uno. Però i bulli omofobi quando fanno i pestaggi di froci vanno in branco e con le armi, almeno delle spranghe, questo era da solo e l’ha ucciso a pugni, è strano, qui si potrebbero fare un po’ di pagine di psicologia, sociologia, ambiente urbano, questioni di genere, retaggi della sottocultura patriarcale, influssi dei modelli dominanti. E altri interrogatori, e discussioni fra l’ispettore e un investigatore privato con il cappello, magari anche uno strizzacervelli per il fidanzato superstite, che forse non la racconta giusta, e il trauma, e tutta questa storia, che già è assurdo e tremendo uccidere uno perché ti ha fatto i fari, ma se poi non te li ha fatti, che cazzo stiamo qui a dire? Uno bravo farebbe un po’ di pagine, io non sono capace, sono già stufo, tanto lì si deve arrivare: il dosso artificiale. Nella stradina del quartiere residenziale c’è il dosso artificiale per far andare più piano gli automobilisti, e a questo punto avete capito già tutto, no? Quando il muso di un’auto si alza a scavalcare un dosso, si alzano anche i fari, e da anabbaglianti vanno in una posizione da abbaglianti, e fa l’effetto di un lampo. Il rincoglionito violento nella macchina davanti ha creduto che quel lampo fosse che gli facevano i fari, si è fermato, è sceso e ha ucciso il guidatore dietro. E quindi il titolo è L’uomo che fu ucciso da un dosso artificiale per interposta persona. Bello, no? No, in effetti no, è una cazzata, non è il mio mestiere, e infatti io mica l’ho scritto questo racconto, stavo solo dicendo che appunto mica lo scrivo. È la notte di Natale, non ho voglia di uscire, ora mi faccio una tisana e vado a letto.


Scritto nel 2015.

Il compreso e l’incompreso

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Traslocare mobili con qualcuna che ami
è bello e fa ridere
questo è comprensibile a tutti
tranne forse qualche pigro.

Non avere notizie di qualcuna che ami
dà un’angoscia profonda
questo è comprensibile a tutti
tranne in qualche specifico caso.

Non baccagliare qualcuna che ti piace
dà un malessere pungente
questo è comprensibile ad alcuni
ma con molti distinguo.

Avere una grave malattia
è una grossa disgrazia
questo è comprensibile a tutti
direi senza eccezioni.

Girare a caso in bus nelle periferie
è piacevole e dolce
questo forse è meno comprensibile
ma non importa.

Essere schiacciati dai debiti
è ansiogeno e depressivo
questo è comprensibile a tutti
sia pure con diverse filosofie.

Morire una persona amata
è un dolore di voragine
questo è comprensibile a tutti
con una varietà di reazioni.

Morire noi
è il tragico finale
questo sembra comprensibile a tutti
ma forse non lo è.

Eccetera eccetera eccetera.
Sono giunto alla conclusione
che essere compresi o incompresi
non è poi così importante.

Anzi: non sposta quasi quasi niente.
L’importante
è che cosa succede, che cosa non succede,
che cosa puoi, che cosa non puoi.


Scritta nel 2015.

S’inclina il sole su Cavallermaggiore

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S’inclina il sole su Cavallermaggiore:
la terra è ciò che si vuole,
la morte, la vita, entrambe le cose,
nessuna delle due – ma è malinconico
il buio, il freddo, lo è e basta:
son nauseato di figurazioni,
la nebbia nelle viscere è la nebbia,
il duro del ciglio della strada
su cui mi vorrei coricare
e rannicchiare
e non pensare
più
non mi rimanda a nessun concetto
lalalà lalalà.

Quanti begli approfondimenti madama Dorè:
a chi li vuoi maritare?
Tre filosofie sul comò,
il dottore si ammalò
nell’ultima luce della sera:
non vuol sapere perché si dispera.
Sotto il ponte di Baracca
l’odore della muffa e della cacca
mi sembra ridere, ma
è mia immaginazione.
S’inclina il sole su Cavallermaggiore,
la terra è ciò che si vuole,
cioè non è – ma fa
di noi ciò che vuole.


Scritta nel 2015.

L’uomo che sapeva della scolopendra gigante

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Wladim si svegliò e si alzò dal letto verso la metà della notte. Gli succedeva spesso. Talvolta aveva sete, talvolta bisogno di orinare – la seconda eventualità era diventata più frequente con l’età. Quella notte entrò in cucina, accese la luce, e non subito, ma dopo qualche secondo scorse qualcosa di nero muoversi sul pavimento. Guardò meglio, e distinse la sagoma di un animale vermiforme, segmentato, con molte paia di zampe. Sembrava una scolopendra, ma aveva la lunghezza di un gatto.

Wladim si ritrasse indietro, sorpreso e allarmato. Non poteva esistere una scolopendra di quelle dimensioni. Inoltre, in tanti anni, mai gli era entrata in casa una scolopendra: tutt’al più qualche piccolo scarafaggio, di quelli che infestano a volte le cantine delle case di città.

Prima che la sorpresa di Wladim potesse trasformarsi in vera e propria paura, l’animale corse velocemente verso la portafinestra del balconcino, che era socchiusa, e svanì nella notte. Wladim si affacciò, osservò il muro del palazzo, lungo il quale la scolopendra gigante stava forse scendendo, ma non vide più nulla.

Bevve un bicchiere d’acqua – cioè fece la cosa che era andato a fare in cucina – e tornò in camera, agitato. Gli pareva di essere bene sveglio, di non avere avuto un’allucinazione. L’animale c’era stato, aveva l’aspetto di una gigantesca scolopendra, e all’accendersi della luce era fuggito veloce proprio come fanno gli scarafaggi. La sua sagoma era rimasta bene impressa nella memoria visiva di Wladim.

Pensò a che cosa poteva fare. Chiamare la polizia? Chiamare un amico? Raccontare quello che aveva visto nel cuore della notte nella propria cucina? All’idea di parlare con qualcuno, si sentì invadere da una grande stanchezza. Dire, spiegare, e probabilmente non essere creduto. Una desolata, fastidiosa spossatezza gli toglieva la voglia e l’energia.

Per tutta la vita Wladim aveva sostenuto certe sue personalissime idee sulla vita, sulle relazioni, sull’amore, sul mondo. Idee in cui lui credeva profondamente, ma che nessuno mai prendeva sul serio. Era abituato a non essere preso sul serio, e talvolta s’incaponiva, si appassionava a sostenere le sue tesi impossibili, quasi si divertiva nello scontro con l’indifferenza o con lo scherno.

Ma, sulla soglia della vecchiaia, si sentiva ormai stanco. Verificò che tutte le porte e finestre fossero ben chiuse, e si rimise a letto. Avrebbe deciso l’indomani se raccontare o no ciò che era accaduto. Quasi con sorpresa, si accorse che l’agitazione passava, che subentrava una pacata rilassatezza: tornò a letto e si addormentò.

L’indomani, decise con facilità che non avrebbe raccontato niente a nessuno. Se la gente non prendeva sul serio le sue idee, che erano serie e fondate, figuriamoci una scolopendra gigante: tutti avrebbero riso di lui. Perché sottoporsi a una tale gogna? Era stanco. Senza nessun rimorso, stabilì definitivamente che l’animale sgusciato via dalla sua cucina sarebbe rimasto un segreto.

Passarono due mesi e mezzo, forse tre. Sulle pagine dei giornali, sui siti, nei blog cominciarono a circolare strane notizie, prima frammentarie, poi più articolate: parlavano dell’invasione di un pericolosissimo animale sconosciuto, che si riproduceva a una velocità incontrollabile. L’animale aveva l’aspetto di una scolopendra gigante.

Le fonti ufficiale dapprima smentirono, poi furono costrette ad ammettere qualcosa, e infine a dichiarare che sì, era in corso un’invasione pericolosa di animali non identificati, simili a grandi scolopendre.

Nelle trasmissioni televisive gli esperti mettevano l’accento sul ritmo di riproduzione dell’animale, che si moltiplicava in modo esponenziale. Calcolando dal numero presunto di esemplari oggi, spiegò un biologo, possiamo immaginare che i primi focolai risalgano a tre mesi fa. Se li avessimo scoperti, forse avremmo potuto stroncarli sul nascere. Ora probabilmente è troppo tardi.

Un entomologo spiegò che l’animale aveva la struttura di un insetto: la forza dell’insetto sta nella sua semplicità, nell’assenza di sistemi complessi respiratori e circolatori. Ma tale semplicità funziona se l’organismo è di piccole dimensioni, così che le parti interne possano ossigenarsi in presa diretta, senza un vero cuore né veri polmoni, e sotto la direzione di un cervello rudimentale. Come poteva un meccanismo così elementare essersi adattato alle dimensioni della scolopendra gigante? Questo era il mistero e questa era la minaccia principale: un animale più grosso di un gatto, ma con la resistenza di uno scarafaggio, è invincibile, sovverte l’ordine della natura.

Le scolopendre giganti non sembravano velenose e non erano nemmeno aggressive, ma avrebbero rapidamente sommerso e distrutto il pianeta con il loro stesso numero, come un’immensa marea nera brulicante di zampe. Poi forse si sarebbero a loro volta estinte, per mancanza di nutrimento – ma a quel punto per l’umanità sarebbe stato troppo tardi.

Le notizie, gli studi, i dibattiti si mescolavano alle fantasie e alle bugie. I religiosi parlavano di castigo divino per i peccati di donne e uomini; altri sostenevano che era stato l’inquinamento a generare i mostri, benché non fosse chiaro il modo. Gli esperti nelle riunioni segrete ipotizzavano una possibile salvezza per piccoli gruppi selezionati di umani, da rinchiudere in bunker sotterranei con acqua e provviste per un lungo periodo, in attesa che le scolopendre giganti completassero il loro ciclo di invasione totale e poi estinzione per sovrappopolazione. Ma questo non lo si poteva dire agli otto miliardi di abitanti del pianeta, destinati a soffocare in un oceano di mostruosi insetti.

Wladim se ne stava in casa a sentire le notizie. Meditava in particolare su quel fatto che, se scoperte due o tre mesi prima, forse le scolopendre si sarebbero potute fermare, annientare in tempo. Chissà se era vero. Wladim era stanco, non sentiva rimorso per essere rimasto in silenzio. Tanto, non lo avrebbero preso sul serio: era abituato. Andò in cucina a prepararsi qualcosa per cena. Il pavimento, per il momento, era sgombro e pulito.


Scritto nel 2015.

Criterio

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il poeta veste di parole il grido
preumano che esce dalla gola del folle:
così vestito il grido
sembra essere riconosciuto
– ma è illusione, è indebita
proiezione: nel grido preumano non c’è
intenzione né comunicazione

sommessamente intorno
l’amore dichiara
dov’è la realtà
– non ci s’innamora d’un epifenomeno, dice:
ed è l’unico criterio postulabile
per un tratto d’esistenza
quasi possibile


Scritta nel 2015.

Impression poète vivant

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,

colgo colori odori
immagini scenari
parole come odori
violenti desideri
d’una donna, d’un’azione
– e non conosco
il disegno

ho impressioni come indizi
dell’esistenza e
dell’indecidibile bellezza
di te, di me

cento indizi non fanno una prova
eppure ho visto
giudici sbrigativi
come gente comune
contentarsi, condannare

cento impressioni non fanno una conoscenza
ma esiste un’altra via
per la conoscenza?
voi siete sicuri, voi
che dite di conoscere?

io no, io non conosco
il disegno, forse
non lo voglio conoscere
non lo reputo utile

come in un gioco enigmistico truccato
riempi con la matita
casella dopo casella
fino al punto in cui ecco
l’intero foglio è nero
del nero della morte

che lavoro sprecato
ma ognuno inganna il tempo
come vuole, come può
– io colgo colori odori
immagini scenari

poi scenderemo insieme
senza nemmeno accorgerci


Scritta nel 2015.

Le spalle

Tag

, ,

Y besaba después,
con su mal fingido deseo,
el hombro desnudo
de una muchacha cualquiera
.

Juan Manuel Muñoz Aguirre

Le spalle nude delle ragazze dove
appoggio o vorrei appoggiare le mani
per farmi saldo nell’offrire e prendere
calore sono l’infanzia, la terra
dove non sono cresciuto, i cani
che non ho portato a correre nei prati:
sono il luogo che al sogno dà acqua e materia,
il paese dove nessuno mi conosce,
da cui partii non so quando in esilio
forse volontario, e ritorno talvolta
per un’ambigua nostalgia, fingendomi
lo straniero che sono: curioso, incantato
nell’osservare ciò che la gente del posto
con amorevole brusca confidenza
senza guardare afferra, usa, gode.


Scritta nel 2015.