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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi tag: cose di dentro

Notte di Ferragosto

16 mercoledì Ago 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, costume, scenari

A Torino, notte di Ferragosto, i suoni
sono diradati: meno motori, più voci,
qualche tonfo, un aereo che passa, lo sciacquone
dei vicini di casa, più voci,
forse un uccello notturno al terrazzo,
un frullo m’è parso,
una radio da un’auto che apre la portiera
per far scendere una donna, più voci,
m’arriva persino il lusso
d’un suono di pianoforte da una finestra
aperta, gialla: ho mestiere abbastanza
per ambientarvi una notte in pochi versi,
volendo, ma
non m’interessa più. La domanda è che cosa
avvicina o allontana le persone,
qualcosa di mutevole che talvolta
allontana chi aveva avvicinato o
viceversa, benché il viceversa
mi sembri più raro. Prima, rincasando, ho visto
quattro neri all’angolo a far nulla, in piedi,
un quinto passa in bicicletta e li saluta
nella notte lucida, veloce: che cosa
li unisce? Ridono e domani
uno sgarbo potrebbe far luccicare coltelli,
la donna scesa dall’auto ha salutato
gaia, potrebbe già piangere stanotte
per un messaggio, per un malinteso. Che cosa
avvicina o allontana le persone, alterna
l’indifferenza all’ansia, il desiderio
alla repulsione? Quale ricercato valore
fa sopportare la monotona vicenda
dell’angosciosa quotidianità – e d’un tratto
non sopportarla più? Quale braccio di sentimenti
cinge le persone che chiacchierano, litigano,
si salutano in un intricato fibrillare
d’impulsi opposti, di capovolgimenti
accettati con rassegnata
serenità rabbiosa, come in natura lepri
che brucano l’erba e se scende il falco, scende
– ma contemporaneamente, contraddittoriamente
fanno progetti, mutui, promesse d’amore
quasi tutto fosse eterno e stabilissimo?

Notte di Ferragosto, ora più sommessa,
un rumore imprecisato, forse un portone
– sono molti i rumori indecifrabili
in qualsiasi notte o giorno – più voci
da lontano, forse un bambino
pone istanze a una madre, ma è
solo una congettura, una scena
da immaginare. Non so nulla delle vite
e dei loro perché, del prendere e lasciare
e gioire e soffrire di cose a me incomprensibili.

Una voce e un viso mi bastano per
costruire mille vite che tutte vivrei
veramente, interamente
– ma è che anche una poesia, se mi viene in mente
e scorrono le parole in testa ma non posso
scriverla subito, abortisce.
Così è dei sogni: anticipando
una realtà, la bruciano: nulla mai accadrà
di ciò che si sogna. Bisognerebbe non sognare,
forse è così che fanno le persone
che chiacchierano all’angolo in circolo:
nulla immaginano, nulla s’aspettano
e consentono dunque alle cose di avvenire
– però è strano, perché fanno i mutui, i progetti,
le promesse d’amore, io non capisco.

Fa niente. Ora è davvero silenziosa la notte,
mi metto a letto. Nel socchiudere gli occhi
è eterno ogni amore, senza alcuna promessa:
vivo ogni vita che davvero vivrei.


Scritta nel 2017.

Testimoni

10 giovedì Ago 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, amore vissuto, cose di dentro

Quando sbadiglio mi metti
l’alluce in bocca, poi sentiamo
il carillon che ti regalai, dici,
quando fingevo d’amarti.

Ma io non fingevo, t’amavo
e t’amo ancora. Domandalo
ai letti, alle case, alle panche, ai soffitti,
all’erba piegata dal vento, ai canali,
alle biciclette, ai jukebox, ai rondoni,
ai campanili, ai pullman, ai tubi,
alle tazze, alle strade sterrate,
ai vagoni, ai caffè, alle stazioni,
ai baci e agli abbracci: vedrai
che, unanimi, lo confermeranno.

Le cose vedono meglio di noi.


Scritta nel 2017.

Mamma mi prude la schiena

08 martedì Ago 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, linguaggio, scenari

sul tram tre una bambina dice
mamma mi prude la schiena
lo dice benissimo, non in bambinese
né in affettato adultese
né in televisionese, no, dice proprio
semplicemente
mamma mi prude la schiena
lo dice come è naturale che sia detto

con tutto che è vestita da bambina borghese
{borghese è tutto, tranne qualche
emarginato [ma (solo) qualche]}
con gonnella rossa sbuffante
e maglietta con principessa bionda

assomiglia moltissimo alla madre
sono belle le bambine che assomigliano alla madre
cioè, non è che siano belle
ma è bello <è divertente> che assomiglino
e possono poi essere anche belle

al padre no, non è così divertente
per una femmina assomigliare troppo al padre
è controproducente, può avere
tratti troppo virili, grossolani

assomigliano al padre le tre sorelle E.S.
in particolare la più piccola, T.
ma anche E. sta sviluppando con il tempo
un germe in tale direzione
non però in modo preoccupante

non dovrei andare a parare sempre lì
perché non dovrei?
paro dove mi pare
e divago quanto voglio divagare
[con tutte le parentesi che voglio]

maledetta tastiera che resta indietro al mio pensiero
le lente tastiere di Dover
ascoltando la bambina sul tram tre
mamma mi prude la schiena
ho pensato che vorrei rinascere
con un’altra lingua
e un altro corpo e un’altra voce

ho assimilato così tanti accenti e sintagmi
che le parole non mi sembrano mie
[le decido io, eppure]

ecco per esempio questo «eppure»
io da ragazzino non dicevo «eppure»
così come inciso, «eppure»-punto
e poi ho cominciato a sentirlo
e poi a dirlo
è ciò che voglio veramente?

anche
«è ciò che voglio veramente?»
è frase non del tutto mia
l’ho assorbita da qualche gergo

vorrei raschiare via tutte le parole
e come un giardiniere
liberate le aiuole
farle ricrescere dai semi,
dai semi antichi, farle rigermogliare
dalla loro preistoria
come sono veramente

dev’essere un mio problema remoto
perché da ragazzino m’ero inventato una lingua
– dico da ragazzino per evitare il TSO
ma a essere sincero
ci lavoravo su ancora verso i trent’anni –
una lingua solo mia, perfettamente inutile
ma perfettamente aderente
a me

poi ho smesso, per fortuna
ho smesso per via del <perfettamente inutile>
era però divertente
era complicatissima e affascinante

l’inverso del sempliciotto esperanto
non una lingua per comunicare con tutti
ma una lingua per comunicare con nessuno
difficile, inutile, divertente

poi ho voluto farmi capire
e sono pieno delle parole vostre
dei vostri accenti, delle vostre inflessioni
mi sono rivolto all’esterno
un poco

un caffettino, relazionarsi
si faccia attenzione
la mancanza d’empatia si manifesta

certe volte che capogiri, che capogiri
cade in vertigine il mio scheletro muto
spolpato

com’era Cenerentola, che le sorellastre
quello è mio, quell’altro è mio, ladra
la lasciano nuda
(nuda di un nudo disneycompatibile)
perché s’era vestita di roba scartata da loro
ma pur sempre loro

voi tutti potreste spogliarmi
delle parole che vi ho rubato:
io ne ho di mie, di veramente mie?
non lo so più

le parole, razionalmente lo so, dovrebbero essere
di tutti e di nessuno
come la donna di malaffare
(dio mio quanto amo le donne di malaffare)
di Max Manfredi:
di tutti e di nessuno,
come una lingua, come un altare

però non so
nella donna mi ritrovo se la abbraccio
avesse anche abbracciato e abbracciasse
un milione di altri uomini
fra le sue cosce riconosco me:
lei, di tutti e di nessuno, fa esistere me

la parola se non la riconosco
come generata da me in millenaria ontogenesi
non la so decifrare in voi, in te
nell’improbata filogenesi
parallela (parallela? come verificarlo?)
<difficile spiegare, difficile>
ed è capogiro, abisso, decomposizione
oltre che ovviamente
incomunicazione

{psichiatricamente potrebbe essere un io fragile il mio:
l’io forte avrà forse – che cazzo ne so? – un nucleo
invariante [plasticamente invariante? (è sensato?)]
che permane “io” nel sansebastianico martorio
di verbifrecce altrui, schizzi di carne e sangue, permane
– no, non lo visualizzo, è una cazzata}

{pure, come dicevo, se potessi rinascere
con un’altra lingua, un altro corpo,
altre parole, altra voce, altro tutto, sarei io, iissimo:
ho allora un mio solido nucleo
preverbale, prelinguistico, preformale,
precarnale, prepsichico, preontologico, lasciamo stare, boh}

nello smottare rovinoso dei sociali sintagmi
m’annovero disperso, smateriato:
è troppo abile il nemico
nell’espropriarmi l’anima
avocandola al suo lessico deviato

la palla candida che voglio lanciare
me l’annerisce mentre ancora ce l’ho in mano:
la lascio, inutile, cadere

mamma mi prude la schiena
l’ha detto bene però la bambina
sul tram tre, ho sentito quella schiena
prudere, normale, come fosse
prima d’ogni linguaggio
schiena davvero

poi cambierà anche lei, ma per oggi
è stato così


Scritta nel 2017.

Mondi perduti

25 martedì Lug 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ 1 Commento

Tag

cose di dentro, linguaggio, scenari

È che la famosa frase
d’un film di fantascienza
citata qua e là
«ho visto cose che voi umani»
in punto di morte, io credo
la potrebbe dire chiunque
il genio come lo scimunito
come un passero, un albero forse:
abbiamo tutti visto cose
che soltanto noi, soltanto noi
– ed è un rimorso strano, scomparendo
non averle sapute raccontare
davvero bene, così bene che l’altro
le vedesse anche lui.


Scritta nel 2017.

Disse

12 mercoledì Lug 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

≈ 1 Commento

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adolescenza, cose di dentro, scenari

tutto mi spaventa quindi sono tranquillo, disse
l’abisso della libertà
m’angoscia meno dell’abbraccio
del determinismo: se tutto va in nulla
è a modo mio che mi voglio divertire

toccare con la lingua la volontà d’un dio
toccare con la psiche la vulva d’una donna
sono modi di cessare il viaggio, disse
ma il viaggio cessa anche senza che si faccia
nulla di tutto questo

diamo un poco di ritmo, diamo
un poco di ritmo a questi sobbalzi, disse
è a modo mio che mi voglio divertire
mentre siamo sul carro diretti al cimitero
creo mondi fantastici

signorina, lo vuole un mondo fresco
intanto che aspettiamo qui in quest’afa
che il nostro numero appaia sul pannello?
ci so fare, vedrà, glielo modello
su misura, le calzerà a pennello

tutto mi spaventa quindi sono tranquillo, disse
non ho cortili di cui avere nostalgia
né radici rassicuranti: mia madre pianse
nel vedermi innamorare
dell’abisso, io non la consolai

viaggio talmente scombinato, disse
che se pure decidessi di voltarmi
non saprei verso dove; scenderò
a una fermata imprevista qualsiasi
senza idea di che strada ho percorso

ma contento, abbastanza contento
d’aver fatto donne con odori di donne
e città con ombre di città e sentieri
con suoni di sentieri e me stesso
con strisce luminose di me stesso

e amori distillati come essenze
da vite di bellissime ragazze
da restituire: ne mettano due gocce
sul collo, si respirino, diventino
l’infinità che sono


Scritta nel 2017.

Tentazione

09 domenica Lug 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Voglio stare tranquillo.
Voglio un anno luce cubo
di succo di mirtillo,
sette pianeti di ragazze gradevoli,
tre chili di pesche
e un libro o due.

Ma no, lo so
che non mi basterebbe.
Meglio lavare i piatti
e mettere su gli spaghetti.


Scritta nel 2017.

Ciò che si vede adesso

05 mercoledì Lug 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

anche nelle cose più semplici
non si finisce mai di penetrare
c’è sempre un senso oltre

talvolta ho intuizioni
su versi di canzoni
dopo decenni che le ascolto

e questo è un esempio banale
immagina le vite
immagina le persone

d’altronde l’universo finirà
eppure a un certo punto
fa bene amare odiare innamorarsi

così proclamando eterno
senza ieri né domani
ciò che si vede adesso


Scritta nel 2017.

Dormire abbracciati è una gioia durante

13 martedì Giu 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro

Dormire abbracciati
è una gioia durante:
è importante
per uno come me che le cose
quasi sempre le gode più dopo:
perché durante c’è ansia,
ansia di dire, fare, capire, ascoltare.

Dormire abbracciati
se sento il tuo respiro
regolare, sereno, un respiro
contento, e se sono
contento io di sentirlo
c’è dentro tutto, non c’è nulla
da dire, fare, capire, ascoltare:
è felicità in atto.

Non importa nemmeno
chi sei tu, chi sono io, e questo
non importare chi si sia
è meraviglioso, eppure
per molti è orribile: molti
ci tengono troppo a essere sé.

Forse è
che io ho un io così fragile
che gode a non dover essere qualcuno,
forse è
che altri hanno un io così fragile
da voler essere sé in ogni momento
senza eccezione alcuna,
forse è, forse è,
ma mi annoia la psicologia, quel che so
è che dormire abbracciati
è una gioia durante.

Poche sono le cose che so.


Scritta nel 2017.

Lounge

02 venerdì Giu 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, scenari

Calici di liquido ambrato,
ragazze in sottoveste,
strano posto.
Tu e io qui per caso, fuori luogo
e in luogo, tu e io
lontani, vicini.

Concordano gli opposti,
discordano i composti:
occorre sorpresa,
la noia sorprende,
si guizza, s’attende.

Domineranno le parole
– di cui non m’importa.
Tu mi metti una mano su una spalla,
dici «povero Moli»
e ci si sente soli, ma in fondo
non più che altrove,
non più che dappertutto.

Cappelli di paglia,
zainetti colorati,
piedi nudi
ma attenta – dice – poco fa
s’è rotta una lampadina:
la ragazza osserva cauta il pavimento,
non rimette le scarpe.

Gonne a strisce verticali
su tacchi sottili, abat-jour:
non ho nulla da stare a badare,
non ho nulla che debba spiegare.

Una puttana mi domandò
perché scrivo così piccolo,
disse che non sembro avaro
da voler risparmiare sulla carta:
non sono avaro, infatti, è che
mi sono abituato da piccolo
a scrivere così piccolo
che l’essenziale rimanga segreto
pur dicendo, sinceramente, tutto.

Abiti verdi trasparenti,
biglie di vetro in fragili bicchieri,
certe cose di ieri
si sfilano dai quadri di crepuscolo
del moderno quartiere.

Io abdico
al mio trono di carte:
non ho nulla da stare a badare,
non ho nulla che debba spiegare.

Una cravatta rossa,
una fetta d’arancia,
mi metti in bocca della cioccolata:
sui risi, sui bronci
noi voliamo a sideree distanze.

Una frangia tagliata di sbieco,
una lieve catena su un seno
che si offre soltanto per gioco
da uno scollo elegante.

Tu la più seria, la più sorridente,
io m’arrendo, mi sciolgo dall’ansia
del mio ingenuo comprendere niente:
sotto il trono di carte disegno
un nuovo regno.

Scende una lunga treccia
al centro d’una schiena:
non c’è voglia né pena
e quieto, benevolo, osservo.

Sono sempre per caso le cose migliori,
una donna discorre in spagnolo,
serenamente solo
tocco finalmente con le mani
il mio corpo ribelle, sento chiara
nelle dita la forma di me.

Un ragazzo in marsina e canottiera,
una nerovestita cameriera,
non mi serve furore né macello:
il mio detonatore innesca il bello
che c’è in te, benché tu non lo creda.

Le luci si sono attenuate,
fra poco la scena va in scena,
c’è chi porta una maschera rossa,
chi una bianca cintura.

Tu e io traversiamo
il palco variopinto:
per anni luce che ci allontanassimo
ci troveremmo accanto.

Io confuso, di quasi nulla accorto,
tu intenta a sviscerare ogni dettaglio,
mescoleremo i quaderni di bordo:
vedrai quanto impiegheranno
tutti gli altri
a smaltire l’abbaglio.


Scritta nel 2017.

Carme preadamita

26 venerdì Mag 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, linguaggio

il mio peccato, Dio,
è che in Eva desidero Eva
non simboli né lingue né scritture:
so che ciò è d’inaudita violenza
– è mia natura

il mio peccato è che
non che mangiare quel frutto
vomiterei tutti i frutti precedenti:
tornerei puro com’ero
prima che tu, Dio stronzo, mi creassi

Eva ne ha preso come tu volevi
Dio pagliaccio travestito da serpe:
ti s’è consacrata
ha diverse esigenze
– è tua schiava

io resto solo
bestia ferita a latrare per selve:
ma che dal profondo
a te, Dio astratto, si levi il mio latrato
scòrdatelo


Scritta nel 2017.

La valigia stipata

24 mercoledì Mag 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, viaggio

Sulla panchina il pensionato parla
all’altro pensionato, dice
la sua preoccupazione: «Mia figlia
ha un contratto per un anno, ma poi?»

Poi
la vita è una valigia che stipiamo
di cose per il viaggio, per essere sicuri:
scarpe pesanti, dovesse mai piovere,
tre paia di mutande, meglio quattro
che magari si suda, due maglioni
perché è estate però non si sa mai.

Poi
in qualche fessura rimasta, infiliamo
(talvolta con senso di frivola colpa)
ciò che conta davvero.


Scritta nel 2017.

Della prostituzione

06 sabato Mag 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, cose erotiche, impegno civile, scenari

Il desiderio di calore di pelle,
di fragranza di seno, d’umidore
di grembo fresco odoroso, di pube
salino, di solco luccicante
come fra palpebre, il desiderio
di fiato nei capelli, d’eco
incarnata d’orizzonti, di guizzo
di membro agli orli, di sapore
di schiena, di collo, di quiete
sussurrata al traboccare, d’umore
versato e colto, il desiderio
che in fondo è semplice, ma più in fondo
è complesso, divino, se non può
appagarsi in miracoli concordi
di reciproca pura attrazione,
allora piuttosto che millantare
confusi ambigui amori
con spergiuri, ridicole finzioni
fintamente credute, volgari sottintesi
in progetti collusi, è meglio, molto meglio
un biglietto da cento, ricevuto o dato,
è onestamente, lealmente, qualcosa.


Scritta nel 2017.

Una breve esistenza

01 lunedì Mag 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, paesaggi

Sul lungopò ho osservato turbinare
nell’aria i batuffoli dei semi;
più in giù, verso l’acqua, fiori
bianchi a ombrello, non so il nome della pianta.

Il fiume andava lento, sotto il cielo
rannuvolato. Poi mi sono seduto
nel dehors del Family Bar di corso Brianza,
l’unico aperto nella zona. Scrivo
su un tovagliolo di carta. Amo questo,
le case l’erba l’acqua le persone:
amo le cose
e con lo sguardo attribuisco loro
sollevandole in nitida luce
una breve esistenza, prima che
risprofondino nello sfocato
divorare, divorarsi, nella legge
della natura oscura.

Uscito alla porta il barista
fuma una sigaretta, legge
sul telefono qualcosa.


Scritta nel 2017.

Perché faccio poesia

16 giovedì Feb 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, letteratura, linguaggio

ogni tanto in qualche intervista
qualche presentazione
mi chiedono
perché faccio poesia
e non so mai rispondere

oggi una risposta
m’è venuta in mente

faccio poesia perché
non posso vivere solo annusando
come un ignaro animale
ma nello stesso tempo
il mio verbo non crea il mondo

conoscenza senza onnipotenza
sapere senza potere
è una fregatura

ho un linguaggio inutile
devo almeno renderlo bellissimo


Scritta nel 2017.

Glottomachìa

10 martedì Gen 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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Tag

cose di dentro, linguaggio

Siamo generati dal linguaggio, sono
io generato dal linguaggio, suggerisce
la filosofia. Ma se io sono
generato dal linguaggio, perché
mi nacque una nascita animale
e mi ucciderà una morte
animale, per nulla diversa
dalla morte d’un gatto o d’un insetto?

Il linguaggio è un inganno provvisorio
fra il muto vero del nascere
e il muto vero del morire.

E per questo suo inganno abominevole
io lo odio, il linguaggio, lo riduco
a vile strumento, lo uso per cercare
odori, orgasmi, estasi
eterne quanto il muco
da cui sguscia il feto,
quanto il fetore della putrefazione,
quanto la meraviglia della
vorace voglia d’un coito, d’un colore.

E lui odia me. Lottiamo da sempre:
lui sa che ho bisogno di lui,
dei monconi di senso
che pendono dalle parole
come da rami secchi frutta guasta
ma necessaria;

io so che ha bisogno di me,
che senza la mia carne e il mio sangue
cesserebbe all’istante
come un film sullo schermo
se manca la corrente.

Lotto come una bestia ma vorrei
perdere, in fondo: vorrei che esistesse
un verbo astratto, scarnato, dissanguato,
fuori dal ciclo di gorghi e polluzioni:
un luogo dove salvare gli amori.

Ma a generare il linguaggio protervo
fu un bollire di miasmi, fu un breve
alzarsi umile di steli da un fango.

Nessuno vince. Finiremo, finiamo.


Scritta nel 2017.

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