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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi tag: scenari

La parrucchiera in via Livorno

24 mercoledì Mag 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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linguaggio, scenari

In via Livorno strisce di rose
s’alternano a erbe incolte vigorose
in proporzione che a me pare giusta
fra cura e non cura, fra volere
e lasciare che sia. Il mattino di maggio
è bianco afoso, sudo nella maglia
senza fastidio. Lentamente cammino
con la borsa della spesa: ho comprato
due o tre cose più o meno necessarie.

La parrucchiera scopa via la polvere
dal gradino del moderno negozio
con scritte inglesi sui vetri: extension
in offerta. È bionda, graziosa,
muove la scopa in cerchi d’una danza
rituale, chissà se lo sa. Parrucchiera,
tu che conosci l’arte, se accetto l’offerta
potresti farmi un’extension dell’anima
perché io capisca davvero la tua vita,
perché non sia un’arcadia d’imbecille
mostrarti qui l’erba incolta, le rose?


Scritta nel 2017.

Le ciliegie di Jessica

14 domenica Mag 2017

Posted by carlomolinaro in prosa

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scenari

Tornando a casa da Porta Susa in via San Donato ho comprato cicoria e sedano dal fruttivendolo, che alla fine non è che costino di più, e non avevo voglia di entrare in un supermercato, i supermercati mi agitano, infatti al supermercato prendo il carrello anche se devo comprare due cosette che potrei tenere in mano, lo uso come deambulatore, mi dà sicurezza d’appoggio perché lì dentro mi gira la testa, quindi se posso evito, dunque ho comprato cicoria e sedano nella bottega del fruttivendolo, e c’era un banchetto di ciliegie, belle davvero, sei euro al chilo, mi sono detto ma sì, mi tolgo la voglia, prendo mezzo chilo, che poi non è tanto sei euro al chilo le ciliegie, devi calcolare che è lungo raccoglierle, un po’ come i mirtilli, si lamentano che i mirtilli in città costano un sacco e in montagna è pieno, sì però allora vai tu per i sentieri e vedi quanto impieghi a fare un chilo, io ci ho provato, non siamo sfruttatori, il lavoro si paga, insomma compro le ciliegie e la ragazza al banchetto, mai vista prima, mi chiede se le ho assaggiate, e io le dico che no ma mi fido, e lei dice «io sono Jessica» e fin qui non capisco il nesso ma aggiunge «sono io che le produco», è lei che le produce, cioè i suoi alberi, penso, non proprio lei, lei le cura e le raccoglie, appunto, è un lavoraccio, belle ciliegie davvero, poi mi dice anche il cognome ma ecco che mi è già sfuggito, mi viene Mongrando, Jessica Mongrando ma quasi sicuramente non è vero, Mongrando è un paese che fra l’altro non credo sia da ciliegie, lei mi dice il cognome così poi la trovo su Facebook con la sua produzione di ciliegie, ma io l’ho già dimenticato, niente, potrei mettere in Google «Jessica ciliegie», non so, una volta una storia è cominciata con una ragazza che una sera in un pub mi aveva detto solo il suo nome di battesimo e il suo paese di nascita, non so perché il paese, ma me l’aveva detto, e poi io avevo messo in Google solo quelle due brevi parole, tre lettere il nome e quattro il paese, e avevo trovato tutto tutto, prodigi della rete, ma «Jessica ciliegie» non so se funziona e poi non so se ho voglia di cercarla, è carina ma cosa possiamo fare insieme nel mondo, credo niente, ormai sono maturo e mi pongo queste domande, comunque il cognome mi sa che l’ho proprio dimenticato, la memoria è così, adesso mi è venuta in mente la massaggiatrice che mi massaggiò quando ebbi la polineuropatia nel 1982, Amalia Varano, no non è vero, Amalia Marano, con la emme, mai più vista da allora, perché mi ricordo le cose che non servono? Jessica mi ha venduto le ciliegie e la storia finisce qui, non tutto è eterno, lo sto imparando, lo dirò orgogliosamente alla psicoterapeuta, mi accorgo adesso che scrivendo sono passato dal passato prossimo al presente, è successo dopo l’inciso dei mirtilli, stilisticamente è criticabile però non importa.


Scritto nel 2017.

Della prostituzione

06 sabato Mag 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, cose erotiche, impegno civile, scenari

Il desiderio di calore di pelle,
di fragranza di seno, d’umidore
di grembo fresco odoroso, di pube
salino, di solco luccicante
come fra palpebre, il desiderio
di fiato nei capelli, d’eco
incarnata d’orizzonti, di guizzo
di membro agli orli, di sapore
di schiena, di collo, di quiete
sussurrata al traboccare, d’umore
versato e colto, il desiderio
che in fondo è semplice, ma più in fondo
è complesso, divino, se non può
appagarsi in miracoli concordi
di reciproca pura attrazione,
allora piuttosto che millantare
confusi ambigui amori
con spergiuri, ridicole finzioni
fintamente credute, volgari sottintesi
in progetti collusi, è meglio, molto meglio
un biglietto da cento, ricevuto o dato,
è onestamente, lealmente, qualcosa.


Scritta nel 2017.

I tramonti fra Chivasso e la Dora

03 venerdì Feb 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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linguaggio, scenari

«Sei un poeta dei miei stivali», disse,
annuii (è bello annu-i-i, come Minne-ha-ha)
e li osservai, avevano tacchi alti,
massicci eppure snelli, e la guaina
di finta pelle avvolgeva il polpaccio
(un polpaccio palpava una polpetta
in fondo al mare, tutta tentacolandola,
ma lei non cadde in tentacolazione)
fino al ginocchio, calze velate dentro,
provocante abbastanza, le dissi
che volevo provare a sfilarle gli stivali;
«sei un poeta del cazzo», ribadì, annuii,
il cazzo ha una sua importanza, dissi,
fra le altre cose, io davvero vorrei
in te inserirlo, nell’apposita fessura,
come il bancomat nella macchinetta
dei biglietti alla stazione, l’analogia
mi fece pensare ai viaggi, alla pianura,
ai tramonti fra Chivasso e la Dora.


Scritta nel 2017.

Calicanti e cartolerie

01 mercoledì Feb 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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adolescenza, scenari

m’ha di nuovo sorpreso il profumo
del calicanto, mi sorprende ogni anno
nel giardino di Vercelli, è lì
da prima che nascessi e mi sorprende
nell’inverno, quest’anno forse
ha ritardato un po’, ma non sono sicuro,
poi in corso Libertà sono entrato
nell’antica cartoleria Larizzate
che è antica perché lo è ma
non recita la parte dell’antica,
è riscaldata con una stufa a gas,
non l’ho vista, la stufa, ma ho sentito
l’odore del bruciato di gas, misto
all’odore dei quaderni, ho comprato
due notes piccoli, per gli appunti piccoli,
mi sono dimenticato di comprare
(ci avevo pensato in treno)
una matita, per scrivere sulle pagine
dei libri, segnare certi punti
nelle pagine dei libri, che a biro
è brutto, anche se poi non è
che si cancelleranno mai, chi vuoi
che cancelli annotazioni da un libro,
però lo stesso a biro è brutto,
è più bello a matita, queste cose
sarebbero tranquille, placide,
il calicanto, l’odore della stufa,
l’inverno, Vercelli, la matita,
e allora perché sto scrivendo con affanno,
picchiando sulla tastiera come servisse
a muovere tasti di vecchie macchine,
questi tasti di computer invece
basta sfiorarli, io li picchio, il calicanto
è una scia dolce in mezzo alla solitudine
oscura
ma io non so se le perdono, le scie
dolci, la signora della cartoleria
non ricordo la faccia, non avevo
voglia di guardare, poi al supermercato
un’ora con l’ansia e la noia
a cercare un surgelato
che mia madre voleva proprio quello,
un hamburger Findus, non lo trovavo,
poi l’ho visto, era uguale a tutti gli altri,
schifosissimo, le pesche sciroppate
no, mi sono arreso, ho chiesto al banconista
del reparto macello, lui ha detto non so
ma forse, non sono sicuro, ha detto,
in fondo all’ortofrutta, l’ultima parete,
le pesche sciroppate in effetti
sono un conflitto di caratteristiche,
sono frutta e sono scatolame,
tutto dipende dai canoni adottati
dal supermercato, è stressante, non basta
un calicanto a salvare una città
o una gioventù, se non altro cercando
pesche e surgelati è passata l’ora
della coda alla cassa
delle massaie pensionate gracchianti,
io le odio, cioè sì, me ne sbatto
della correttezza, io le odio,
si fottano, povere vecchine, crepino,
m’ha rotto il cazzo anche il calicanto
e la vecchia cartoleria, cioè no,
il calicanto lui è bello e anche
la vecchia cartoleria, la signora
non l’ho guardata perché temevo non fosse
abbastanza bella per la cartoleria,
non è che devo sempre guardare tutto,
certo Laborit disapprova
prendere pezzi di sottostruttura
e costruirci su un mondo e imporlo,
ma io mica lo impongo e non so
che altro potrei fare, il calicanto
ha buon odore, Laborit ha contraddizioni,
postula che esista una realtà
e che esistano relazioni fra le cose,
però non lo dimostra e
manco si accorge secondo me di postularlo,
d’altronde io se relativizzo tutto
non ho più voglia di fare un cazzo,
filosofia come scusa per non lavare i piatti,
inoltre me ne fotto
se poteva venire una bella poesia
sul buon profumo di calicanti e cartolerie,
ne ho già parlato di calicanti e cartolerie,
mio zio era cartolaio e aggiustava
le penne stilografiche, ma si fotta anche lui,
qui con nessuno ho mai scambiato
una parola che volesse dir qualcosa,
comunque allo zio cartolaio
gli hanno sbagliato l’anno di morte sulla tomba,
l’hanno fatto vivere sei anni in più,
mi sono accorto e l’ho mormorato
a un paio di parenti, le imprecisioni storiche
m’infastidiscono, ma a nessuno
importava, è rimasto così, sappiatelo,
non fidatevi degli anni di morte
sulle tombe dei paesi della pianura,
anzi fate così: non fidatevi di niente,
o fidatevi di tutto, chi volesse
poesie su calicanti e cartolerie
credo di averne già scritte, ora non è
che stasera sono incazzato, tutt’altro,
sono tranquillo, è solo
che mi sono rotto il cazzo, non so
se si capisce, calicanti e cartolerie
ma più che altro sbronze e nessuna ragazza
a Vercelli, e non è romantico, neanche epico,
è merda, oggettivamente, dovrebbe
essere chiaro, no? ho crediti con l’amore
ormai inesigibili, sofferenze direbbero le banche,
le banche sono più poetiche degli innamorati,
dicono sofferenze, noi siamo più smagati
forse, più probabilmente coglioni, ho crediti
con l’amore ma anche debiti
mai pagati, non so se si possono
detrarre quelli da questi, come
sui moduli delle tasse, non credo,
avrei voglia di scriverle a cazzo
le vostre e le mie sofferenze,
buttarle in mezzo, senza veli di metafore,
senza fare poesia, dal calicanto
strappare un ramo odorosissimo, avvolgerlo
nel foglietto del notes
della vecchia cartoleria, spremere
i fiori con le dita, profumarmi
le mani, agitarle per le strade, gridare
oui, je suis calicantò
oui, je suis papeteria
che non capiate un cazzo stavolta
è scelta mia

ma no, dai

m’ha di nuovo sorpreso il profumo
del calicanto, mi sorprende ogni anno
nel giardino di Vercelli,
ha piccoli fiori gialli


Scritta nel 2017.

Dai miei vaghi ricordi d’infanzia

06 venerdì Gen 2017

Posted by carlomolinaro in poesie

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infanzia, scenari

mi irrita nell’infanzia
il ricordo di una compiaciuta penombra irrisoria
che riduceva in piccole comiche tragedie
ogni cosa, dai cancri agli amori
con un identico, ebete, scuotere del capo,
ha il cancro, va là, fra sei mesi il funerale,
ha l’amore, va là, è roba da nulla, ridicola

ma mi rendo conto che non mi sto spiegando,
è difficile spiegare:
pensandoci, non ricordo qualcuno piangere, mai
se non bambini, o adulti per sciocchezze
rabbiose, materiali

sì, il Piemonte, la piccola borghesia di provincia
non so se basta come spiegazione

ma poi la cosa che mi irrita di più
a essere sincero
è quando mi succede ancora
di pensare che avessero ragione,
che fosse realtà quella penombra e illusione
ogni fuga nella luce, nel pianto

quando lo penso rapidamente uccido
la parte di me che lo pensa
ma non sempre è sufficiente

dal finestrino bel bus osservo
la striscia bianca di mezzeria che corre
nel sole chiaro, in corso Vercelli:
è bellissima, già muove meraviglia e nostalgia
e lacrime sapere
che non sarà più


Scritta nel 2017.

Penultimo giorno dell’anno

30 venerdì Dic 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Gli opposti si congiungono, sai
che non sono opposti, non lo sono
stati mai: sento in me un desiderio
fisico, carnale così forte
che nessuna donna potrebbe placarlo
con la carne, il cerchio si chiude
perché mai fu aperto: Angelica accorre
con cosce-nuvole, con fica-mare
odorosa, davvero sanno i morti
di violette, è alba il crepuscolo
che avvolgo in me, risorgono i gatti
dai cigli d’asfalto, dirado
con braccia non mie
il buio che non c’è, nessuno
ha mai avuto nulla se non
questo sogno che io, da tanto, conosco.


Scritta nel 2016.

Brucia Ferrariland

18 domenica Dic 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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impegno civile, scenari

brucia Ferrariland
e ne sono felice
odio i parchi del consumo
e l’invasione dell’automobile
e l’inganno disneyano
e gli sponsor
eccetera

questo si sa
l’ho sempre detto e scritto
ciò che focalizzo
è una sensazione nuova
dicendolo
scrivendolo

da secoli è il potere che decide
quali sono le bestemmie
quali cose dicendo
devi provare inquietudine
timore di farti sentire
dal vicino di casa

fu solitamente un dio
o qualche dittatore
ed è ancora così in certi luoghi

ma adesso
brucia Ferrariland e ne sono felice
mi dà inquietudine
c’è un movimento di devote vestali
e capi d’accusa d’inquisitori
la crescita
l’industria di qualità
l’occupazione
il design
l’indotto
le vacanze delle buone famigliuole
vergógnati
brucia Ferrariland e ne sono felice
sciàcquati la bocca
brucia Ferrariland e ne sono felice
pèntiti o saremo costretti
a prendere provvedimenti
apologeta di disastri
sovversivo
terrorista
brucia Ferrariland e ne sono felice
brucerai tu
tu

si comincia così
per ora
è una vaga sensazione di timore
brucia Ferrariland e ne sono felice
vagamente focalizzo altri fuochi
di patiboli
per ora lontani forse
ma è un’epoca veloce
brucia Ferrariland
e ne sono felice


Scritta nel 2016. In video qui.

Il salume

04 domenica Dic 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, parole, scenari

vidi una volta in un video porno nella vasta fica d’una fanciulla entrare
una mosca e subito uscirne, si era in un prato, d’umori
era rorida la fica, aperta, la mosca vi si era abbeverata
brevemente, mi parve eccitante la scena, molto bella la fanciulla, pensai
che volentieri l’avrei conosciuta – ma ciò non era possibile, era ella
un’anonima modella d’un video porno non sapevo nemmeno
dove girato, dunque dovetti accantonare l’idea di cercarla, osservai
tutto il video, si alternavano grossi cazzi nel culo e nella fica
della fanciulla, bella, e altre mosche talvolta volavano, poteva
essere un’estate di pianura in un punto qualsiasi d’Europa, dove

famiglie oscure stravolgono nomi e con nomignoli rivestono
gusci di sensi e sentimenti, non c’è un filo di vento che muova
i fantocci, è statica la ballata dei beati impiccati che impiccano
vite che in stretto tempo, macabre, si dimenano, subito
immobili come presa al collo la preda dalla bestia feroce
è carne macellata, cibaria del perpetuo genocidio
che ha nome natura – famiglie oscure stravolgono nomi
e berciano, scimmie oscene, nomignoli consacrati da comprofanare
in piccole orge di pessimo gusto: come vermi da teschi i tentacoli
si sporgono a ghermire parole vergini, tirandole alle fauci
molli di madri insaziabili, concettrici d’omicidi cicalecci, vidi

a Brusson uccidere una scrofa, fu issata ancora viva, enorme
guizzante sui ganci, sgozzata e quasi simultaneamente
tagliata per il ventre fino al taglio della gola, sgorgarono
gonfie e merdose le interiora, il sangue s’allargò su piastrelle
e grembiuli, mi parve eccitante la scena sacrificale
ma volgarissimi gli ambigui sacerdoti, irrispettosi, mirati
a un utile di salumi – così come se baciano una donna
mirano a un utile di case, di famiglie oscure che stravolgono
l’essere, sovvertendo la giustificazione in doppie partite
per chiudere cerchi di bilanci d’ovili, fuori dei quali
vaghino fiere di bellezza, penetranti insidie d’incubi divini
contro le quali afferman sia pietà l’esser crudeli: ed è

perché mai non si componga il desiderio a illuminare
la scena affascinante, insopportabile sarebbe di essa
l’inesorabile perdita, meglio stare chinati al riparo
di quiete zanzariere, giaculare stravolti nomignoli
tristissimi in penombre di salotti nauseabondi
anodini, cumulare bacini e soldini, convincersi che
sia il salume il perché del maiale sgozzato


Scritta nel 2016.

Là fuori

15 martedì Nov 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

i corpi delle donne sono là fuori
gli autobus sono là fuori
là fuori sono certi odori
e poche altre cose salvifiche
che talvolta m’inducono
a uscire da me
benché
le donne invecchino e muoiano
gli autobus vadano in rottamazione
svaniscano gli odori
sbiadiscano le cose salvifiche
sicché
spesso resto qui dentro
disse il pazzo
osservando già stanco il lucore
d’un nuovo mattino
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Scritta nel 2016 – ringrazio Franco Trinchero per la foto.

Il senso del Tutto

03 sabato Set 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Dice l’amico mentre quieti mangiamo
dell’uva americana: «È impossibile
che il Tutto non abbia un senso» – per lui
è scientifico questo, è matematico.

Per me è invece una dubbiosa fede:
nessuna scienza garantisce senso
né alle singole cose né al Tutto
– secondo il mio parere e il mio sentire.

Dialogando su questa differenza
penso che siamo entrambi
caparbiamente rimasti bambini:
ma non tutti i bambini sono uguali.

Lui da piccolo chiedeva della morte
agli adulti e restava insoddisfatto
delle risposte. Io non chiedevo nulla
e scappavo a sedermi in riva al fiume.

E dopo tanti decenni facciamo
ciascuno ancora le medesime cose:
lui, più incisivo, cerca soluzioni,
io, trasognato, assorbo sensazioni.

E sia poi come sia, come non sia.
L’amico e la ragazza sono belli
nella penombra, lui a torso nudo,
lei con la blusa e il reggiseno blu
a disquisire – lei vaglia curiosa
tutte le tesi, mentre si diffonde
nell’aria il buon odore del caffè.

Ha senso questa sera essere qui.
Per tutto il resto, forse, si vedrà.


Scritta nel 2016.

Latte di mandorla

28 giovedì Lug 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

Vorrei bere un anno luce cubo
di latte di mandorla, fresco, in un sorso,
e baciarti, e che tutto
fosse possibile.


Scritta nel 2016.

So palpare le ombre

17 domenica Lug 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

So palpare le ombre, so insidiare
da dentro la purezza del fanciullo
che sono: liberando in polluzione
nitidamente nascoste virtù.

Ho lasciato canizie nell’embrione,
imbiondisco alla fine del tramonto
che m’ha ingannato gli occhi: quasi più
non mi curo di ciò che è o non è.

Fluttua, parola, fluttua al litorale:
consumata la sabbia, c’è scogliera.
Non ho necessità di farti entrare:
perché da sempre t’ho tenuta in me.


Scritta nel 2016.

Percorso d’un sabato mattina

18 sabato Giu 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

I

Stamattina nella mia testa,
mentre aspetto il tram 3,
ci sei tu che mi dici
«vivi tutto nella tua testa»:
lo dici bene, proprio con la tua voce,
e mi viene da ridere.

Poi l’ombra del tram,
nel sole del mattino,
si sovrappone a quella delle foglie
dei platani di corso Regina
e ci salgo, sul tram,
fra la gente con le grosse borse
che va a Porta Palazzo,
forse fuori dalla mia testa
– ma come esserne certo?

II

Stare attento a quello che faccio
mi ruba sogno e sguardo, cioè vita:
non dico che non sia necessario,
dico che è alto il prezzo da pagare.

III

Sul lungofiume i cinofori,
qualche bianco pensionato,
i corridori sgargianti,
i ciclisti ronzanti
e io che lento, straniero, cammino.

IV

Sul tronco mozzo d’un albero abbattuto
erbe prendono vita, creando
una bizzarra forma vegetale.

L’albero morto di questo non sa nulla,
nulla sanno di questo i nuovi steli
germogliati per caso sul ceppo:
moriranno d’autunno, forse prima
se passerà una falce comunale.

E io, che osservo, so meno di loro.

V

In via Rimini porta una vecchia
un borsone a rotelle ancora vuoto:
va al mercato in corso Chieti.

Forse anch’io comprerò della frutta:
non posso stare
sempre a lato, a guardare.

VI

Sull’altro lungofiume c’è un sentiero
umido e stretto. Dentro un fiore azzurro
fa colazione un insettino verde.

Due cinofori s’incrociano. I cani,
mentre i guinzagli li tirano via,
compongono in guaiti lamentosi
il poema dell’impedito amore.

VII

In lungodora Voghera angolo corso Cadore
un’agenzia d’investigazioni
offre in vetrina
investigazioni accurate per scoprire
l’infedeltà del coniuge
e indagini patrimoniali per scoprire
quanto potrai spillare
al coniuge infedele.

Che tristezza assoluta.
Eppure tutto questo
è accettato, è normale.

Io se entrassi a domandare
indagini per sapere
lei che vestito ha messo stamattina
e se sorride, e quanto, e come sta
sarei guardato come un criminale.

VIII

Al capolinea del 77
giocano a palla tre ragazzi, dicono:
«le ragazze sono al cancello
ma non possono uscire»
«andiamo al cancello, poi escono»
«casa mia è libera».

Penso a Romeo e Giulietta,
a oscuri conventi d’orribili suore.

Ma è solamente un uscire fra poco
dal cortile d’una scuola,
e per fortuna c’è una casa libera.

IX

A San Maurizio credo Canavese
(ho preso un treno a caso)
minaccia pioggia il cielo.

Arabi e romeni alla stazione
parlano di cose di lavoro
e di famiglia. Gli alberi accucciati
attendono il rovescio, silenziosi.

X

Alla fermata dell’aeroporto
un viaggiatore con radi capelli,
con una giacca grigia come acciaio,
carica in treno una valigia a quadri
e se la tiene stretta fra le gambe.

XI

Passano orti e poi ortensie e campi
e recinti con reti lacerate
e boscaglie e viadotti al finestrino.

Io ne compilo l’inutile elenco
incompleto, seduto sul sedile
di stoffa decorata con triangoli
azzurri, rossi, arancio, neri, blu.

XII

Via Cecchi vista dalla stazione Dora
oltre l’immensa rotonda di cespugli
e d’erbe incolte di piazza Baldissera
dove più non ricordo cosa c’era
prima che tutto fosse raso al suolo,
è una via nuova, edificata oggi.

XIII

Torno a casa col bus 52.
Non ho comprato nemmeno la frutta,
non sono andato da nessuna parte.

XIV

Nella quieta stanza, riparato
dagli öh e dai vah che non mi fanno vivere,
io finisco di scrivere.

Tu torni nella testa e mi ripeti
le cose che già so. Però mi va
che tu sia lì: mi piace la tua voce.

 

 

Figura per il IV

 

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Figura per il VI

 

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Figura per il IX

 

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Figura per il XII

 

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Scritta nel 2016.

Nel mulino

09 giovedì Giu 2016

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, scenari

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Ti stringo
piano con le mani le caviglie
sul divano, ci accarezza
misteriosa la sera nel silenzio
della camera linda. Nessun albero è
perfetto come il seme che lo genera:
appena germogliato si contorce,
ingorga linfa a cercare sostanza,
dipana con fatica
fragili foglie assetate di luce.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Un dolore
mi percorre le braccia, raddrizzo
le spalle, sgranchisco i polmoni
per guadagnare aria. La gloriosa
disfatta brilla nel trionfare tenero
delle fronde mature, la bellezza
magnifica si piega al divenire
della realtà, paga il prezzo dovuto
all’essere qualcosa.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Don Chisciotte
vuole, commosso, portare del pane
a Dulcinea: lasciata l’armatura
diventa molinaro, entra nel corpo
fra i meccanismi, accende la lanterna
oscillante alla trave, accudisce
la macina vorace: ascoltando
il cigolare dei perni, il vibrare
delle pale abbracciate dal vento
dubita che sia sogno la farina
e soffi il vero in vortici profondi
che presto, presto ci riprenderanno.

«Fa’ ch’io t’ami ancora». Nel racchiuso
tepore impasto ciò che serve oggi:
la maldestra vivanda che imbandisco
dovrai credere tu che sia buon cibo.
Io trasognato lascio che i frammenti
del desiderio combacino a ruote
d’un paradiso sparso, dove tu
imprevedibilmente puoi sorridere.


Scritta nel 2016.

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