Marmellata di fichi

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Seduto in cucina a mangiare
marmellata di fichi su un biscotto
noto la luce accesa in camera, qui
dalla cucina si vede la camera
di sbieco, una parte della porta
e c’è la luce là, come in certi film
c’è un buio prima e poi la luce là
in questa inquadratura. Chissà
poi perché certi film, succede
nella realtà, eppure… Ricordo
nella casa natale, spesso, dei tagli
così di luce, oltre un lungo buio
e restavo al di qua. C’è la morte
in questi scorci e c’è anche la vita
di riflesso, e le azioni, e le precisazioni:
così insensato è tutto. Confettura
si dice, di fichi, marmellata
è solo di agrumi, no, io dico
marmellata di fichi, sono libero
in queste cose minime, intanto
osservo inerte sdrucciolare il tempo
e non desidero roba da fare
per riempirlo, non ha bisogno il tempo
di riempimenti, il silenzio fortissimo
è già pieno da sé, come una bolla:
non so se mi contiene o se cammino
come una mosca su un vetro, da fuori.
Accade una miriade di cose
mentre mangio un biscotto e di là in camera
noto la luce accesa: si rovesciano
mondi, non so se mi trascinano
con loro, con qualcuno di loro
o se indenne rimango in altre attese
d’altri rovesci. Si potrebbe dipingere
su tela a olio il riquadro di luce
e immaginarci dentro l’infinito
attenuato dall’arte, immaginarlo
direttamente è pericoloso, ma
che importa l’infinito? Sono i tratti
di buio fra le luci, fra le stanze
il campo che sta a cuore. O nemmeno
è questo. Non lo so. Non so mai niente.
Potrei andare a spegnere la luce
in camera, da non so dove arriva
una voce metallica, ora un’auto
è passata, il rullo delle gomme
si perde in lontananza, dove andrà?
Non me ne importa nulla.


Scritta nel 2020.

Questo

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[Uno stilita coreano è su un palo
dal giugno del duemiladiciannove:
protesta contro un’azienda assassina:
lo lasciano stare, è pubblicità.]

Giunse in città, le strade deserte
lo sorpresero, domandò a una donna:
«Ma dove sono tutti?»

Tenendosi a distanza, sospettosa
gli rispose la donna: «Non lo sai?
C’è Questo che si aggira dappertutto
e ne abbiamo paura. È invisibile,
può annidarsi in ciascuno, c’è chi dice
che già s’annidi in tutti, ed è spietato:
ne moriamo, ci uccide».

«Ed è per Questo che tutti stanno in casa?»
«Sì, nella casa ti senti protetto,
si è più sicuri, così ci hanno detto:
io sono uscita solo per il cibo
da comprare al negozio».

«Ma il rombo che si sente oltre le case
cos’è?» «Sono le fabbriche, le fabbriche
non possono fermarsi, c’è bisogno
che le cose si facciano, gli eroici
operai stanno ogni giorno alle macchine».

«Perché la scuola è chiusa?» «Riunire
dentro le aule i ragazzi, i bambini
sarebbe un’esca per Questo, potrebbe
insinuarsi e dilagare, entrare
attraverso i bambini nelle case.
Tutto quello che serve sapere
lo dicono gli schermi dei computer:
non servono maestri o professori».

«Sono deserti i giardini, i lungofiume,
vuoti i sentieri che vanno in collina:
nessuno più si ferma a contemplare
la stagione che sboccia?» «C’è pericolo
a stare fuori, a contemplare i fiumi:
Questo è in agguato da chiunque incontri
in ogni luogo o tempo. Nella casa
si è più protetti, l’hanno detto, e se vuoi
ci sono fiumi da guardare in video
sugli schermi dei nostri computer».

«E nessuno si bacia, nessuno
s’innamora incrociando lo sguardo,
nessun corpo fremendo s’intreccia
ad altri corpi per l’estasi antica
che dà vita alla vita?» «Te l’ho detto:
c’è Questo che si annida dappertutto:
unire corpo a corpo non è ammesso:
Questo approfitterebbe, prenderebbe
l’un corpo e l’altro».

Guardò di nuovo le strade deserte,
esangue la città sotto un bel cielo
che nessuno vedeva. «Dunque»
disse alla donna «voi restate in casa
pallidi e tristi perché temete Questo.
Ma cosa è Questo? Perché tu lo chiami
con un neutro pronome
che non dimostra nulla? Non ha un nome?»

La donna fece un passo, solo uno
abbassando la voce: «Questo ha un nome
ma dal tempo dei tempi più nessuno
lo pronuncia: è di cattivo gusto
pronunciarlo, toglie reputazione
al pronunciante, gli dà cattiva luce».

«Ma tu lo sai quel nome?» «Io lo so
però non lo pronuncio». «Ma per me
che sono forestiero, non potresti
fare eccezione, rivelarmi il nome?»

La donna fece ancora un passo, alzando
davanti al volto un bavaglio di garza
e sussurrò: «Va bene, forestiero,
io ti dirò quel nome, però poi
allontànati, cerca un luogo chiuso
e sicuro, siamo stati già troppo
qui all’aperto a parlare, è vietato».

Il forestiero percepì l’immensa
paurosa tristezza che regnava
sulla città, rispose: «Va bene,
mi allontanerò, dimmi quel nome».

«Questo si chiama Morte. Ora vai via».
Fuggì la donna. Avrebbe voluto
lui dirle: «Dunque voi state qui morti
per tema della Morte, anticipandola»
ma nella via non c’era più nessuno.

Il forestiero non volle camminare
su fantasmi di strade fra le case
mute e serrate. Volse i passi indietro
verso paesaggi sconosciuti, verso
rischiose valli palpitanti, fragili
di morte e vita, da cui proveniva
senza sapere come. Sul confine
si tolse dalle scarpe un po’ di polvere.

[Uno stilita coreano è su un palo
dal giugno del duemiladiciannove:
protesta contro un’azienda assassina:
lo lasciano stare, è pubblicità.]


Scritta nel 2020.

Una legge fisica

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,

Un anno e mezzo, t’ho lasciata entrare
dove nessuna era arrivata mai:
quasi nulla di me restava fuori
dal nostro amore, avevi permeato
dell’anima le viscere e anche tu
parevi aperta, dicevi segreti
che nella vita tua a nessuno prima:
diventavamo lo stesso cortile,
la stessa scena d’infanzia, ogni cosa:
e i baci e i corpi intrecciati nel sesso
e l’infinito dialogo, seduta
sul mio grembo non ti staccavi mai,
cadevamo nel sonno sfiniti.

Ora, è una legge fisica. Chi resta
in superficie se va via si porta
un po’ di pelle, che presto guarisce.
Chi entra dove sei entrata tu
nell’abbandono lascia un guscio vuoto,
lo spazio frantumato: in un dolore
fuori controllo, indicibile, ho creduto
d’impazzire, provo adesso a riunire
dei pezzi, andare oltre, ma perché
tu non ritorni? Si era così belli!


Scritta nel 2020.

Il sogno non è sogno

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mezzo assopito sul letto dopo pranzo
(dopo pane e formaggio e un pomodoro)
in uno stato a cui mi abbandono
volentieri, io mi sentivo fiamma
mi sentivo fiamma sulla stoppa del corpo
dentro, fuori, su tutta la pelle
era piacevole, mi sentivo organismo
vivente, una volta tanto in pratica
mi sentivo ciò che sono, è rarissimo

mi sentivo piano bruciare, mi sentivo
consumare l’ossigeno benevolo, pensavo
che in pochi minuti senza lui
mi sarei spento, e così mi spegnerò
quando in presenza di danni al sistema
non più superabili né recuperabili
il capo farà un cenno: «è sufficiente,
la chiudiamo cosi» e lui, cioè io, svanirà
nel nulla o in qualcosa di cui non ho idea
mentre gli altri cominceranno a scomporsi
in armonia, tutto sommato: gli enzimi
e i batteri, fino a un attimo prima
coordinati, collaborativi, «liberi tutti»
grideranno, mangeranno, si mangeranno
i tessuti, le cellule, faranno qualcosa
di nuovo in cui io non avrò più parte:
l’insieme generato da un incontro
fra due cellule seminali seminerà
sfacendosi altre vite microscopiche

mezzo assopito sul letto dopo pranzo
ero in pace con il prima, con il dopo
e con l’adesso, poi mi sono riscosso
tornando alle consuete gioie e angosce
e le vaghe risposte a cui dare domande:
entra il sole dalla finestra aperta
faccio il caffè, sto un poco sul terrazzo


Scritta nel 2020.

Roma 2000

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Mi tengo in pizzeria sulle ginocchia
una fiorente giovane mignotta.
Dall’ampia scollatura della maglia
si sporgono le zinne seminude
nel solco fra le quali hanno sborrato
gli amanti numerosi e generosi
per tutto il pomeriggio – ma la sera
è riservata a me: dopo la cena
sul letto spargerà i biondi capelli
e tutta s’aprirà al mio penetrare
nell’abbraccio dolcissimo d’amore.


Scritta nel 2020.

Dovere morale

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, ,

Mi diceva un’antica
amica, giorni fa: «Non esporti
troppo, ti fai del male e non scalfisci
il pensiero delle masse e del potere».

Ma io adesso oppormi
lo sento un mio dovere.

Pur essendo vecchio
(così vecchio da più non sperare
in baci di ragazze, quasi unico
balsamo vero, non-mediato, al tragico
scivolo verso il nulla della vita)

pur essendo, dicevo, molto vecchio,
tuttavia nacqui che già da otto anni
era passato il venticinque aprile,
già sbiadivano le bandiere rosse
in stelle e strisce, in scudi crociati
(Stalin, lo so, sarebbe stato peggio:
c’erano idioti a invocare il baffone
quasi non fosse bastato il baffetto):
in schiene chine a produrre, produrre
smettendo di sognare, di pensare.

Nacqui al riparo da fucilazioni
e rastrellamenti, ebbi pure una casa
borghese, un bel giardino dove in pace
impazzire nei solitari sogni:
ebbi pane e molto più: gli studi
pagati fino alla laurea, poi
un lavoro, noioso ma un lavoro.

Mio padre due campi di prigionia,
la dieta di Kartoffeln, la fuga con l’amico
vero, coraggioso, dei tempi del paese,
i bagni nelle rogge fra le rane.

Anche per questo, io adesso oppormi
lo sento mio dovere. Un dovere morale.

Sparare al distanziamento sociale
e al riavviarsi del porco capitale:
spingere le persone ad abbracciarsi
bocca su bocca, a non credere ai nuovi
falsi profeti, a lavorare solo
quello che basta, a non fare carriera:
e fermarsi sul fiume a guardare
l’acqua che si fa d’oro nella sera.


Scritta nel 2020.

Il fiore non è sogno

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Né sa né sogna di essere fiore
il fiore, né gli importa d’esser frutto
domani, o nulla. Mi sono sognato
io senza sonno in un sogno di sogno
senza sapermi, toccandomi come
si tocca un altro sogno e un altro ancora
e ancora, incastonati, combaciati:
ha istanze ora la cosa che non so
di essere ma sono – non è fiore
né frutto né potrei mai disegnarla
eppure è e perché è svanisce.


Scritta nel 2020.

Realismo

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,

Forse nulla è accaduto davvero
tranne ciò di cui c’è scalfittura
su un oggetto, o c’è parola che
per bocca di qualcuno mi ritorna,
o cicatrice che sotto le dita
sul mio corpo la sento, però
in questo caso non è proprio certo
che io sappia cos’è. Forse nulla
è accaduto davvero tranne ciò
che mi racconti tu quando ti credo.


Scritta nel 2020.

Un odore dorato

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,

C’è un odore dorato che si spande
quando c’è il sole e una finestra è aperta:
lo prende anche la mia pelle, io
benché in un’altra stanza: è come uscisse
da sotto la camicia, da un abbraccio
che di certo ci fu, senza ricordo:
sigarette di adulti dietro un muro,
sugo d’erba schiacciata fra le dita
nella furtiva infanzia, già colpevole
di cose imprecisate, ma beate.


Scritta nel 2020.

17 sera

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,

Scende la sera, diciassette marzo,
con la mestizia. E dire che è arrivata
oggi una lettera a penna da un’amica
e sono uscito, un poco, in bicicletta
e c’era il sole caldo, primavera.

Non è soltanto quest’isolamento
nel morbo che dilaga: è che mi sento
distante io: chi chiamo, non risponde
e chi vorrei non c’è, comprese forse
certe parti di me. Non so perché.

Mi devo abituare a qualcos’altro,
pur così vecchio? A nuove relazioni,
a un me che non conosco e mi spaventa?
A nuovi adattamenti senza scelta?
Può darsi. Ora nel cuore ho la stanchezza.


Scritta nel 2020.

I due mestieri

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,

a una brava modella e brava puttana
amabile, amata

Amo le foto più troiose, questa
che contemplo ora, tutta nuda ma
molto truccata, non il nudo naturista
d’altre tue foto, nuda appena spogliata,
si vede ancora il segno dell’elastico
delle mutande: facciamo due scatti
svelti, posa niente studiata, che mostra
i fianchi (divinamente) sgraziati,
due o tre scatti per ricordo, ma subito
affrettiamoci al giaciglio, è per questo
che t’ho ingaggiata – un quarto d’ora
dopo le foto la tua bocca abbocca
al glande del cliente, abbastanza
di riguardo ma non primo nel giorno:
la tua vulva già sente di condom
ma a lui non gliene importa, eccitato
da tutti insieme i tuoi odori e umori
gode il morbido reciproco leccare
ogni piega del corpo, s’immerge
nel tuo seno, nel grembo, al momento
opportuno tu prendi un nuovo condom
e sul pene lo srotoli, allora
lui su te monta e te lo infila dentro
l’ampia lustra fessura e dopo qualche
colpo lo preme sull’ano cedevole
e facile vi penetra, restandovi
con altri forti colpi fin che può
mentre sinuosa tu ti muovi e mugoli:
ne esce infine, e dal preservativo
si libera e al tuo viso accosta i glutei
e tu l’ano e lo scroto con la lingua
percorri e chiudi il cerchio riabboccando
finché il piacere esplode e un lungo spruzzo
di perlaceo sperma ti ricama
la faccia, dagli zigomi ai capelli.

Su un tavolino preventivamente
ha messo sei biglietti da cinquanta
ed è contento e sei contenta tu
del buon guadagno per il buon lavoro
nemmeno dispiacevole: sorridi.


Scritta nel 2020.

C’è qualcosa che non c’è

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,

Stanchezza. Non è l’epidemia
per drammatica che sia.
Certo gioverebbe far l’amore
con alcune mie amate
ma quelle ormai sono cose passate.

C’è qualcosa che non c’è.

Ho creduto aver preso colore
invece era soltanto colorante
per scoprire al microscopio
me stesso trasparente:
invisibile, forse inesistente.

Due chiacchiere? Magari
un amico, ci fosse, però
ho le parole a nausea: meglio
qualcosa guardare, ascoltare
canzoni, ancor meglio silenzi.

C’è qualcosa che non c’è.

Il miraggio di neve disciolto
non ha dato alla luce colline
pronte al fiore ma un vuoto
nero deserto: perché le colline
erano tutte, esse stesse, di neve.

Un giro per i bar
a viver vite altrui?
Non è ammesso, per via
di questa epidemia
– ma nemmeno ne ho voglia.

C’è qualcosa che non c’è.

Mi scagliassi con furia o passione
sul tuo corpo animale, nell’urto
sentirei sulla pelle la sistole
d’un condiviso cuore? Lo saprei
distinguere dal battito del sogno?


Scritta nel 2020.

Rio

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,

Scorsero pensieri, scorsero
abbracci, baci, scorsero
lacrime, sorrisi, sensazioni,
scorse sperma dal mio pene
alla tua vulva, alla bocca,
scorsero notti e mattinate
sul nostro vivere insieme,
scorse rabbia, scorsero tremiti
e illuminazioni, scorsero
le mani sui corpi, sui capelli,
scorse la speranza e scorse
– così mi parve – amore
fra ombre e sguardi, ma io
non scorsi in te qualcosa
che avrei dovuto scorgere
per nascosto che fosse: così
fra noi più nulla scorre
tranne il tempo che separa.


Scritta nel 2020.

Alla larga

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,

Quando mi fanno ragionamenti che
dovevo stare alla larga da te
penso ai lunghi dialoghi d’amore
seduta in braccio o quando
m’insegnavi come fare il bucato
perché fosse fragrante, penso
quando piangevi e in lunghe passeggiate
per la campagna poi risorridevi
bellissima, più bella del sole
che imbiondiva i campi, più bella
dei campi biondi al sole. Se ora
t’è rimasto, di noi, solo del male
hanno ragione, ho sbagliato
qualcosa o tutto, ed era meglio se
abbracci e baci non fossero stati:
fossi rimasto alla larga, lontano.

Mi sforzo di ammetterlo, la testa
sembra arrivarci, benché a stento, confusa
da un’opaca tristezza e dall’ansia:
come stai, cosa fai? Del cuore
non parliamo: lui ti rimane accanto
senza logica o dubbi. Mi sento
(per fare una metafora moderna)
come una memory card a cui manca
almeno uno dei piedini d’oro
coi quali si connette con l’esterno:
così s’inceppa lo scambio dei dati,
non riceve né manda. Così
mi sento io, ma tu, come ti senti?


Scritta nel 2020.

Lainghiana

Tag

,

(poesiuola schizoide)

Allora poi forse
quando facevamo l’amore
c’era il tuo corpo sul letto e al soffitto
era volata via la tua persona
a guardare in scissione sofferente
il tuo corpo annuire, baciare.

E io a non accorgermi! – è che
ho un io incorporeo, è da fuori
che mi vedo vivere, anch’io
ero là sul soffitto a guardare
i nostri corpi, però con piacere:
è da sempre il mio modo naturale.

Insomma sul letto non c’era nessuno
di noi, c’erano corpi in una scena
per me gloriosa, da guardare in estasi
con gioia – per te no, una scena
deplorevole in cui non conoscevi
te vera, tutta intera.

Peccato non poterci innamorare
là sul soffitto, dove (non sapendo)
stavamo insieme, più che i corpi sul letto.
No: siamo scissi, ma in modo diverso,
ciascuno ha i suoi frammenti, ricomporli
– se mai riesce – è un fatto personale.


Scritta nel 2020.