Non so fare necrologi

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Non so fare necrologi. Di me
vorrei nessuno s’accorgesse: – Molinaro,
è da un po’ che non lo vedo. – È morto, non lo sai?
– Oh cazzo, ma dai!

E venissero alla spicciolata nei giorni
ai superstiti rari pensieri
spontanei

non valeva in fondo granché
era simpatico a volte, ma stronzo
non si ricordava i miei regali
s’è perso molte cose
parlar amb ell un cop, potser, al final
era molto disturbato, no?
quella volta nell’albergo sul fiume
he was my pen friend when I was young
troppe poesie, solo qualcuna bella
un bambino egoista
si lavava pochissimo i piedi e le ascelle
non ascoltava

pensieri spontanei che proprio in quanto tali
non posso immaginare

e qualche battuta: – L’avremmo saputo
tutti subito, se dalla bara si potesse
scrivere su Facebook…

Non so fare necrologi, né
moltissime altre cose.


Scritta nel 2017.

Carmen technicum

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Il segno disegnato da Saussure
a me pare una macchina celibe:
ha due facce che fra loro comunicano,
significante e significato, ma il significato
non è le cose. Le cose stanno fuori,
appena sfiorate da un debole nesso:
funziona il segno solo dentro sé.
Racconta Franco che Adelaide Petz
von Drauenau diceva che l’osmosi
parola-realtà finisce già in Kant:
ma che faremo dunque? Le cose,
le cose, furibondo folle amore
che anche quando s’apre ti respinge,
che anche se risponde t’abbandona
al tuo gioco di segni, di sogni. Non so:
m’accusano talune femministe
di ridurre a oggetto le donne.
Hanno ragione, a volte, però sbagliano
verbo: non ridurre ma innalzare
a oggetto contemplabile, stupendo
senza limite di lingua o relazione
come un paesaggio, un elefante, un treno,
un vortice di foglie dietro un tram,
l’odore d’una piega di mucose:
l’assoluto ineffabile oggetto
(ma ineffabile è simile a nefasto,
in-ex-fa-bilis, ne-fa-stus
fa- ri, fa-tus, φημί, dal principio
la lingua, beffarda, si autodenuncia
e non si pente) – l’oggetto
vero che siamo, sotto l’essere persone
significanti, celibi: non posso
spiegarlo – è naturale che io non possa,
è come dire l’acqua agitando
dell’acqua con le mani: la parola
resta fuori, ma queste che scrivo
sono parole.

Un dizionario greco-inglese on line
traduce τέχνη con skill, immagino
Efesto che porta un curriculum
a un’agenzia interinale, rimango
ancora un poco a giocare.


Scritta nel 2017.

Meno male

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Meno male che abbiamo
rifatto l’amore,
che poi si muore
e ciò che è perso è perso
– da dieci anni fa
è stato diverso
o anche uguale: il campanile,
la luce alla finestra,
la pelle, tu, il sapore,
io – e come sempre
il mio non sapere che accadrà veramente
finché non siamo
abbracciati nudi
sul letto: questo mio
non capire mai niente,
questa eterna prima volta
con ansia trepidante:
non sarò mai tranquillo
né annoiato – tu
sei così bella ancora.


Scritta nel 2017.

Stare abbracciati

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stare abbracciati in silenzio, sentire
della pelle l’odore, del cuore
il ritmo, e dei pensieri solamente
la musica, il ronzio

lo si può fare il primo giorno oppure
dopo anni di discorsi, di percorsi

quando funziona, tutto si sospende
in una dimensione di bellezza
che né tempo né spazio può toccare:
in due si è superiori agli dei


Scritta nel 2017.

Un altro tipo

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Ci dev’essere un altro tipo d’amore,
una specie d’empatia calda, indifesa
e quasi priva di sagoma, molle
nello riempire le scabrosità, nel colmare
gli spigoli inglobandoli: un sogno che anziché
volare sottile, intatto, con timidi scambi
di luce, si condensa in materia
scura, densa, si plasma in oggetti
conservabili come zuccheriere
per un tempo, in un spazio: oggetti
frangibili come ricordi in ceramica
sulle madie nei tinelli, rinunce
teneramente opache ai polpastrelli
che trepidi o non trepidi ne sfiorano
la forma, la sostanza. Ci dev’essere
un amoroso storpiarsi, rovesciarsi
come teste di polpi battute su pietre
per farle commestibili, un accogliere
la crudeltà dei profili dei giorni,
lo strazio di piccole lame banali
a scorticare adagio, come se esistesse
qualcosa oltre che pacatamente
sarà da non capire, non raggiungere,
recuperando l’inconsapevolezza
innocente, sicura, del lombrico.


Scritta nel 2017.

Liquido ma solido

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La lettura di «Amore liquido» di Bauman mi dà alcuni spunti di riflessione personale. Illumina in qualche modo la mia idea (il mio sentire, il mio delirio) di amore libero multiplo «ma» intenso ed eterno – un’idea (un sentire, un delirio) che mi accompagna fin dall’adolescenza.

Nella società contemporanea «occidentale» si sono attenuate le strutture relazionali solide fondate su legami di sangue (la parentela) o promesse/contratti irreversibili (l’affinità, determinata dal matrimonio pensato come indissolubile).

Queste strutture solide erano molto rassicuranti e costituivano il «pilastro» della società stessa. Ma erano, anche, fondate su una finzione e su una prigionia.

Non si era legati perché si provava un sentimento, ma si decideva che si provava un sentimento perché si era (per sangue o per promessa/contratto) legati. Devi amare il padre, devi amare lo sposo, perché altrimenti è l’inferno, per tutti. «Dover amare»: un delirio più assurdo di qualsiasi fantasia di poeta, ma che ha retto il mondo per due o tre millenni, trasformandosi in necessità sociale, politica ed emotiva. A conferma che la distinzione fra un delirio e millenni di storia dell’umanità è del tutto opinabile (il che già vedo molto ben delineato nei tragici greci – ma non divaghiamo troppo).

L’attenuarsi di questa rigida rassicurante gabbia di strutture relazionali lascia un immenso vuoto. Un vuoto angoscioso. Un vuoto terrificante. Un vuoto meraviglioso.

Le relazioni diventano libere, fondate su ciò che si prova e non su ciò che deve essere (perché stabilito una volta per tutte dal sangue o dalla promessa).

Un subitaneo invaghimento può avere più valore che dieci generazioni di sangue. Ciò rappresenta una minaccia terribile che la società, anche attraverso la letteratura, ha sempre respinto con violenza spietata: gli amanti irregolari devono morire, nella realtà come in ogni poema o romanzo o fiaba o tradizione.

Il sentimento-contratto, sancito dalle discendenze o dal matrimonio, è immutabile, necessitante e rassicurante: sull’altare di tale sicurezza è valsa la pena di immolare ogni diversa emozione, ogni diverso sentire. Conta la conservazione, il rafforzamento, la potenza dell’alveare, non l’interiorità dell’ape. La sicurezza ha ucciso da sempre, da ben prima che gli anarchici lo scrivessero sui muri con lo spray.

Ora però quella sicurezza vacilla, perché il valore si sposta dalla struttura sociale al sentimento individuale, ovvero a ciò che ognuno prova «veramente» (ossia non per finzione derivata da necessità, sangue, contratto). Ciò è meraviglioso e disgregante.

Il sentimento personale è finalmente libero e vero ma, proprio per questo, mutevole e non rassicurante. Ci si trova, appunto, in un liquido, senza nulla di solido (fosse pure una pesante catena) a cui aggrapparsi. C’è ansia, c’è il rischio di sentirsi sperduti, spaesati.

Le reazioni le vediamo. Il potere economico-culturale cerca di trasformare il sentimento e la relazione in un bene di consumo, di depotenziare le emozioni in un discorso di salute/malattia, con tanto di esperti e specialisti che vengono in soccorso. L’altro si riduce a oggetto: va bene finché ti va bene, poi lo butti via e ne cerchi uno diverso, più perfezionato per le tue esigenze. Uno che ti faccia stare meglio. Un meccanismo deprimente, ossessivo, che non può aprirsi a nessuna forma di felicità, ma solo chiudersi in brevi anestesie.

E allora? Non c’è via d’uscita? Si può scegliere solo fra il burattino mosso dai fili delle strutture rigide (solide) del passato e il burattino usa e getta del presente (liquido) consumistico?

Io credo che sia necessario fissare meglio lo sguardo proprio sul sentimento, sull’emozione, su quell’amore che non sappiamo mai ben definire.

Il sentimento d’amore, in tutte le sue sfumature, non è una bagattella romantica ma qualcosa che ci incide con luminosa, tragica, eterna potenza. Se un invaghimento può valere dieci generazioni di sangue, è proprio perché contiene la forza prima, il motore fondamentale del nostro essere. È una forza che agisce e opera da sé, a prescindere da concretizzazioni materiali.

A ridurlo a bagattella da deridere, schiacciare, lavare via, è stata proprio la struttura rigida del patriarcato, del potere del sangue. L’amore (per sua natura anarchico, mutevole e irriducibile) non fondava affatto i matrimoni (le famiglie, i patrimoni): era bensì la più grave minaccia contro di essi. Andava perciò ridicolizzato, annientato, spostato in spazi di delirio, talvolta sublimato in arte, ma sempre dichiarato «irreale».

Solo che ci siamo così abituati a considerarlo una bagattella, una scemenza da poeti e da pazzoidi, che non riusciamo davvero a vederlo in altra luce. Il risultato è che, liberati (in qualche misura) dalle solide (imprigionanti) strutture del passato, ci troviamo a vivere di bagattelle (facilmente trasformabili, dal potere, in beni di consumo, da vendere al dettaglio). Il che è ben triste cosa!

E invece, proprio nel momento in cui lo liberiamo dalla griglia della necessità sociale, dovremmo fissare lo sguardo su quel nostro liberissimo e profondissimo sentire. Dovremmo metterlo al centro. Diamo agli amori uno sguardo amorevole! Lasciamoci modificare, incidere, segnare. È lì (non nel contratto, non nella promessa) la permanenza, la sicurezza. Qualcosa che nessuno può togliere mai più.

So di uomini che dopo mezzo secolo di matrimonio hanno ammesso, con qualche vergogna, che il loro ricordo più vivido era un bacio dato a una passante per caso. Con qualche vergogna, perché «non doveva essere» così. Già. Però «era» così. Veniva riconosciuta, alla fine, la verità.

Ecco, sto arrivando al mio personalissimo (forse delirante) punto di partenza. Amori liberi, anche multipli, anche simultanei, «ma» profondi ed eterni, perché ci costruiscono – e ci costruiscono insieme. Perché sono importanti in sé. I percorsi che generano possono variare, allacciarsi e slacciarsi, intrecciarsi e sciogliersi, ma contengono qualcosa di irreversibile, di perenne. Qualcosa che ci mantiene in relazione anche se una relazione è «finita» nei fatti quotidiani – addirittura, forse, anche se non c’è mai stata.

Sarà delirio, ma mi sembra pure, paradossalmente, l’unica soluzione ragionevole al dilemma della contemporaneità. Se meravigliosamente finalmente crolla lo pseudovalore della prigione sociale rassicurante solida, o troviamo il valore vero nelle scaglie di luce che ci toccano e ci sollevano a nuovi cieli mentre nuotiamo liberi nel liquido, o non troveremo nulla mai più.

Non è facile questa rivoluzione, c’è il rischio che davvero non troveremo nulla mai più. Documentari su Stati sociali assistenziali avanzati (la Svezia) sembrano suggerire che, affrancati dalla gabbia delle necessità incrociate, restiamo in solitudine. Ma allora forse vuol dire che la desideriamo, la solitudine; e che pagavamo il prezzo della relazione solo per avere in cambio una casa, un piatto di minestra e due carezze calde.

Io però spero che vada diversamente. Che si abbia il coraggio di tuffarsi consapevolmente in una vertigine oltre la quale potrebbe esserci un mondo nuovo. Ecco, questa è in sostanza la mia idea (il mio sentire, il mio delirio) di amore libero. Forse la farneticazione di un pazzo, però una farneticazione molto seria.


Scritto nel 2017.

Perché faccio poesia

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ogni tanto in qualche intervista
qualche presentazione
mi chiedono
perché faccio poesia
e non so mai rispondere

oggi una risposta
m’è venuta in mente

faccio poesia perché
non posso vivere solo annusando
come un ignaro animale
ma nello stesso tempo
il mio verbo non crea il mondo

conoscenza senza onnipotenza
sapere senza potere
è una fregatura

ho un linguaggio inutile
devo almeno renderlo bellissimo


Scritta nel 2017.

I tramonti fra Chivasso e la Dora

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«Sei un poeta dei miei stivali», disse,
annuii (è bello annu-i-i, come Minne-ha-ha)
e li osservai, avevano tacchi alti,
massicci eppure snelli, e la guaina
di finta pelle avvolgeva il polpaccio
(un polpaccio palpava una polpetta
in fondo al mare, tutta tentacolandola,
ma lei non cadde in tentacolazione)
fino al ginocchio, calze velate dentro,
provocante abbastanza, le dissi
che volevo provare a sfilarle gli stivali;
«sei un poeta del cazzo», ribadì, annuii,
il cazzo ha una sua importanza, dissi,
fra le altre cose, io davvero vorrei
in te inserirlo, nell’apposita fessura,
come il bancomat nella macchinetta
dei biglietti alla stazione, l’analogia
mi fece pensare ai viaggi, alla pianura,
ai tramonti fra Chivasso e la Dora.


Scritta nel 2017.

Calicanti e cartolerie

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m’ha di nuovo sorpreso il profumo
del calicanto, mi sorprende ogni anno
nel giardino di Vercelli, è lì
da prima che nascessi e mi sorprende
nell’inverno, quest’anno forse
ha ritardato un po’, ma non sono sicuro,
poi in corso Libertà sono entrato
nell’antica cartoleria Larizzate
che è antica perché lo è ma
non recita la parte dell’antica,
è riscaldata con una stufa a gas,
non l’ho vista, la stufa, ma ho sentito
l’odore del bruciato di gas, misto
all’odore dei quaderni, ho comprato
due notes piccoli, per gli appunti piccoli,
mi sono dimenticato di comprare
(ci avevo pensato in treno)
una matita, per scrivere sulle pagine
dei libri, segnare certi punti
nelle pagine dei libri, che a biro
è brutto, anche se poi non è
che si cancelleranno mai, chi vuoi
che cancelli annotazioni da un libro,
però lo stesso a biro è brutto,
è più bello a matita, queste cose
sarebbero tranquille, placide,
il calicanto, l’odore della stufa,
l’inverno, Vercelli, la matita,
e allora perché sto scrivendo con affanno,
picchiando sulla tastiera come servisse
a muovere tasti di vecchie macchine,
questi tasti di computer invece
basta sfiorarli, io li picchio, il calicanto
è una scia dolce in mezzo alla solitudine
oscura
ma io non so se le perdono, le scie
dolci, la signora della cartoleria
non ricordo la faccia, non avevo
voglia di guardare, poi al supermercato
un’ora con l’ansia e la noia
a cercare un surgelato
che mia madre voleva proprio quello,
un hamburger Findus, non lo trovavo,
poi l’ho visto, era uguale a tutti gli altri,
schifosissimo, le pesche sciroppate
no, mi sono arreso, ho chiesto al banconista
del reparto macello, lui ha detto non so
ma forse, non sono sicuro, ha detto,
in fondo all’ortofrutta, l’ultima parete,
le pesche sciroppate in effetti
sono un conflitto di caratteristiche,
sono frutta e sono scatolame,
tutto dipende dai canoni adottati
dal supermercato, è stressante, non basta
un calicanto a salvare una città
o una gioventù, se non altro cercando
pesche e surgelati è passata l’ora
della coda alla cassa
delle massaie pensionate gracchianti,
io le odio, cioè sì, me ne sbatto
della correttezza, io le odio,
si fottano, povere vecchine, crepino,
m’ha rotto il cazzo anche il calicanto
e la vecchia cartoleria, cioè no,
il calicanto lui è bello e anche
la vecchia cartoleria, la signora
non l’ho guardata perché temevo non fosse
abbastanza bella per la cartoleria,
non è che devo sempre guardare tutto,
certo Laborit disapprova
prendere pezzi di sottostruttura
e costruirci su un mondo e imporlo,
ma io mica lo impongo e non so
che altro potrei fare, il calicanto
ha buon odore, Laborit ha contraddizioni,
postula che esista una realtà
e che esistano relazioni fra le cose,
però non lo dimostra e
manco si accorge secondo me di postularlo,
d’altronde io se relativizzo tutto
non ho più voglia di fare un cazzo,
filosofia come scusa per non lavare i piatti,
inoltre me ne fotto
se poteva venire una bella poesia
sul buon profumo di calicanti e cartolerie,
ne ho già parlato di calicanti e cartolerie,
mio zio era cartolaio e aggiustava
le penne stilografiche, ma si fotta anche lui,
qui con nessuno ho mai scambiato
una parola che volesse dir qualcosa,
comunque allo zio cartolaio
gli hanno sbagliato l’anno di morte sulla tomba,
l’hanno fatto vivere sei anni in più,
mi sono accorto e l’ho mormorato
a un paio di parenti, le imprecisioni storiche
m’infastidiscono, ma a nessuno
importava, è rimasto così, sappiatelo,
non fidatevi degli anni di morte
sulle tombe dei paesi della pianura,
anzi fate così: non fidatevi di niente,
o fidatevi di tutto, chi volesse
poesie su calicanti e cartolerie
credo di averne già scritte, ora non è
che stasera sono incazzato, tutt’altro,
sono tranquillo, è solo
che mi sono rotto il cazzo, non so
se si capisce, calicanti e cartolerie
ma più che altro sbronze e nessuna ragazza
a Vercelli, e non è romantico, neanche epico,
è merda, oggettivamente, dovrebbe
essere chiaro, no? ho crediti con l’amore
ormai inesigibili, sofferenze direbbero le banche,
le banche sono più poetiche degli innamorati,
dicono sofferenze, noi siamo più smagati
forse, più probabilmente coglioni, ho crediti
con l’amore ma anche debiti
mai pagati, non so se si possono
detrarre quelli da questi, come
sui moduli delle tasse, non credo,
avrei voglia di scriverle a cazzo
le vostre e le mie sofferenze,
buttarle in mezzo, senza veli di metafore,
senza fare poesia, dal calicanto
strappare un ramo odorosissimo, avvolgerlo
nel foglietto del notes
della vecchia cartoleria, spremere
i fiori con le dita, profumarmi
le mani, agitarle per le strade, gridare
oui, je suis calicantò
oui, je suis papeteria
che non capiate un cazzo stavolta
è scelta mia

ma no, dai

m’ha di nuovo sorpreso il profumo
del calicanto, mi sorprende ogni anno
nel giardino di Vercelli,
ha piccoli fiori gialli


Scritta nel 2017.

Glottomachìa

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Siamo generati dal linguaggio, sono
io generato dal linguaggio, suggerisce
la filosofia. Ma se io sono
generato dal linguaggio, perché
mi nacque una nascita animale
e mi ucciderà una morte
animale, per nulla diversa
dalla morte d’un gatto o d’un insetto?

Il linguaggio è un inganno provvisorio
fra il muto vero del nascere
e il muto vero del morire.

E per questo suo inganno abominevole
io lo odio, il linguaggio, lo riduco
a vile strumento, lo uso per cercare
odori, orgasmi, estasi
eterne quanto il muco
da cui sguscia il feto,
quanto il fetore della putrefazione,
quanto la meraviglia della
vorace voglia d’un coito, d’un colore.

E lui odia me. Lottiamo da sempre:
lui sa che ho bisogno di lui,
dei monconi di senso
che pendono dalle parole
come da rami secchi frutta guasta
ma necessaria;

io so che ha bisogno di me,
che senza la mia carne e il mio sangue
cesserebbe all’istante
come un film sullo schermo
se manca la corrente.

Lotto come una bestia ma vorrei
perdere, in fondo: vorrei che esistesse
un verbo astratto, scarnato, dissanguato,
fuori dal ciclo di gorghi e polluzioni:
un luogo dove salvare gli amori.

Ma a generare il linguaggio protervo
fu un bollire di miasmi, fu un breve
alzarsi umile di steli da un fango.

Nessuno vince. Finiremo, finiamo.


Scritta nel 2017.

Dai miei vaghi ricordi d’infanzia

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mi irrita nell’infanzia
il ricordo di una compiaciuta penombra irrisoria
che riduceva in piccole comiche tragedie
ogni cosa, dai cancri agli amori
con un identico, ebete, scuotere del capo,
ha il cancro, va là, fra sei mesi il funerale,
ha l’amore, va là, è roba da nulla, ridicola

ma mi rendo conto che non mi sto spiegando,
è difficile spiegare:
pensandoci, non ricordo qualcuno piangere, mai
se non bambini, o adulti per sciocchezze
rabbiose, materiali

sì, il Piemonte, la piccola borghesia di provincia
non so se basta come spiegazione

ma poi la cosa che mi irrita di più
a essere sincero
è quando mi succede ancora
di pensare che avessero ragione,
che fosse realtà quella penombra e illusione
ogni fuga nella luce, nel pianto

quando lo penso rapidamente uccido
la parte di me che lo pensa
ma non sempre è sufficiente

dal finestrino bel bus osservo
la striscia bianca di mezzeria che corre
nel sole chiaro, in corso Vercelli:
è bellissima, già muove meraviglia e nostalgia
e lacrime sapere
che non sarà più


Scritta nel 2017.

Quelle di cui

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quelle di cui in vita
mi sono innamorato
in momenti assoluti
più che averle
sarei voluto esserle – spiegò –

un amore così smodato
(ebbrezza di bellezza)
da voler non possedere
ma diventare
la cosa amata

(lo diagnostica malato
lo psicologo fresco di laurea
mostrando in poche mosse
un essere peggio dell’avere)

(ma potrebbe sbagliarsi perché
un desiderio così impraticabile
si fa amorevole: svuota da dentro
l’istinto di avere)

(l’unico avere che t’applico, le disse,
è averti ogni tanto vicina)

poi – divagando concluse –
non è un proposito è una sensazione
credo che nell’anno nuovo
getterò maschere
ne ho ancora
stanno a prendere polvere
come libri che servirono
molto tempo fa


Scritta nel 2017.

Penultimo giorno dell’anno

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Gli opposti si congiungono, sai
che non sono opposti, non lo sono
stati mai: sento in me un desiderio
fisico, carnale così forte
che nessuna donna potrebbe placarlo
con la carne, il cerchio si chiude
perché mai fu aperto: Angelica accorre
con cosce-nuvole, con fica-mare
odorosa, davvero sanno i morti
di violette, è alba il crepuscolo
che avvolgo in me, risorgono i gatti
dai cigli d’asfalto, dirado
con braccia non mie
il buio che non c’è, nessuno
ha mai avuto nulla se non
questo sogno che io, da tanto, conosco.


Scritta nel 2016.

Sopra una foto

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SOPRA UNA FOTO DI RIMMING AMATORIALE
dove una giovane donna è rappresentata in atto di leccare un culo

Il formato quadrato fa pensare
a un telefonino di qualche anno fa:
i moderni smartòfoni le fanno rettangolari.
È stato usato il flash, l’illuminazione
farebbe inorridire anche l’ultimo
dei dilettanti. Eppure è grazioso
l’insieme. Di lui si vede solo il bacino,
dall’ombelico alla coscia. Lei affonda
il viso fra le natiche, sotto lo scroto,
premendosi contro, di profilo, e fionda
la lingua, con precisione, sull’ano.

Lei è carina, capelli castani, viso lindo,
occhi larghi (li tiene chiusi ma intuisco
che sono larghi), orecchie lunghe, ricorda
vagamente qualcuna che conosco.
Ha un orecchino di brillantini,
si vedono le spalline nere di un vestito
che indossa, fuori dall’inquadratura.

Probabilmente la prima impressione
è che lei sia vittima o troia o entrambe le cose:
la sessualità è così carica d’orpelli
semantici, sociali e di potere
che mai ce ne potremo liberare.
E in «leccare il culo» è dominante
la metafora: adulazione, umiliazione,
sottomissione e altri simili concetti.

Eppure la foto è assolutamente aperta
a ogni interpretazione. Potrebbe essere
un gioco fra amici, per il gusto
di tutte e tutti; potrebbe essere
una escort noleggiata da maschi;
potrebbe essere che sia lei sia lui
siano escort, noleggiati da un terzo voyeur;
potrebbe essere un finto amatoriale
orchestrato da un pornoproduttore;
potrebbe essere una scommessa;
potrebbe essere (benché, lo ammetto,
meno probabile) che lei abbia ingaggiato
un escort che si facesse leccare lì:
io da giovane, ricordo, leccai il culo
previo pagamento di trentamila lire
a una prostituta, mai vista prima
e mai rivista dopo, che mi ispirò
chissà perché, quella cosa così intima
(ne fu un poco, infatti, stupita).

La foto è aperta a ogni interpretazione eppure
oltre al giudizio d’oscenità, prevale
l’idea che lei sia vittima o troia
o entrambe le cose. Non vengo da Marte,
anche in me è questa la prima sensazione,
ma ritengo che bisognerebbe, come dicono
gli psicologi, «lavorarci» un po’ sopra,
scavarci un po’ dentro, magari liberare
altre visuali, altre angolazioni.

E non solo per quel che riguarda le foto.

Comechessia, lei la trovo simpatica,
delicata, mi piacerebbe conoscerla,
ma queste foto, è chiaro, non si firmano:
non la potrò cercare in social network.

Per una migliore documentata comprensione
questa poesia andrebbe pubblicata
con la foto che l’ha ispirata:
ma mi bannerebbero da qualsiasi sito,
e credo che Einaudi non la vorrebbe,
l’unico luogo dove verrebbe accettata
la poesia fotodocumentata
sarebbe, credo, un portale porno:
anche questo significa qualcosa.


Scritta nel 2016.