Com’è

Tag

Non sono saggio, ma
riesco a volte a essere sereno
anche verso la vecchiaia, verso il tempo
che stringe e allontana (due azioni
apparentemente contraddittorie, ma
il tempo fa così) – a volte
ci riesco, mica sempre – d’altronde
cos’è che riesce sempre?
A me nulla, non so a voi. Pensavo
traversando il mercato deserto
di piazza Barcellona stasera
che mi sento spesso incompreso ma
altrettanto incomprendente
e dunque: c’è questa barca
che va, e non dico lasciamola andare,
questo no, io tiro le vele e mi ribello
e do colpi di timone a modo mio
e non smetterò mai, però
a volte, solo a volte, sento
che è così, che ovunque si vada
con o senza un motivo, c’è un vento
che porta odori e un cielo
che s’apre a momenti, con stelle
che paiono placide e pazienza
se placide non sono, socchiudo
gli occhi e così da me stesso sciogliendomi
mi sento più simile
ai miei simili, un poco meno solo:
ha tregua la battaglia, s’attutisce
l’urlo che sempre nel cuore mi urla,
per un minuto o due
lo lascio stare, il mondo, com’è.


Scritta nel 2015.

One Man Telenovela 95

Tag

,

La mia One Man Telenovela è giunta alla novantacinquesima puntata.

Qui la novantacinquesima.

Qui l’album con tutte le puntate.

Che cos’è la One Man Telenovela? È una roba tutta mia, una follia che ho cominciato nel luglio del 2009. Non c’è una cadenza o scadenza, faccio una puntata quando mi viene di farla.

Il grido

Tag

, , ,

Ah sì, Sandrina, sì, la poesia
devi intonarla con tutta la voce,
con tutte le parole che ci hanno
visti, pensati, toccati, inventati.

C’è un amore che lega chi non vende
anima e sogno, fa che si conosca
chi non s’è mai conosciuto, frantuma
i vizi vecchi, scardina le porte
versando luce agli ospizi più bui:
e prende a calci in culo le poetesse
dei ciclamini in vaso, i professori
farmacisti di sillabe, i cialtroni
timorosi di non ben figurare.

Ah, Sandrina, il più grande peccato
è regolarci il sangue nelle vene
perché non corra troppo, è lasciare
inascoltato un brivido, esitare
mentre una nota fugge che mai più
ci sfiorerà l’orecchio. Rinunciare
è il più grande peccato, bimba mia!

Se una brezza sparpaglia i suoi sussurri
vibrando piano a spigoli di case,
cori di foglie, musiche di luci,
è così poco quel che ne prendiamo!
Infausto chi non sente! Come puoi
andare via senza che salga un pianto
a liberarti gli occhi, senza che
esultino di gesti le tue mani?

Questa è la cosa che chiamo poesia:
il mio petto che s’apre come vela
a raccontare ogni minimo soffio
o feroce bufera, la mia schiena
tesa e paziente come un predatore
dal cuore vasto e fragile. Trovare
la cicatrice che in ogni parola
ha segnato il coltello della vita
e farla sanguinare, perché gridi.


Da Entro incerti limiti, Edizioni Joker, 2002; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

L’ardita metafora

Tag

,

La lettura di alcune pagine
mi ha appassionato irrimediabilmente
a un manoscritto custodito
in una biblioteca irraggiungibile
– irraggiungibile per me:
altri con facilità
vanno prendono leggono
forse distrattamente.

(Potete usare liberamente
– se combacia con voi –
questa ardita metafora
per qualsiasi vostro amore
respinto al mittente: non citate
l’autore, la poesia
è di tutti. Io non ho cercato mai
diritti né esclusive
su nessuno e su niente.)


Scritta nel 2015.

Di là

Tag

,

ci saranno tutti gli odori nell’aria
tutti, mescolati, soavi
non ci sarà più modo di distinguerli
né bisogno di nominarli
né di ricordarli, perché saranno
sempre presenti

ci sarà uno smarrimento al principio
un lago di nostalgia
perché distinguere nominare
ricordare
è la vita che sappiamo, ma subito
sarà meraviglia


Scritta nel 2015.

Barattolo e budino

Tag

,

Ci sono parole che sono
in sé pericolose
e vanno quindi usate con cautela.
Una è «puttana», che quasi sempre
ha uso improprio, ma anche quando
ha uso proprio, ha tono sbagliato;
altre sono per esempio
«onore», «decoro» e «orgoglio»,
paravento a nefandezze e crudeltà
tanto a Mosul quanto a Bra.
Poi ce ne sono altre diversamente pericolose,
come «amore» e «libertà»,
e altre con pericoli più piccoli
ma non trascurabili, come «imbarazzante»
e «cioccolataio», sintomi
di discriminazioni sottili, eccetera.
Pensandoci, un po’ tutte
le parole possono essere pericolose,
quale più quale meno.
«Barattolo» e «budino» forse no,
però non so.


Scritta nel 2015.

Poesia di Natale

Tag

,

Non ti cercherò in nessun modo
in questo Natale del duemila e quattordici.
Così sarai contenta.

Cioè: ho detto al mio corpo, alle mie mani,
ai miei piedi, alla mia voce
di non cercarti, per farti contenta.
Loro sono obbedienti e così
nulla di me giungerà a disturbarti.

Ma io, io che non sono
né corpo né mani né piedi né voce
ma un qualchecosa d’altro che ti ama,
io ti cerco, io sempre ti cerco.


Da Nel settimo anno, s.n., s.l., 2015.

Filastrocca della liseuse

Tag

, ,

Mia nonna si metteva la liseuse,
la ricordo assai brutta triste e sciatta.
C’è in ogni donna un poco d’allumeuse
e forse anche c’è un poco di gatta

morta – che non so poi cosa significa:
nell’uomo pure c’è un po’ d’allumeur
forse, ma credo meno: a una magnifica
donna, per ritrovare del bonheur,

l’uomo vuol fare almeno qualcosina.
Mia nonna mi sgridava se lasciavo
polpa attaccata al seme di susina,
per via dello sprecare: io lo succhiavo

ma ne restava sempre, ero in difetto
e nonne e donne e gente in generale
pareva che volessero un perfetto
me che a me tuttavia suonava male.

Mia nonna si metteva la liseuse,
io mi bevevo un poco di gazeuse
e forse già sognavo un’entraîneuse
nuda sensuale sopra la dormeuse

che stava chiusa nella sala scura
fra l’alta cristalliera e il serre-papier,
che nel pensier rinnova la paura:
m’insegnarono molti savoir faire

però nessuno della mia misura.
Ha tutto il mondo un poco d’allumeuse:
m’affascina ma c’è una serratura
di cui non ho la chiave. La liseuse

sarà finita in qualche cassapanca
con tutto quell’inutile ciarpame:
ora son vecchio e ancora non è stanca
la mia voglia – d’amore ho ancora fame.


Scritta nel 2015.

Tre irrealtà

Tag

fra l’irrealtà dei sogni
l’irrealtà dei simboli
e l’irrealtà della materia
ci si muove
perché si è persone, miracolosamente
fatte di sogno, simbolo, materia
insieme

convenzionalmente alla materia
si attribuisce un’irrealtà minore
o realtà maggiore
perché ci vince
con la morte, con i bisogni:
il mondo fisico ci vince, alla fine
ci termina

tuttavia
il mondo fisico
ha una sua ordinaria immutabile
monotonia di funzioni, ne è
per sempre prigioniero

la forza che tiene il bicchiere fermo sul tavolo
nella mia piccola cucina al quarto piano
in via Pinelli
è la stessa forza che fa scorrere il mio sangue
è la stessa forza che costringe i pianeti
nelle loro orbite
e le stelle sui loro percorsi:
è la stessa forza
misurabile, descrivibile, banale in fondo

mentre invece la forza che tiene
vicina a me una donna,
la forza che tiene
lontana da me un’altra donna, ecco:
queste forze sono tutte diverse, sono
complesse, indecifrabili,
misteriose, non sono misurabili

queste forze
appartengono ai simboli e ai sogni,
al nostro regno:
poi la materia, senza volerlo, ci sconfigge
– ma è nulla senza noi, da noi aspetta
un cenno, un segno, un riconoscimento
d’una sua forma
di bellezza

e quando andiamo via
si smarrisce, si sfa


Scritta nel 2015.

Parabola

Tag

, , , , , ,

L’anima mia è un quadro che dipinsi
ad occhi chiusi in un tempo che non so,
e il soffio della terra ne ha fissato
piano piano i colori.

Il bimbo tenne il braccio
ripiegato sul volto, perché i bimbi
hanno paura. Ma l’uomo, più forte,
osò aprire le mani e guardare.

Allora quasi nulla che domestico
mi fosse io vidi. Solamente, a volte,
un suono un volo un arco una fanciulla
trovo che già conobbi
alla mia tela, forse
quando ancora ero altrove.

E disperatamente m’innamoro:
come l’esiliato quando legge
all’improvviso nel porto straniero
dove cammina pensoso fra gli odori
un nome di sua lingua su una prora.


Da 6 poeti del Premio Montale – Roma 1985, All’Insegna del Pesce d’Oro, Scheiwiller, 1986; poi  ristampata in Il gioco che vale la candela, Genesi Editrice, 1988; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

L’odore delle gambe delle donne: capitolo sessanta

Tag

0doblo

Che quella doveva essere la direzione, del resto, è stato deciso tanto tempo fa, quando qualcuno s’è inventato che in principio era il verbo, e l’ha fatto credere a tutti, per imporlo alla fine come ineso­rabile, o addirittura glorioso, destino. È un mezzuccio da ragazzini, convincere che fosse stabilito da sempre, dal passato, ciò che si vuole stabilito per il presente e il futuro: e infatti l’umanità era ragazzi­na quando l’inganno fu orchestrato. Però funziona – scrisse Enea Vaschz, e sentì una grande stanchezza mista a una quasi serena rassegnazione. Il velocissimo progresso tecnologico e scientifico di quegli anni stava già trasformando i corpi degli uomini in macchine: gli organi venivano sostituiti con protesi meccaniche, per rimediare i guasti, ma ormai sempre più spesso anche per migliorare le prestazioni dell’originale.

Sostituire un braccio di carne, odoroso di sudore, con un braccio meccanico, era tuttavia, a suo avviso, solo un primo passaggio, in fondo ancora rudimentale. Il passo successivo era già prevedibile, era già ovvio: un braccio virtuale, non più biso­gnoso di vero movimento in vero spazio. Perché usare materia, sempre esposta al rischio di difetti e logoramenti, e perché occu­pare spazio, sempre problematico e limitato? Tutto poteva essere trasformato nell’immagine virtuale senza spazio e senza materia. Allora sarà compiuta la trasformazione della realtà in narrazio­ne, la metamorfosi delle cose in parole.

“Non credo però” – pensò Enea Vaschz – “che potranno nar­rare gli odori delle gambe delle donne così da far sì che la nar­razione valga l’odore, né ottenere che la parola accenda la vo­glia olfattiva primaria. No. Sanno che è impossibile, e perciò gli odori li stanno già facendo dimenticare, li stanno sopprimendo. Il verbo vince come vincono i guerrieri di latta: grezzo, povero, crudele, noioso”.

Andò a dormire, sperando di sognare l’odore vulvare di Dilet­ta, vero, conosciuto, annusato, oppure quelli di Grazia o di Fe­derica, altrettanto veri, conosciuti, annusati. Sono pochi, sem­pre e comunque troppo pochi, in una vita, gli odori di donna in cui ci si è tuffati davvero: le vulve toccate con la lingua, non con il linguaggio.


Questo è il capitolo sessanta di L’odore delle gambe delle donne, Miraggi Edizioni, 2015. Lo si trova ordinandolo nelle migliori librerie oppure sul sito dell’Editore.