Dici che sto con te perché
non c’è niente di meglio.
È vero: di te
non c’è niente di meglio.
Scritta nel 2015.
10 martedì Nov 2015
Posted in poesie
Dici che sto con te perché
non c’è niente di meglio.
È vero: di te
non c’è niente di meglio.
Scritta nel 2015.
10 martedì Nov 2015
Posted in poesie
In fondo, t’ho scopata. A dirla tutta,
t’ho pure messo la mia mano dentro
fino alle nocche, nonché un dito in culo,
e la lingua dovunque. T’ho scopata
persino senza guanto. Cosa dunque
voglio di più? Potrei fare una tacca
sul bastone: sarai la quarantesima
o giù di lì, non è nemmeno male
per un intellettuale un po’ impacciato,
quello che sono e sono sempre stato.
Farò così. Dovrò dimenticare
che sono cotto, sono innamorato,
ti penso sempre, sono peggio che un
sentimentale giovine romantico…
Da Sospeso sogno, Edizioni Joker, 2003; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.
10 martedì Nov 2015
Posted in poesie
Tu eri un sogno. T’ho sognata una notte
e m’hai riempito il sonno di colori.
Ma quella notte il guardiano dei sogni
– il guardiano che tiene chiuso l’uscio
fra sogno e realtà – s’è addormentato.
S’è addormentato lui! Tu sei sgusciata
lesta fuori e il mattino t’ho trovata
nel letto accanto a me. Che cosa fortunata!
Adesso tu sei la mia fidanzata.
Da Sospeso sogno, Edizioni Joker, 2003; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.
10 martedì Nov 2015
Posted in poesie
Non so se i poeti del Duecento scherzassero
con tutto quel mancare il respiro
all’apparire di Madonna, in generale
io non so mai se gli uomini scherzino:
certo è uno scherzo l’abusato mozzafiato
di pubblicitari e giornalisti, ma
i poeti del Duecento non so, non so
se è tutta letteratura e la vita è un’altra cosa
e se è sempre stato così, non ho idea,
è una cosa che non comprendo. Ti ho vista
fra due scaffali in un supermercatino
in corso Tortona alle sei del pomeriggio
di oggi nove novembre duemilaquindici
e ci siamo detti solo ciao perché altro
non vuoi da me: ho sentito stringersi
qualche cosa all’altezza del cuore
e per alcuni secondi non sono riuscito
a respirare, poi con un colpo di tosse
mi sono ripreso – questa è la descrizione corretta,
oggettiva di quanto è accaduto.
Non so se i poeti del Duecento scherzassero,
non so se è tutta letteratura
quella che trovo in giro: tu a me
il respiro lo togli davvero, è un dato di fatto
ed è anche un problema reale.
Scritta nel 2015.
09 lunedì Nov 2015
Posted in prosa

Alla fine, Enea Vaschz scese al compromesso: imbrattare il
suo sogno, per poterlo raccontare. Già chiamarlo sogno era un
compromesso: Enea Vaschz sapeva che ad abitare nella sua mente
era, tutta intera, la realtà. Ma chiamarlo sogno era un primo
passo necessario per comunicare. Enea Vaschz si sedette al tavolo
per scrivere. Respirò profondamente. Dubitò ancora di sé e
della propria intenzione. Sapeva di dover affrontare, di minuto
in minuto, l’assalto dell’inedia, la seducente consapevolezza
dell’inutilità. Ma volle provare a cominciare.
Si richiamò alla mente la più recente delle geniali metafore
con cui giustificava a se stesso il proposito sacrilego di sporcare
di lingua la purezza indicibile della realtà. I coloranti dei chimici.
I chimici, per vedere la roba, la sporcano. Non hanno un
altro modo. Quindi non vedono la roba davvero, vedono una
roba sporcata. Ma si accontentano. Non c’è altra via. Raccontare
è lo stesso procedimento. Sporcare con le parole, perché si
possa vedere – vedere qualcosa, quanto meno. Qualcosa, dentro
il falso dei coloranti.
Questo è l’incipit di L’odore delle gambe delle donne, Miraggi Edizioni, 2015. Lo si trova ordinandolo nelle migliori librerie oppure sul sito dell’Editore.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
M’è venuto in mente che in seconda elementare
– correva l’anno mille novecento sessanta –
scrissi una lettera al mio maestro elementare:
gliela scrissi a casa, con francobollo e tutto.
La mia grafomania ha radici lontanissime.
Non è che in quell’epoca remota
i maestri dessero in classe l’indirizzo di casa:
ma io, piccolo stalker, lo trovai.
Una lettera non lunga, di cui ricordo solo
le prime parole: «Caro Guido,
parliamoci chiaro: non si può andare avanti così».
Queste parole le ricordo. Poi credo seguissero
lamentele abbastanza generiche
su malfunzionamenti della scuola.
Non era facile avermi per allievo da bambino,
non è mai stato facile avermi in qualsiasi ruolo.
Il maestro in classe davanti a tutti mi chiamò
e disse: «Mi è arrivata una lettera
dal nostro Molinaro: di’ un po’ ai tuoi compagni,
Molinaro, che cosa mi hai scritto».
(All’epoca ci si chiamava solo per cognome,
ci chiamavamo per cognome anche fra noi bambini,
di qualche mio compagno non ho mai saputo il nome,
per esempio il Vailati, lo Zirilli e il Niemen,
mai saputo come facessero di nome.)
Io mi sentii sprofondare, mai avrei immaginato
che il maestro mi chiamasse per quella lettera
(non penso mai alle conseguenze delle mie azioni)
e balbettai: «Ho scritto… ho scritto “caro signor maestro”…»
Ma lui mi corresse: «No, hai scritto “caro Guido”».
Non mi punì, ma tutti risero e fu molto umiliante.
E finì lì. Non era come oggi: oggi se un bambino
di sette anni scrivesse una lettera del genere
chiamerebbero i genitori e poi anche gli psicologi,
e gli psicologi direbbero che la lettera è un segnale
da valutare, e nel loro abbastanza detestabile gergo
direbbero forse addirittura che è «una richiesta d’aiuto»
(sanno essere più umilianti che un maestro anni Sessanta,
gli psicologi di oggi, ma non se ne rendono conto).
Il concetto che esprimevo nell’incipit della lettera
era abbastanza esplicito: che ci si deve parlare
e che non si può andare avanti così;
e dire «tu Guido» anziché «lei signor maestro»
era una trasgressione (all’epoca) molto grave
che voleva forse abbattere una distanza, un muro,
ma lo faceva in un modo completamente sbagliato,
saltando tutti i passi necessari:
e per iscritto, perché sono timido.
Insomma, la cosa finì lì. Chissà perché
m’è venuto in mente stanotte ’sto fatto.
Forse perché mi sono svegliato con la sensazione
– più di mezzo secolo dopo –
che non si è mai parlato con nessuno
e che si è andati avanti così,
nel modo (mondo) per me inaccettabile,
da allora a oggi e a domani e per sempre
– e le distanze e i muri ancora adesso
non l’ho mica imparato il modo giusto
per provare ad abbatterli.
Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
fior di laguna
al mondo come te non c’è nessuna
amarti è la più grande mia fortuna
fior di vicenza
perduto fra il pensiero e la distanza
dei baci tuoi sono rimasto senza
fior di catalogna
è triste che tu butti nella fogna
quest’uomo che ti ama e che ti sogna
fior di mirafiori
t’aspettavo tra i coltelli e gli spari
mi regalavi i primi baci veri
fior valsesiano
poteva starci di più o di meno
ma il calice s’è rotto nella mano
fiorin d’ivrea
baciarci e ribaciarci nella via
per me sempre sarà una buona idea
fior di villastellone
ricordo ancora con tanta emozione
i baci al valentino o alla stazione
fior di lurago
dicevi che di tutti ero il più figo
poi non m’hai scritto più nemmeno un rigo
fior di via prè
nei vicoli del porto insieme a te
restano tracce di felicità
fior di savona
dicevi che era solo un’illusione
e forse in fondo avevi anche ragione
fior di lomellina
da te venivo con la littorina
ora tutto s’è sciolto come brina
fiore vicino
nasce un amore forse piccolino
ma non si può sapere il suo destino
fiorin di roma
tre ore di scopata e tu mai doma
ma poi non ho trovato più la rima
Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.
08 domenica Nov 2015
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non spaventarti se trovo meraviglia
in questo video che ho spezzato in attimi
e che per te e forse per tutti
è soltanto un banale lavoretto
di modella di nudo
per un fotografo nemmeno dei migliori
e forse alcuni addirittura avrebbero
da farci critiche con stampi morali
per te e forse per tutti
è soltanto un banale lavoretto
e invece è tutto pieno di bellezza
straziantemente pieno di bellezza
e io la vedo
non spaventarti se trovo meraviglia
prova a trovarla anche tu guardandoti
c’è meraviglia
guardati gli occhi i capelli le mani
e tutti i gesti
non spaventarti se trovo meraviglia
non fuggire via da me perché la trovo
c’è meraviglia in questo come in tutto
quello che fai
servire un piatto di sushi al sushi bar
bere un bicchiere
scendere fiumi in barche di cartone
abbracciare un’amica
fare un esercizio di acroyoga
mangiare
camminare
fare un bambino
andare in bici
fare l’amore
sederti per terra ad ascoltare musica
persino avere male
c’è meraviglia in tutto quel che fai
e io la vedo
perdona se la vedo
se vedo tutta questa meraviglia
se ti vedo così meravigliosa
anche in questo banale lavoretto
da modella di nudo
spezzo gli attimi per fartene un regalo
regalarti i momenti a uno a uno
perdona se ti guardo con incanto
vedo l’incanto che ti rimarrà
per sempre anche da vecchia
perché c’è un sempre dentro la bellezza
anche se tutti dicono il contrario
non spaventarti se trovo meraviglia
guardati gli occhi i capelli le mani
e tutti i gesti
non spaventarti se trovo meraviglia
non fuggire via da me perché la trovo
non spaventarti se trovo meraviglia
se trovo che tu sia meravigliosa
Scritta nel 2013
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
Abiterai al quinto piano e io
verrò su per le scale e arriverò
un poco ansante alla tua porta. Tu
aprirai e so che sarai bellissima:
più bella della luce giù dai vetri,
più bella della musica del tempo
che addormenta le case, più del ritmo
dei giorni che si perdono: sarai
bella d’una bellezza incontenibile,
quella che non ho mai saputo dire.
Scritta nel 2015.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
Mi è arrivata una mail di spam
da un sito di foto di nudo
che mi propone foto di te nuda
nel sole e nei fiori
«Sun and Flowers with Eva»
a soli euro 19,90
e non c’è niente di strano: spero
che almeno qualcuno delle centinaia di migliaia
a cui sarà arrivata la stessa mail di spam
acquisti le foto
e ne apprezzi l’immensa,
la quantomeno ai miei occhi immensa
bellezza:
ma sai qual è
la strana cosa che ho pensato?
Ho pensato che forse la quasi totalità
delle centinaia di migliaia di ignoti
a cui sarà arrivata la stessa mail di spam
penseranno che il tuo breve nome
sia un nome di fantasia:
e io che so che invece non lo è
sono, di tutti, quello
che tu tieni più lontano da te:
io che ti vorrei, normalmente vestita,
per due parole davanti a un caffè.
Scritta nel 2014.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
Tag
Il pomeriggio che avevi il cuore fermo
non c’era nulla che fosse normale
non le rotaie del tram
né le vetrate della scuola materna
eppure si facevano tutte le cose
il saggio di psicomotricità del più piccolo
la scuola estiva nel cortile dell’oratorio
e poi preparare qualcosa per cena
e pensavo tutte le cose
quello che stava accadendo a te
e con rapidi spostamenti tutto il resto
le donne le ragazze i treni tutto
però non c’era nulla che fosse normale
o meglio tutto era come sempre ma
immerso dentro una luce diversa
diversa senza poter dire come
e il giorno prima tu mi hai scritto che
sai che per me l’amore ha complesse
sfumature inquiete ma per te
è anche semplice: mi ami
perché siamo parte di una stessa cosa
ed è vero così
e poi io in quella luce diversa
il pomeriggio che avevi il cuore fermo
ho fatto casino e ho cancellato i messaggi
e per un attimo ho pensato con terrore
che se le cose fossero andate
nel modo peggiore
avevo cancellato il tuo ultimo messaggio
che parlava d’amore
sono un po’ tragico scusa lo so
poi tutto è andato bene
non dovevo pensare quel pensiero
ma l’ho pensato
perché c’erano tutte le cose
intorno normali – e nessuna era normale.
Scritta nel 2015.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
Tag
Che ci fanno due puttane,
alle quattro del mattino,
seminude in una strada
del quartiere Tiburtino?
Gli acquirenti dell’amore
sono forse ancora in giro?
Basta cazzi, belle figlie,
viene l’alba di sbadigli:
spero abbiate un posto quieto,
una stanza accomodata
per un’ottima dormita.
Dopo aver assecondato
tanti sogni disperati
di notturni pellegrini,
socchiudete gli occhi belli,
rannicchiatevi tranquille,
non pensate a tutti i guai
e sognate un poco voi.
Scritta nel 2015.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
«non si può andare avanti così
a tagliare le fette di brie:
mi hanno fatto questa canzoncina
il macellaio e il pescivendolo»
dice e sorride la ragazza seduta
al ristorante pizzeria cinese con tre amiche:
lavora al banco di salumi e formaggi
di un mercato all’aperto
e racconta: «metto il banco alle sei e mezza
e alle sette meno un quarto arriva già
la vecchietta: – mi dà un etto di cotto?
– ma ci hai ottant’anni, ma perché non vieni a mezzogiorno? –
e poi vuole anche il latte – no signora il latte non c’è,
quello del latte passa alle nove».
Ride. Ha il viso fine, i capelli lisci castani
e le labbra sottili: «Ce n’è che mi fanno sclerare,
poi il sabato che devo stare anche il pomeriggio
non ne posso più, e allora certe volte urlo:
venghino venghino che c’è il salame bello
– così mi sfogo». «Fai come se fossi al mercato»
dice l’amica e ridono insieme di nuovo.
«Ma al macellaio gliela faccio io la canzone,
lui che taglia le fette di vitello. E davanti
c’è un marocchino che vende la frutta,
e alle sei del mattino ci ha già la Moretti,
quella da sessantasei ci elle, sai, non sta mai zitto,
mi ha detto che è diventato padre,
gli ho fatto i complimenti e lui ha detto che no,
che se l’era inventato, che bisogna
inventarsi le cose per stare sul mercato».
Poi in tono più basso: «La Miriam
non ce l’ha più fatta, ha dovuto lasciare il lavoro.
Lì se non sei forte scleri troppo. Il giovedì
c’è quella delle magliette che mette il banchetto
proprio attaccato al palo della luce
e va avanti tutto il giorno a battere sul palo
con una spranga di ferro».
«Forse» – dice l’amica – «per attirare i clienti?»
«No no, lo fa» – ribatte lei – «per rompere i coglioni!»
Ridono e finiscono la cena,
io finisco la mia pizza, mi alzo, pago il conto,
esco e canticchio nella mente
non si può andare avanti così
a tagliare le fette di brie
un poco innamorato ma tranquillo
salgo in casa per fare il mio mestiere
guardone e parassita:
le racconto.
Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
Quando uno non ha abbracciato nessuno
da giovane, per anni, per decenni,
perché bloccato, per l’educazione,
per timidezza, per la solitudine,
perché in famiglia non si usa o per altri
motivi, quando finalmente abbraccia
– perché, a un’età qualsiasi, succede
che si sciolgano i nodi – allora lui
mentre abbraccia, è come i sordomuti
quando imparano col metodo vocale:
fanno vibrare le corde e ci contano
di emettere quel suono, ma non è che lo sentono:
guardano l’altro e se l’altro ha capito
sono felici: ci sono riusciti,
con l’impegno e il puntiglio, a fare il suono.
Così l’analfabeta degli abbracci,
quando finalmente si decide,
non ha gesti spontanei, studia come
muovere il braccio, la spalla, come stringere
di più o di meno, è stupito e impaurito
– benché felice – del contatto del corpo
sul corpo. È felice, è più felice di altri
che hanno sempre abbracciato, fin da piccoli:
è felice, è una conquista: ma recita
l’abbraccio, è in ansia che gli venga bene,
in pratica lo mette in scena, e gli altri
se ne accorgono, a volte se ne accorgono
e credono che sia un abbraccio finto:
invece è il più felice degli abbracci:
lui ci è arrivato per strade difficili
e quasi piange mentre riesce a fare
ciò che per altri è una cosa normale.
Se incontri uno così, devi capire
che non è finto, è il più vero dei veri:
lui finge ciò che veramente fa
perché non lo sa fare senza fingere:
è un po’ come il poeta di Pessoa,
ma è così vero che dopo l’abbraccio
riuscirebbe a volare per la gioia:
però nessuno se ne accorge mai
perché, come l’abbraccio, anche lo sguardo
e gli altri gesti sono troppo incerti,
sgrammaticati, come di straniero,
e si resta perplessi, diffidenti.
Sono persone che fanno fatica
nelle cose più semplici, che mai
ti aspetteresti. Poi da soli in casa
cantano, ridono, scrivono versi.
Da Una città, Edizioni Manifattura Torino Poesia, 2010.
08 domenica Nov 2015
Posted in poesie
La fontana che piace ad Antonella
sul lungomare di Chiavari, le piumette
nelle buste di Diletta, le bolle
di sapone palleggiate con Clara,
un bicchiere d’aloe con Romina,
un disegno di nei sul seno d’Eva,
i passi di Marì per via del Campo,
Claudia che si riprova gli orecchini
e poi sì, sì lo so, sposarsi, fare figli
e far crescere i figli e lavorare
e guadagnare i soldi ed ammalarsi
e poi morire, sì lo so, ci sono
cose più serie. Ma credo che se un giorno
sarò immobile tra fiale e fleboclisi
(Dio non voglia: vorrei morire di schianto
ma non ci è dato scegliere) quel giorno
rappreso, opaco, senza più speranza,
l’ultima ombra di sorriso sarà
per la fontana che piace ad Antonella,
per queste cose futili che ho detto
qui nei primi otto versi e per le altre
che non elenco: perché allora è vietato
ammettere che infine sono queste
le cose più importanti?
Forse si fanno tutte le fatiche,
forse si fanno e si crescono i figli
perché anche loro possano domani
avere bolle, piumette, fontane,
passi, orecchini, disegni, bicchieri.
Se no, perché?
Da Una città, Edizioni Manifattura Torino Poesia, 2010.