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Carlo Molinaro

~ poesie e altre cose

Carlo Molinaro

Archivi tag: cose di dentro

Le spalle

30 lunedì Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, infanzia

Y besaba después,
con su mal fingido deseo,
el hombro desnudo
de una muchacha cualquiera
.

Juan Manuel Muñoz Aguirre

Le spalle nude delle ragazze dove
appoggio o vorrei appoggiare le mani
per farmi saldo nell’offrire e prendere
calore sono l’infanzia, la terra
dove non sono cresciuto, i cani
che non ho portato a correre nei prati:
sono il luogo che al sogno dà acqua e materia,
il paese dove nessuno mi conosce,
da cui partii non so quando in esilio
forse volontario, e ritorno talvolta
per un’ambigua nostalgia, fingendomi
lo straniero che sono: curioso, incantato
nell’osservare ciò che la gente del posto
con amorevole brusca confidenza
senza guardare afferra, usa, gode.


Scritta nel 2015.

Com’è

27 venerdì Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro

Non sono saggio, ma
riesco a volte a essere sereno
anche verso la vecchiaia, verso il tempo
che stringe e allontana (due azioni
apparentemente contraddittorie, ma
il tempo fa così) – a volte
ci riesco, mica sempre – d’altronde
cos’è che riesce sempre?
A me nulla, non so a voi. Pensavo
traversando il mercato deserto
di piazza Barcellona stasera
che mi sento spesso incompreso ma
altrettanto incomprendente
e dunque: c’è questa barca
che va, e non dico lasciamola andare,
questo no, io tiro le vele e mi ribello
e do colpi di timone a modo mio
e non smetterò mai, però
a volte, solo a volte, sento
che è così, che ovunque si vada
con o senza un motivo, c’è un vento
che porta odori e un cielo
che s’apre a momenti, con stelle
che paiono placide e pazienza
se placide non sono, socchiudo
gli occhi e così da me stesso sciogliendomi
mi sento più simile
ai miei simili, un poco meno solo:
ha tregua la battaglia, s’attutisce
l’urlo che sempre nel cuore mi urla,
per un minuto o due
lo lascio stare, il mondo, com’è.


Scritta nel 2015.

Il grido

24 martedì Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, entro incerti limiti, la parola rinvenuta, letteratura

Ah sì, Sandrina, sì, la poesia
devi intonarla con tutta la voce,
con tutte le parole che ci hanno
visti, pensati, toccati, inventati.

C’è un amore che lega chi non vende
anima e sogno, fa che si conosca
chi non s’è mai conosciuto, frantuma
i vizi vecchi, scardina le porte
versando luce agli ospizi più bui:
e prende a calci in culo le poetesse
dei ciclamini in vaso, i professori
farmacisti di sillabe, i cialtroni
timorosi di non ben figurare.

Ah, Sandrina, il più grande peccato
è regolarci il sangue nelle vene
perché non corra troppo, è lasciare
inascoltato un brivido, esitare
mentre una nota fugge che mai più
ci sfiorerà l’orecchio. Rinunciare
è il più grande peccato, bimba mia!

Se una brezza sparpaglia i suoi sussurri
vibrando piano a spigoli di case,
cori di foglie, musiche di luci,
è così poco quel che ne prendiamo!
Infausto chi non sente! Come puoi
andare via senza che salga un pianto
a liberarti gli occhi, senza che
esultino di gesti le tue mani?

Questa è la cosa che chiamo poesia:
il mio petto che s’apre come vela
a raccontare ogni minimo soffio
o feroce bufera, la mia schiena
tesa e paziente come un predatore
dal cuore vasto e fragile. Trovare
la cicatrice che in ogni parola
ha segnato il coltello della vita
e farla sanguinare, perché gridi.


Da Entro incerti limiti, Edizioni Joker, 2002; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

Di là

23 lunedì Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, scenari

ci saranno tutti gli odori nell’aria
tutti, mescolati, soavi
non ci sarà più modo di distinguerli
né bisogno di nominarli
né di ricordarli, perché saranno
sempre presenti

ci sarà uno smarrimento al principio
un lago di nostalgia
perché distinguere nominare
ricordare
è la vita che sappiamo, ma subito
sarà meraviglia


Scritta nel 2015.

Mirari necesse est, intellegere non necesse

22 domenica Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore, cose di dentro, scenari

Taci. Non farmi

capire – fammi

sgranare gli occhi,

impazzire.


 

Scritta nel 2015.

Poesia di Natale

17 martedì Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore respinto, cose di dentro

Non ti cercherò in nessun modo
in questo Natale del duemila e quattordici.
Così sarai contenta.

Cioè: ho detto al mio corpo, alle mie mani,
ai miei piedi, alla mia voce
di non cercarti, per farti contenta.
Loro sono obbedienti e così
nulla di me giungerà a disturbarti.

Ma io, io che non sono
né corpo né mani né piedi né voce
ma un qualchecosa d’altro che ti ama,
io ti cerco, io sempre ti cerco.


Da Nel settimo anno, s.n., s.l., 2015.

Filastrocca della liseuse

15 domenica Nov 2015

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cose di dentro, infanzia, scenari

Mia nonna si metteva la liseuse,
la ricordo assai brutta triste e sciatta.
C’è in ogni donna un poco d’allumeuse
e forse anche c’è un poco di gatta

morta – che non so poi cosa significa:
nell’uomo pure c’è un po’ d’allumeur
forse, ma credo meno: a una magnifica
donna, per ritrovare del bonheur,

l’uomo vuol fare almeno qualcosina.
Mia nonna mi sgridava se lasciavo
polpa attaccata al seme di susina,
per via dello sprecare: io lo succhiavo

ma ne restava sempre, ero in difetto
e nonne e donne e gente in generale
pareva che volessero un perfetto
me che a me tuttavia suonava male.

Mia nonna si metteva la liseuse,
io mi bevevo un poco di gazeuse
e forse già sognavo un’entraîneuse
nuda sensuale sopra la dormeuse

che stava chiusa nella sala scura
fra l’alta cristalliera e il serre-papier,
che nel pensier rinnova la paura:
m’insegnarono molti savoir faire

però nessuno della mia misura.
Ha tutto il mondo un poco d’allumeuse:
m’affascina ma c’è una serratura
di cui non ho la chiave. La liseuse

sarà finita in qualche cassapanca
con tutto quell’inutile ciarpame:
ora son vecchio e ancora non è stanca
la mia voglia – d’amore ho ancora fame.


Scritta nel 2015.

Boulevard Voltaire, le 14 novembre

15 domenica Nov 2015

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cose di dentro, impegno civile

Al 153 di boulevard Voltaire
secondo le prime notizie frammentarie
un kamikaze s’è ucciso per uccidere
la gente intorno. Perché? Non lo so.

(Je ne suis pas notaire,
c’est la faute à Voltaire,
je suis petit oiseau,
c’est la faute à Rousseau.)


Scritta nel 2015.

Tre irrealtà

13 venerdì Nov 2015

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cose di dentro

fra l’irrealtà dei sogni
l’irrealtà dei simboli
e l’irrealtà della materia
ci si muove
perché si è persone, miracolosamente
fatte di sogno, simbolo, materia
insieme

convenzionalmente alla materia
si attribuisce un’irrealtà minore
o realtà maggiore
perché ci vince
con la morte, con i bisogni:
il mondo fisico ci vince, alla fine
ci termina

tuttavia
il mondo fisico
ha una sua ordinaria immutabile
monotonia di funzioni, ne è
per sempre prigioniero

la forza che tiene il bicchiere fermo sul tavolo
nella mia piccola cucina al quarto piano
in via Pinelli
è la stessa forza che fa scorrere il mio sangue
è la stessa forza che costringe i pianeti
nelle loro orbite
e le stelle sui loro percorsi:
è la stessa forza
misurabile, descrivibile, banale in fondo

mentre invece la forza che tiene
vicina a me una donna,
la forza che tiene
lontana da me un’altra donna, ecco:
queste forze sono tutte diverse, sono
complesse, indecifrabili,
misteriose, non sono misurabili

queste forze
appartengono ai simboli e ai sogni,
al nostro regno:
poi la materia, senza volerlo, ci sconfigge
– ma è nulla senza noi, da noi aspetta
un cenno, un segno, un riconoscimento
d’una sua forma
di bellezza

e quando andiamo via
si smarrisce, si sfa


Scritta nel 2015.

Parabola

10 martedì Nov 2015

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amore, cose di dentro, il gioco che vale la candela, infanzia, la parola rinvenuta, poesie del Novecento, Premio Montale

L’anima mia è un quadro che dipinsi
ad occhi chiusi in un tempo che non so,
e il soffio della terra ne ha fissato
piano piano i colori.

Il bimbo tenne il braccio
ripiegato sul volto, perché i bimbi
hanno paura. Ma l’uomo, più forte,
osò aprire le mani e guardare.

Allora quasi nulla che domestico
mi fosse io vidi. Solamente, a volte,
un suono un volo un arco una fanciulla
trovo che già conobbi
alla mia tela, forse
quando ancora ero altrove.

E disperatamente m’innamoro:
come l’esiliato quando legge
all’improvviso nel porto straniero
dove cammina pensoso fra gli odori
un nome di sua lingua su una prora.


Da 6 poeti del Premio Montale – Roma 1985, All’Insegna del Pesce d’Oro, Scheiwiller, 1986; poi  ristampata in Il gioco che vale la candela, Genesi Editrice, 1988; poi ristampata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, 2006.

Niente di meglio

10 martedì Nov 2015

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Tag

amore vissuto, cose di dentro

Dici che sto con te perché
non c’è niente di meglio.
È vero: di te
non c’è niente di meglio.


Scritta nel 2015.

La lettera al maestro

08 domenica Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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cose di dentro, infanzia, le cose stesse

M’è venuto in mente che in seconda elementare
– correva l’anno mille novecento sessanta –
scrissi una lettera al mio maestro elementare:
gliela scrissi a casa, con francobollo e tutto.
La mia grafomania ha radici lontanissime.
Non è che in quell’epoca remota
i maestri dessero in classe l’indirizzo di casa:
ma io, piccolo stalker, lo trovai.
Una lettera non lunga, di cui ricordo solo
le prime parole: «Caro Guido,
parliamoci chiaro: non si può andare avanti così».
Queste parole le ricordo. Poi credo seguissero
lamentele abbastanza generiche
su malfunzionamenti della scuola.
Non era facile avermi per allievo da bambino,
non è mai stato facile avermi in qualsiasi ruolo.
Il maestro in classe davanti a tutti mi chiamò
e disse: «Mi è arrivata una lettera
dal nostro Molinaro: di’ un po’ ai tuoi compagni,
Molinaro, che cosa mi hai scritto».
(All’epoca ci si chiamava solo per cognome,
ci chiamavamo per cognome anche fra noi bambini,
di qualche mio compagno non ho mai saputo il nome,
per esempio il Vailati, lo Zirilli e il Niemen,
mai saputo come facessero di nome.)
Io mi sentii sprofondare, mai avrei immaginato
che il maestro mi chiamasse per quella lettera
(non penso mai alle conseguenze delle mie azioni)
e balbettai: «Ho scritto… ho scritto “caro signor maestro”…»
Ma lui mi corresse: «No, hai scritto “caro Guido”».
Non mi punì, ma tutti risero e fu molto umiliante.
E finì lì. Non era come oggi: oggi se un bambino
di sette anni scrivesse una lettera del genere
chiamerebbero i genitori e poi anche gli psicologi,
e gli psicologi direbbero che la lettera è un segnale
da valutare, e nel loro abbastanza detestabile gergo
direbbero forse addirittura che è «una richiesta d’aiuto»
(sanno essere più umilianti che un maestro anni Sessanta,
gli psicologi di oggi, ma non se ne rendono conto).
Il concetto che esprimevo nell’incipit della lettera
era abbastanza esplicito: che ci si deve parlare
e che non si può andare avanti così;
e dire «tu Guido» anziché «lei signor maestro»
era una trasgressione (all’epoca) molto grave
che voleva forse abbattere una distanza, un muro,
ma lo faceva in un modo completamente sbagliato,
saltando tutti i passi necessari:
e per iscritto, perché sono timido.
Insomma, la cosa finì lì. Chissà perché
m’è venuto in mente stanotte ’sto fatto.
Forse perché mi sono svegliato con la sensazione
– più di mezzo secolo dopo –
che non si è mai parlato con nessuno
e che si è andati avanti così,
nel modo (mondo) per me inaccettabile,
da allora a oggi e a domani e per sempre
– e le distanze e i muri ancora adesso
non l’ho mica imparato il modo giusto
per provare ad abbatterli.


Da Le cose stesse, Matisklo Edizioni, 2013.

Trasloco

08 domenica Nov 2015

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amore vissuto, cose di dentro, viaggio

Abiterai al quinto piano e io
verrò su per le scale e arriverò
un poco ansante alla tua porta. Tu
aprirai e so che sarai bellissima:
più bella della luce giù dai vetri,
più bella della musica del tempo
che addormenta le case, più del ritmo
dei giorni che si perdono: sarai
bella d’una bellezza incontenibile,
quella che non ho mai saputo dire.


Scritta nel 2015.

L’abbraccio analfabeta

08 domenica Nov 2015

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cose di dentro, una città

Quando uno non ha abbracciato nessuno
da giovane, per anni, per decenni,
perché bloccato, per l’educazione,
per timidezza, per la solitudine,
perché in famiglia non si usa o per altri
motivi, quando finalmente abbraccia
– perché, a un’età qualsiasi, succede
che si sciolgano i nodi – allora lui
mentre abbraccia, è come i sordomuti
quando imparano col metodo vocale:
fanno vibrare le corde e ci contano
di emettere quel suono, ma non è che lo sentono:
guardano l’altro e se l’altro ha capito
sono felici: ci sono riusciti,
con l’impegno e il puntiglio, a fare il suono.

Così l’analfabeta degli abbracci,
quando finalmente si decide,
non ha gesti spontanei, studia come
muovere il braccio, la spalla, come stringere
di più o di meno, è stupito e impaurito
– benché felice – del contatto del corpo
sul corpo. È felice, è più felice di altri
che hanno sempre abbracciato, fin da piccoli:
è felice, è una conquista: ma recita
l’abbraccio, è in ansia che gli venga bene,
in pratica lo mette in scena, e gli altri
se ne accorgono, a volte se ne accorgono
e credono che sia un abbraccio finto:
invece è il più felice degli abbracci:
lui ci è arrivato per strade difficili
e quasi piange mentre riesce a fare
ciò che per altri è una cosa normale.

Se incontri uno così, devi capire
che non è finto, è il più vero dei veri:
lui finge ciò che veramente fa
perché non lo sa fare senza fingere:
è un po’ come il poeta di Pessoa,
ma è così vero che dopo l’abbraccio
riuscirebbe a volare per la gioia:
però nessuno se ne accorge mai
perché, come l’abbraccio, anche lo sguardo
e gli altri gesti sono troppo incerti,
sgrammaticati, come di straniero,
e si resta perplessi, diffidenti.
Sono persone che fanno fatica
nelle cose più semplici, che mai
ti aspetteresti. Poi da soli in casa
cantano, ridono, scrivono versi.


Da Una città, Edizioni Manifattura Torino Poesia, 2010.

Le cose più importanti

08 domenica Nov 2015

Posted by carlomolinaro in poesie

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amore respinto, amore vissuto, cose di dentro, scenari, una città

La fontana che piace ad Antonella
sul lungomare di Chiavari, le piumette
nelle buste di Diletta, le bolle
di sapone palleggiate con Clara,
un bicchiere d’aloe con Romina,
un disegno di nei sul seno d’Eva,
i passi di Marì per via del Campo,
Claudia che si riprova gli orecchini
e poi sì, sì lo so, sposarsi, fare figli
e far crescere i figli e lavorare
e guadagnare i soldi ed ammalarsi
e poi morire, sì lo so, ci sono
cose più serie. Ma credo che se un giorno
sarò immobile tra fiale e fleboclisi
(Dio non voglia: vorrei morire di schianto
ma non ci è dato scegliere) quel giorno
rappreso, opaco, senza più speranza,
l’ultima ombra di sorriso sarà
per la fontana che piace ad Antonella,
per queste cose futili che ho detto
qui nei primi otto versi e per le altre
che non elenco: perché allora è vietato
ammettere che infine sono queste
le cose più importanti?

Forse si fanno tutte le fatiche,
forse si fanno e si crescono i figli
perché anche loro possano domani
avere bolle, piumette, fontane,
passi, orecchini, disegni, bicchieri.

Se no, perché?


Da Una città, Edizioni Manifattura Torino Poesia, 2010.

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