Brucia Ferrariland

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brucia Ferrariland
e ne sono felice
odio i parchi del consumo
e l’invasione dell’automobile
e l’inganno disneyano
e gli sponsor
eccetera

questo si sa
l’ho sempre detto e scritto
ciò che focalizzo
è una sensazione nuova
dicendolo
scrivendolo

da secoli è il potere che decide
quali sono le bestemmie
quali cose dicendo
devi provare inquietudine
timore di farti sentire
dal vicino di casa

fu solitamente un dio
o qualche dittatore
ed è ancora così in certi luoghi

ma adesso
brucia Ferrariland e ne sono felice
mi dà inquietudine
c’è un movimento di devote vestali
e capi d’accusa d’inquisitori
la crescita
l’industria di qualità
l’occupazione
il design
l’indotto
le vacanze delle buone famigliuole
vergógnati
brucia Ferrariland e ne sono felice
sciàcquati la bocca
brucia Ferrariland e ne sono felice
pèntiti o saremo costretti
a prendere provvedimenti
apologeta di disastri
sovversivo
terrorista
brucia Ferrariland e ne sono felice
brucerai tu
tu

si comincia così
per ora
è una vaga sensazione di timore
brucia Ferrariland e ne sono felice
vagamente focalizzo altri fuochi
di patiboli
per ora lontani forse
ma è un’epoca veloce
brucia Ferrariland
e ne sono felice


Scritta nel 2016. In video qui.

Devo fare, adesso, del lavoro

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Quali svolte, quali profondità
cercare
nell’assottigliarsi di tutto? Si va
da uno psicoterapeuta
per avere ascolto senz’ansia,
da una puttana
per avere amore senz’ansia,
la tariffa è identica, all’incirca:
ciò che si paga
è non essere inchiodati
a ciò che si dice,
a ciò che si desidera.

Passarla liscia, insomma,
scamparla. Ma il gioco
comporta negare
con risolutezza
– e fingere, fingere ancora.

Cercare.
La stanchezza sugli occhi
può essere buona: riduce
gli spigoli del vero, il vuoto
incolmabile
fra questa mia stanza
e la finestra di fronte:
vuoto incolmabile
ma indispensabile:
se, per assurdo, fosse colmato,
in quale spazio muoversi, poi?
Dove passerebbe la strada?
Horror pleni.

Svolte, profondità.
Sensazioni ulteriori cercare:
più raffinate forse, più crudeli.
Me nessuna che possa pareggiare
l’impulso primo, immenso, mortale.

Non capisco chi prende allucinogeni
o si butta da ponti con funi:
la cosa più estrema
è l’odore del fango, dei capelli,
del mio cazzo, dei muri di calcina:
ciò che nessun cielo né verbo né dio
potrà mai contenere
né rappresentare,
tantomeno redimere o salvare.

Devo fare, adesso, del lavoro.


Scritta nel 2016.

Con tenerezza

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Oggi pomeriggio pensavo a te con tenerezza,
la tenerezza che mi arriva da dentro,
che a volte a muoverla sono solo dei sogni
ma a volte anche la realtà, oggi pensavo
a te, che ti hanno fatta parecchio soffrire,
che avevi un po’ di male e te l’hanno aumentato
e ti hanno fatta anche dimagrire,
che va bene che così sei più bella, lo notavo
guardandoti, non lo dicevo perché
sono cretino, timido come al primo approccio
anche dopo dieci o mille anni, però
ti hanno fatta soffrire, pensavo a te
con tenerezza, quella che mi viene l’umido
ma non di tristezza, no, di tenerezza,
quella che provo spesso per chi non c’è,
per tutte le vite che mi tocca inventare,
ma adesso è per te, che ti fanno soffrire
e tu soffri, mica bisogna nasconderlo,
è come per la vecchiaia, che è vecchiaia
e non quei vezzeggiativi stupidi, tu soffri
ma poi sei bella e poi ti muovi come se
non soffrissi, e sorridi quei sorrisi
che non sono una maschera sopra il soffrire
ma il compenso per aver sofferto bene,
e mi piaci tantissimo così, che dove passi
e dove fai e dove sei, io sono sicuro
che passi e fai e sei davvero, che è una cosa
che a me non mi succede quasi mai.


Scritta nel 2016.

Il vuoto spinto

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Sei il vuoto spinto che mi tiene sotto
chiusura ermetica, sei lo squilibrio
che preme la membrana del mio cuore:
il tuo non esserci fa la pressione
che mi schiaccia sul muro. S’incrinasse
il muro! Scorrerebbero gli spiriti
nel varco fra te e me, si quieterebbe
l’onda, una luce svelerebbe un dolce
paesaggio ai nostri passi: ci vedremmo,
ci parleremmo, tenuti per mano.


Scritta nel 2016.

Il salume

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vidi una volta in un video porno nella vasta fica d’una fanciulla entrare
una mosca e subito uscirne, si era in un prato, d’umori
era rorida la fica, aperta, la mosca vi si era abbeverata
brevemente, mi parve eccitante la scena, molto bella la fanciulla, pensai
che volentieri l’avrei conosciuta – ma ciò non era possibile, era ella
un’anonima modella d’un video porno non sapevo nemmeno
dove girato, dunque dovetti accantonare l’idea di cercarla, osservai
tutto il video, si alternavano grossi cazzi nel culo e nella fica
della fanciulla, bella, e altre mosche talvolta volavano, poteva
essere un’estate di pianura in un punto qualsiasi d’Europa, dove

famiglie oscure stravolgono nomi e con nomignoli rivestono
gusci di sensi e sentimenti, non c’è un filo di vento che muova
i fantocci, è statica la ballata dei beati impiccati che impiccano
vite che in stretto tempo, macabre, si dimenano, subito
immobili come presa al collo la preda dalla bestia feroce
è carne macellata, cibaria del perpetuo genocidio
che ha nome natura – famiglie oscure stravolgono nomi
e berciano, scimmie oscene, nomignoli consacrati da comprofanare
in piccole orge di pessimo gusto: come vermi da teschi i tentacoli
si sporgono a ghermire parole vergini, tirandole alle fauci
molli di madri insaziabili, concettrici d’omicidi cicalecci, vidi

a Brusson uccidere una scrofa, fu issata ancora viva, enorme
guizzante sui ganci, sgozzata e quasi simultaneamente
tagliata per il ventre fino al taglio della gola, sgorgarono
gonfie e merdose le interiora, il sangue s’allargò su piastrelle
e grembiuli, mi parve eccitante la scena sacrificale
ma volgarissimi gli ambigui sacerdoti, irrispettosi, mirati
a un utile di salumi – così come se baciano una donna
mirano a un utile di case, di famiglie oscure che stravolgono
l’essere, sovvertendo la giustificazione in doppie partite
per chiudere cerchi di bilanci d’ovili, fuori dei quali
vaghino fiere di bellezza, penetranti insidie d’incubi divini
contro le quali afferman sia pietà l’esser crudeli: ed è

perché mai non si componga il desiderio a illuminare
la scena affascinante, insopportabile sarebbe di essa
l’inesorabile perdita, meglio stare chinati al riparo
di quiete zanzariere, giaculare stravolti nomignoli
tristissimi in penombre di salotti nauseabondi
anodini, cumulare bacini e soldini, convincersi che
sia il salume il perché del maiale sgozzato


Scritta nel 2016.

Talvolta

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Talvolta saliva di corsa al terzo piano
con la mistura d’entusiasmo e d’apprensione
che era, come si dice oggi, la sua cifra,
a leggere una sorte in occhi chiari;
talvolta passava dall’amica libraia
a prendere un pacchetto fatto su nell’alluminio
con una fetta di torta, perlopiù al cioccolato;
talvolta parlava da solo camminando
verso Porta Susa, descrivendo a sé stesso
vicende immaginarie ma possibili;
talvolta s’infuriava con stipiti e stoviglie
che gli ostacolavano i gesti, ma evitava
di farlo se qualcuno lo guardava;
talvolta attraversava i giardini in piazza Toti
con la paura e la voglia d’incontrare
tracce di primavera che gli erano proibite;
talvolta s’affrettava verso largo Marconi
per una già senile urgenza, lodando
un superstite vespasiano che gli risparmiava
un inutile caffè e le domande sui bagni;
talvolta andava dal fisioterapista
in via Montecuccoli per un conflitto
subacromiale alla spalla sinistra;
talvolta andava dalla psicoterapista
a Leinì, zona Betulle, per un conflitto
fra odori e parole, forse, o fra desideri
e doveri, o fra sogni e realtà, chi lo sa;
talvolta s’assopiva abbracciato
a una donna amata e nel sopore
mischiato con l’amore c’era tregua
alla vana battaglia del tempo e delle cose;
talvolta non capiva le domande
o non decifrava la geometria dei percorsi
e allora vacillava, cercando una fuga;
talvolta entrava nel bar dei cinesi
in via San Donato e prendeva un cappuccino
per guardarsi prendere un cappuccino,
perché ha senso due minuti vedere
uno che entra e prende un cappuccino,
giocare che facciamo che sei tu quello lì;
talvolta salendo su un tram in un vortice
di foglie secche, notando il legno lucido
d’un sedile vuoto era felice un istante,
come ci fosse nell’aria una felicità da inalare
urgentemente, che non andasse sprecata;
talvolta dimenticava sul fuoco il caffè
perché s’era messo a fare altro, preferiva
le caffettiere rumorose, che fanno capire
cosa succede, anche se sei di là.


Scritta nel 2016.

La distanza

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L’altra sera alla Luna Storta
Valeria m’ha accarezzato una tempia,
Lara m’ha chiesto d’un pettegolezzo
che non sapevo, poi Alessandro
m’ha parlato di Sarajevo, i treni
da Belgrado, da Salonicco, Federico
ha chiuso il concerto con la мартеница
che conobbi in Romania mărțișor
nel Novecento, Daria criticava
Tosca d’Aquino, si diceva di Gepi,
tu sei più bella un poco dimagrita
con gli occhi chiari pieni di pensieri,
ho spiegato in francese che oui, j’aime les femmes
alla Trebisonda, ma senza capire
che cosa c’entrasse, perché mi si chiedesse,
Max ha cantato che l’amore non lo passa
la mutua, Eva ha di nuovo i capelli più lunghi
e due bambini, Andrea raccontava
d’amori che non riesce a possedere,
ho accompagnato Laura col metrò
e poi a piedi fino in piazza Benefica
e avverto l’inquietudine che spando
perché si percepisce che vorrei
invadere maldestro intercapedini
di cui m’è ignota la natura, toccare
ciò che non va toccato o invece sì:
con le mie improprie urgenze contrapposte
al mio mancare le coincidenze
per viltà o distrazione. Lara m’è parsa
già irrigidirsi al mio voler protrarre
il discorso oltre il primo argomento,
ma forse non è vero, è solamente
che un altro l’ha chiamata, Valeria
è uscita salutando brevemente,
vorrei prendere un treno in Macedonia,
saper giocare, tutto preso, in fondo
al cortile, verso sera, pur sapendo
che chiameranno le madri per cena:
saper cadere in provvisori abissi
con la fiducia che dà la rinuncia,
tagliarmi a pezzi per poi ritrovarmi
steso, ubriaco, miracolosamente
rifatto intero d’un’altra interezza
tutta da riconoscere daccapo,
oltrepassati con naturalezza
pazzesca i varchi invalicabili, forse
non quelli che vedevo, ma bisogna
pure disperdersi, forse adattarsi:
anche ora non scrivo ciò che scrivo,
anche da questi versi mi separa
l’interstizio che inghiotte i frammenti
del mio specchio come acqua in fessure
di terra arida, dura, insaziabile:
mi perdo, mi confondo, non so dire
nulla a nessuno: è distante il contadino
macedone che aspetta alla stazione
l’unico treno, è distante Lara
alta e fiera, distante Valeria
più morbida, Alessandro è distante
come gli amici invecchiati in frazioni
piovose di pianura, Eva è distante
sogno vivente dietro una parete
– e tu, tu che m’abbracci con un tuo
serenamente disperato amore, tu
salda nel vacillare, sicura e imprevedibile,
onnipotente come una bambina
punti gli occhi negli occhi, rimproveri
a me la mia distanza.


Scritta nel 2016.

Bildungsgedicht

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furono nel principio furibonde
giaculatorie d’eiaculazioni
troiette introiettando immaginarie
divine in vero vino veramente
anagrammando in merda grame madri
schizoidi schizzi in vizi di servizio

il dissenso a un consenso per compenso
fu assenso a un senso senza sensazione
con ree reazioni a realizzazioni
di flautati falsetti e falpalà
sfocati in prefissati fuochi fissi
stonati in toni di finti perdoni

bramassi bassi ammassi di successi
non sfiorassi furenti fiori fuori
alibi d’albe scialbe scioglieranno
gli indecorosi morsi dei rimorsi

non tarderà un sereno troppo tardi
dissolverà l’assalto del tumulto
guarirà i guasti d’impudichi sguardi
nello scuro sicuro del mio muro
nel sommesso riflusso di me stesso
dove fantasmi medicano spasmi
dove nulla nessuno può ferire

d’un tratto finalmente fissai forte
la porta del timore, il ritmo scese,
venne un urlo, misi un punto. Mi chiesi
a quale agguato fossi inadeguato.

A nessuno, risposi, e fuoriuscii
così com’ero, acqua sangue sperma
sogno da spargere, quasi più nulla
da dimostrare.


Scritta nel 2016.

Là fuori

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i corpi delle donne sono là fuori
gli autobus sono là fuori
là fuori sono certi odori
e poche altre cose salvifiche
che talvolta m’inducono
a uscire da me
benché
le donne invecchino e muoiano
gli autobus vadano in rottamazione
svaniscano gli odori
sbiadiscano le cose salvifiche
sicché
spesso resto qui dentro
disse il pazzo
osservando già stanco il lucore
d’un nuovo mattino
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Scritta nel 2016 – ringrazio Franco Trinchero per la foto.

Poesia civile sull’omofobia

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Non raccontiamocela – o almeno
io non me la racconto: ho dovuto
superare un disagio: ho sessant’anni
suonati, e quand’ero ragazzo
frocio era peggio che ladro o assassino,
di lesbiche neanche si parlava:
ho dovuto superare un disagio:
a vedere due uomini baciarsi
non ero abituato: ero invece
serenissimamente abituato
a vedere due uomini picchiarsi.

Non è un pensiero nuovo, lo conosco
da decenni, ma stasera tornando
verso casa nella notte
ho percepito a un tratto
tutta l’assurdità: un disagio
vedere due uomini baciarsi,
tutto bene due uomini picchiarsi.

Non raccontiamocela – non credo
di essere l’unico ad avere dovuto
superare un disagio. Siamo stati
cresciuti con cura a botte e pistole
per essere maschi, con donne da scopare
di brutto o (meglio se non le stesse)
fare angeli d’un solo focolare.

E i froci al rogo. Non è un pensiero nuovo
ma stasera me lo sono ripetuto
come un mantra, prendendo il metrò:
uomo bacia uomo, tu a disagio;
uomo picchia uomo, tu sereno;
uomo bacia uomo, tu a disagio;
uomo picchia uomo, tu sereno;
sono scoppiato a ridere, quel riso
che ha dentro un po’ di pianto.

La più vera rivoluzione
è il lento laborioso superamento
(previa necessaria identificazione)
(non raccontiamocela)
d’una serie di disagi.


Scritta nel 2016.

L’indocile nuovo

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Se troppo ha fatto l’alta fantasia
chiusa in disparte fra soavi nebbie
discese da montagne immaginarie,
se troppo ha costruito la sintassi
di lingue generate da altre lingue
in un sublime gorgo personale
di suoni che l’orecchio ha indocilito
negli anni, come cani

occorre demolire, ritornare
alla banalità della battaglia
da balbettare in nuove gestazioni
fragili, audaci, come non ci fosse
un ieri: denudarsi e convenire
che quanto piace al sogno è breve mondo
benché perfetto: a lunghe imperfezioni
rioffrire il fianco e il cuore e il pugno chiuso
che s’apra in una nuova pulsazione
dove un celeste fiume imprevedibile
affogando l’usata commozione
irrompa vivo: non mescoli le carte
ma sgombri il tavolo, apra le porte
fosse pure sul vuoto.


Scritta nel 2016.

Vorrei

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Non il tuo braccio vorrei trattenere
con la mia mano, ma altri bracci
che ti premono, ti spingono, t’assediano:
il braccio del tempo, l’insidioso tocco
della malinconia, le dita della sera
vorrei trattenere: e al tempo, alla sera
alla malinconia sussurrare
severo all’orecchio: «Lasciatela stare,
è così bella, lasciatela stare».

Vorrei scriverti versi in greco antico
o in altre lingue ancora più remote
perché nessuno capisca, perché
dall’usura del senso resti indenne
un suono indecifrabile, leggero.


Scritta nel 2016.

Lo scultore

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Lo scultore inseguendo perfezione
ridusse il marmo in polvere, tutto
il marmo in polvere: quella
– la sua disperazione –
fu perfezione: la sagoma
fu inghiottita da baratri in cui
buio come budella
bolliva, montando, l’ineffabile.

Proferita, ecco, la crudele verità
gli parve meno vera
di quando la negava:
si sgretolò in rumori da nulla,
svanì in crolli e almeno
la desolazione di macerie
che gli apparve da nebbie luminose
indusse trasognando
un benché dubbio amore
che perdonò la colpa deforme
delle cose, degli uomini: a lui
la noia disertata, il rancore
di mai raggiunte madri, gli inganni
definitivi: sull’orlo dello smangiato
cratere, nello spazio di taglio
tra fuoco e fuoco
brevemente profumarono nicchie
d’avambracci, di natiche, grembi:
gli occhi accesero gli occhi,
ci possiamo, pensò, persuadere.


Scirtta nel 2016.

Meglio guardava

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Nella sua cinica sognante ingenuità
li vedeva benissimo i moventi
dei gesti, dei rapporti, li osservava
con disprezzo benevolo, con blanda
ostilità partecipe, dolce, feroce:
l’amore sedicente d’una terra
di verbi duri, di nomi confusi
in paratassi rigide, elenchi di tagli
da macellaio: l’utile, il sangue
marcato e non marcato: messi al bando
gli aggettivi emotivi, l’ornato che sospinge
negli occhi indenni il buon seme del pianto.

Li vedeva benissimo, ma ora
meglio guardava tre case messe a scala
(cinque, quattro, tre piani)
sull’altro lato del corso: di qui
lo steccato di lamiera, le divine
erbe indomabili, rosse sugli spigoli
nel sole immenso d’ottobre, barcollò
senza inquietudine, entrò per un caffè:

degli aggettivi ho fatto a meno da subito
– finse di sussurrare alla barista –
ora rinuncio a verbi, verbi, nomi.


Scritta nel 2016.